Moody’s non declassa la Francia, ma il mercato ha già spinto l’OAT decennale oltre il 5%

Ufficio Studi Money.it

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L’agenzia ha confermato il rating Aa3 con outlook negativo, smentendo il consenso degli analisti. I rendimenti dei titoli di Stato francesi avevano però già toccato i massimi dal 2002, con lo spread sul Bund tornato ai livelli della crisi dei debiti sovrani.

Moody's non declassa la Francia, ma il mercato ha già spinto l'OAT decennale oltre il 5%

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Il declassamento che quasi tutti davano per scontato non è arrivato. Venerdì 23 ottobre, dopo la chiusura di Wall Street, Moody’s ha confermato il rating della Francia ad Aa3 con outlook negativo, concedendo a Parigi una tregua al termine di una delle settimane più tese per il debito pubblico francese dall’introduzione dell’euro. Il giudizio resta sette gradini sopra la soglia speculativa, allineato a quello del Regno Unito, due scalini sotto gli Stati Uniti e tre sotto la Germania, e continua a superare di un gradino le valutazioni di Fitch e S&P Global. Più che un’assoluzione, però, quella di Moody’s somiglia a una sospensione della pena, perché nello stesso comunicato l’agenzia descrive un quadro sensibilmente peggiorato rispetto a quello che si attendeva soltanto pochi mesi fa.

Perché Moody’s ha rinviato il downgrade della Francia

Moody’s assume che il Parlamento francese approvi una legge di bilancio 2027 capace di ridurre il deficit e che costi di finanziamento e tensioni sociali si attenuino nei prossimi mesi. Se questa ipotesi dovesse cadere, il rating resterebbe esposto, ed è proprio questo il significato dell’outlook negativo, che Parigi si porta dietro da ottobre dello scorso anno e che secondo l’agenzia riflette il rischio crescente che la frammentazione politica continui a paralizzare il funzionamento delle istituzioni legislative.

I numeri non concedono molto spazio all’ottimismo. Dall’ultima revisione, scrive Moody’s, una crescita più lenta e deficit più alti hanno portato il debito un po’ sopra le attese, mentre la forte risalita dei rendimenti aumenta il rischio che la sostenibilità della spesa per interessi si deteriori. L’agenzia stima per il prossimo anno un disavanzo pari al 5,2% del PIL, a fronte di un obiettivo governativo del 5% nel 2027 dopo il 5,4% previsto per il 2026. Il debito pubblico, secondo l’INSEE, era al 119% del PIL alla fine del secondo trimestre 2026, il livello più alto dell’Eurozona dopo quelli di Grecia e Italia. Moody’s precisa tuttavia che tassi elevati dovrebbero persistere a lungo per incidere in modo significativo sulla sostenibilità del debito, e avverte che anche dopo le presidenziali del 2027 serviranno sforzi di bilancio consistenti e duraturi per stabilizzarlo.

Il premier Sébastien Lecornu ha accolto la decisione come una rivincita, sostenendo che il mantenimento del rating smentisce la narrazione declinista di molti esperti e di chi specula contro i titoli di Stato francesi. Il governo punta su una manovra da 43 miliardi di euro di risparmi, che però deve ancora superare l’esame di un’Assemblea nazionale divisa, e il ministro dell’Economia Roland Lescure ha ricordato che l’esecutivo dispone comunque dell’articolo 49.3 della Costituzione e dei decreti di bilancio nel caso in cui il Parlamento non trovi un accordo.

Il mercato non ha aspettato l’agenzia

Se Moody’s ha scelto la prudenza, gli investitori avevano già espresso il proprio verdetto nei giorni precedenti. Mercoledì 21 ottobre il rendimento dell’OAT a dieci anni ha superato per la prima volta da luglio 2002 la soglia psicologica del 5%, e giovedì 22 si è spinto fino al 5,1415% in seduta. Nella stessa giornata il decennale francese ha superato il rendimento del Treasury statunitense di pari scadenza, un sorpasso che non si vedeva dal 2013. Venerdì la chiusura è arrivata al 5,02%, contro il 3,61% del 2 gennaio, secondo i dati riportati da CNBC, il che significa che in meno di dieci mesi il costo del debito decennale di Parigi è salito di 1,41 punti percentuali.

Ancora più eloquente è la traiettoria dello spread con il Bund, l’indicatore che meglio misura il rischio specifico attribuito alla Francia. Il differenziale, che a inizio anno era di appena 71 punti base, ha superato i 160 punti giovedì ed è arrivato a sfiorare i 175 punti, il livello più alto dal novembre 2011, quando la crisi greca costrinse la Banca centrale europea a intervenire per difendere la moneta unica. Venerdì sera, con il Bund al 3,34%, lo scarto di chiusura si attestava a 168 punti base.

Per i lettori italiani il dato più sorprendente è forse un altro. Alla fine della settimana il BTP decennale rendeva il 4,616%, con uno spread sul Bund intorno ai 126 punti base, e dunque oggi lo Stato francese paga sul debito a dieci anni più di quanto paghi l’Italia, un’inversione delle gerarchie che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Che il problema sia percepito come francese e non europeo lo conferma anche il fatto che, nello stesso mese, gli spread italiani e greci si sono ristretti. A pagare il conto in Borsa sono state soprattutto le banche, con Société Générale e BNP Paribas più volte in fondo al CAC 40.

Lunedì il sollievo, ma le scadenze restano

La prima seduta dopo la decisione si è aperta in un clima più disteso. Alle 8:15 ora italiana di lunedì 26 ottobre il rendimento dell’OAT decennale scambiava al 4,97%, di nuovo sotto la soglia del 5%, mentre i future sui titoli francesi guadagnavano lo 0,6% e quelli sul CAC 40 circa lo 0,7% nelle contrattazioni del primo mattino. Ad alleggerire il quadro ha contribuito anche lo svolgimento in larga parte pacifico delle manifestazioni di sabato 24 ottobre, il secondo atto della mobilitazione dopo i disordini seguiti al corteo del 17 ottobre.

Le ragioni di inquietudine, tuttavia, sono rimaste tutte sul tavolo. La legge di bilancio non è ancora approvata, l’outlook di Moody’s resta negativo, i sindacati hanno proclamato uno sciopero nazionale per il 5 novembre e il Brent ha chiuso la settimana a 115,25 dollari al barile sullo sfondo delle tensioni in Medio Oriente. La tregua concessa venerdì sera, insomma, compra tempo a Parigi senza risolvere il nodo di fondo, che resta la capacità di un sistema politico frammentato di rimettere in ordine i conti a pochi mesi dalle presidenziali.

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Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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