Forex EUR/USD: il dollaro è destinato a terminare la sua corsa al rialzo, ecco perché

A prescindere dagli effetti del Quantitative easing europeo, sono molte le ragioni che fanno pensare a una fine imminente della corsa al rialzo del dollaro, già sostanzialmente rallentata negli ultimi mesi: ecco quali sono.

I pareri sull’andamento del cross principale del cambio delle valute sono molteplici e differenti ma, alla luce degli ultimi dati relativi all’economia americana sono molte le ragioni che fanno pensare che il rafforzamento del dollaro avvenuto negli ultimi mesi sia destinato a interrompersi definitivamente, dopo aver subito recentemente un consistente rallentamento.

Considerando l’andamento del cambio euro/dollaro negli ultimi 6 mesi non si può fare a meno di notare un sostanziale indebolimento dell’euro nei confronti del dollaro, per effetto, soprattutto, del Quantitative Easing messo in campo dalla BCE. Da quota 1,31 dello scorso settembre, si è passati, infatti all’attuale quota 1,11 (l’euro è oggi a quota 1.116735 contro il dollaro con variazione del -0,11% - rilevazione delle ore 12.29) .

Cosa potrebbe succedere nel prossimo futuro? In una prospettiva di medio termine (1-2 anni) le prospettive e le previsioni degli operatori di settore sono divergenti . C’è chi, come Goldman Sachs, prevede un rafforzamento del dollaro fino al raggiungimento della parità con l’euro e chi, addirittura, crede che il dollaro continuerà il suo trend positivo e si rafforzerà talmente tanto da toccare quota 0,8 fra qualche anno a causa di una nuova crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona.

Secondo altri analisti il dollaro, invece, perderà molta della sua forza, arrivando a quota 1,5 dal momento che gli Stati Uniti potrebbero finire di nuovo in recessione e la Fed sarebbe costretta a replicare le già praticate strategie espansive mettendo in campo l’ennesimo Quantitative easing che condurrebbe a effetti già noti ai più.

Anche se, almeno al momento attuale, una recessione degli Stati Uniti sembra assai poco probabile, la fine della corsa al rialzo del dollaro sembra essere sempre più prossima. Ne sono convinti gli analisti di molte banche d’investimento statunitensi che prevedono un ulteriore rallentamento del dollaro contro l’euro (probabilmente fino a quota 1,10) dopo quello già avvenuto nei giorni scorsi.

A questo punto ci si potrebbe chiedere qual è la motivazione di queste previsioni e quanto debbano essere tenute in considerazione.

Chi crede in un prossimo rialzo del dollaro è sostenuto nelle sue convinzioni dalla fine dell’atteggiamento paziente della Fed e dalla convinzione che la Federal Reserve opterà per un rialzo dei tassi, prevedibilmente entro l’estate. A tal proposito c’è in realtà da chiedersi se la Fed procederà effettivamente in tal senso.

Sarebbe un atteggiamento in controtendenza rispetto alle politiche espansive che si stanno mettendo in atto in tutto il resto del mondo (non solo Europa ma, in questi giorni, anche Cina, oltre che il classico Giappone) ma, al di là delle tendenze in atto, sarebbe un atteggiamento sostenuto da motivazioni deboli, dal momento che gli Stati Uniti non hanno nulla da temere riguardo all’inflazione: nonostante il timido rialzo dei salari, infatti, l’inflazione generale americana è quasi a zero, mentre la versione core è stata recentemente confermata all’1,3%. Né possono essere ritenute determinanti ragioni quali la ripresa economica o l’accelerazione dell’economia americana, dal momento che tutti gli indicatori macro (basta pensare alle domande per i sussidi di disoccupazione) segnalano un rallentamento della crescita americana e la scelta di muovere i tassi determinerebbe un aumento del costo del denaro che non farebbe altro che bloccare quella stessa crescita su cui permangono molte ombre.

Al di là delle chiose al lessico della Fed che nei suoi comunicati utilizza l’aggettivo «paziente» per indicare l’allontanarsi o l’avvicinarsi (nel caso in cui questo aggettivo venisse effettivamente eliminato dai comunicati del FOMC, la divisione di politica monetaria della Fed) del rialzo dei tassi è ipotizzabile che la stessa Fed adotti un atteggiamento pragmatico, più che paziente, e rinvii a data da destinarsi quell’intervento di rialzo dei tassi e dei rendimenti che attualmente non sembra così indispensabile, se non a detrattori della Fed, come Bill Gross che ha segnalato il pericolo chi i tassi a zero, a lungo andare, distruggano il risparmio e comprimano la crescita.

La Fed, infine, potrebbe essere portata a evitare un rialzo dei tassi e, quindi, a non mettere in campo azioni determinanti per il rialzo del dollaro, per un’inversione dei flussi di investimento. Questi ultimi si sono concentrati negli ultimi tempi sull’Europa, proprio in vista del Quantitative Easing europeo, ma si tratta di una tendenza che non potrà continuare in eterno e, qualora si invertisse effettivamente non sarebbe di certo contrastata dalla Fed.

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