L’intesa con Generative Bionics porta il gruppo di San Donato dentro la corsa alla Physical AI. Ma mentre si studiano robot e materiali, il piano industriale continua a puntare su più petrolio e più gas fino al 2030.
Delle tante righe del comunicato con cui Eni ha annunciato l’accordo con Generative Bionics, la più concreta riguarda i piedi di un robot. Tra i filoni della collaborazione c’è infatti l’evoluzione del sistema piede/scarpa di GENE.01, l’umanoide della startup, per arrivare a soluzioni più leggere e resistenti, con un migliore assorbimento degli urti e una maggiore aderenza, sfruttando le competenze di Versalis e della sua controllata Finproject. Un dettaglio che racconta bene l’operazione: una grande compagnia petrolifera che si presenta all’appuntamento con l’innovazione più alla moda del momento e, per ora, porta in dote la sua chimica delle plastiche.
Cosa prevede l’accordo
Il memorandum of understanding, firmato il 30 settembre a San Donato Milanese, ha l’obiettivo dichiarato di valutare possibili ambiti di collaborazione tecnologica e industriale nella robotica avanzata. Il verbo conta. Nel testo si parla di analisi, sperimentazione, valutazione e identificazione. Nessuna cifra, nessun impegno vincolante, nessun calendario.
Le aree indicate vanno dall’impiego degli umanoidi negli impianti Eni per ispezioni, teleoperazione e assistenza remota alla possibile messa a disposizione dei siti industriali del gruppo per produzione, assemblaggio e test, fino alla cooperazione su utilizzo e riciclo delle batterie e all’eventuale accesso alla capacità di supercalcolo di Eni per addestrare i modelli di Physical AI.
L’intesa arriva dopo l’investimento che Eni, attraverso il suo veicolo di venture capital Eni Next, ha fatto nella startup nel dicembre 2025. Generative Bionics, nata come spin-off dell’IIT di Genova e guidata da Daniele Pucci, aveva raccolto allora 70 milioni di euro in un round guidato da CDP Venture Capital, con AMD Ventures, Duferco, Eni Next, RoboIT e Tether.
Occhio al circuito: Cassa Depositi e Prestiti e il Ministero dell’Economia sono gli azionisti pubblici che esercitano un’influenza dominante su Eni e la stessa galassia CDP ha guidato il finanziamento della startup con cui ora Eni firma l’accordo. Nulla di irregolare, ma è difficile leggerla come una scommessa di mercato nata dal basso. È capitale pubblico che dialoga con sé stesso.
Il problema non è il robot
Sia chiaro, il progetto in sé ha una sua logica. Generative Bionics ha completato il prototipo di GENE.01 in sei mesi dalla presentazione al CES di Las Vegas di gennaio e lo sta già adattando alla saldatura nei cantieri navali con Fincantieri. Mandare una macchina al posto di un tecnico in un ambiente pericoloso è una buona notizia per chi lavora negli impianti.
Ma nella robotica per l’oil & gas Eni non è all’avanguardia ma arriva in fila. Exxon Mobil, Chevron, Aramco, Equinor, TotalEnergies, Shell e BP hanno tutte aumentato gli investimenti in robotica, che nel settore spazia da droni e quadrupedi a veicoli sottomarini autonomi per ispezione e manutenzione, e Aramco è in trattativa avanzata per entrare nel round da 200 milioni di dollari della londinese Humanoid, che la valuterebbe circa un miliardo.
Le major petrolifere hanno capito da tempo che la Physical AI è il racconto tecnologico del momento e che esserci costa relativamente poco.
C’è poi una questione di fondo: a cosa servono questi robot nel perimetro di Eni? Ispezionare, manutenere, sorvegliare impianti. In altre parole, rendere più sicura ed efficiente l’attività esistente, che resta in larga parte quella di estrarre e lavorare idrocarburi. È innovazione al servizio del business di sempre, non della sua trasformazione.
I numeri da conoscere
Per capire dove va Eni basta leggere i suoi documenti per gli investitori. Nel piano 2026-2030 presentato a marzo, il gruppo prevede che la produzione reported cresca del 3-4% l’anno fino al 2030, con un portafoglio di progetti in sviluppo che dovrebbe garantire 850 mila barili di olio equivalente al giorno nel 2030 e un tasso di rimpiazzo delle riserve di idrocarburi in media sopra il 140% per il resto del decennio.
Un tasso di rimpiazzo superiore al 100% significa che le riserve aggiunte attraverso nuove scoperte, estensioni, acquisizioni o altri fattori superano quelle prodotte nel periodo considerato. È quindi un indicatore coerente con una strategia ancora fortemente orientata alla continuità dell’upstream.
Nel secondo trimestre 2026 la produzione è salita a 1,79 milioni di boe al giorno, con una crescita dell’11% su base omogenea; Eni ha alzato la previsione di crescita annua a circa il 5% e portato il piano di riacquisto di azioni proprie a 3,4 miliardi di euro. Nell’arco di piano il gruppo stima circa 71 miliardi di flusso di cassa operativo e oltre 40 miliardi di free cash flow.
Sul fronte climatico, gli obiettivi ci sono. Eni punta all’azzeramento delle emissioni nette Scope 1 e 2 dell’upstream entro il 2030 e di tutto il gruppo entro il 2035. Ma le emissioni che contano di più per una compagnia petrolifera sono quelle generate da chi brucia i suoi prodotti, lo Scope 3, e lì il traguardo è formulato diversamente: il net zero al 2050 su Scope 1, 2 e 3 è espresso in termini di intensità emissiva, con una riduzione del 15% al 2030 e del 50% al 2040 rispetto al 2018. Un obiettivo di intensità misura le emissioni per unità di energia venduta e, se i volumi crescono, le emissioni assolute possono crescere anche mentre l’intensità scende.
Quando presentò la sua roadmap climatica, Claudio Descalzi indicò per la produzione di petrolio e gas un plateau nel 2025, seguito da un declino flessibile negli anni successivi, soprattutto per la componente petrolifera. Il 2025 è passato, e il piano oggi parla di crescita.
Troppo tardi o fuori bersaglio?
Gli umanoidi industriali sono ancora una tecnologia da dimostrare su larga scala, e su quel fronte Eni non è in ritardo. Il problema è che il robot è fuori bersaglio rispetto alla domanda che pesa davvero sul gruppo, cioè quanto petrolio e gas intende estrarre nei prossimi decenni. Ogni annuncio di open innovation, dal supercalcolo all’intelligenza artificiale fino alla robotica, offre a Eni una nuova vetrina tecnologica mentre il motore economico del gruppo resta ancora largamente legato agli idrocarburi.
Una domanda che, peraltro, sta per arrivare anche in tribunale. Nel luglio 2025 la Cassazione ha stabilito che Eni e lo Stato, in quanto azionista, possono essere chiamati in giudizio per i danni del cambiamento climatico nella causa promossa da Greenpeace Italia, ReCommon e dodici cittadini. Secondo quanto riporta la stessa Eni, a gennaio il Tribunale di Roma ha respinto la richiesta di consulenza tecnica delle parti attrici e ha fissato l’udienza di decisione all’11 febbraio 2027.