Guerra commerciale Europa-USA in arrivo? Tutta colpa della Digital Tax

Crescono le tensioni fra Stati Uniti ed Unione europea dopo la sospensione dei negoziati per una tassazione globale sui servizi digitali.

Guerra commerciale Europa-USA in arrivo? Tutta colpa della Digital Tax

Nuovi venti di guerra commerciale corrono fra le sponde dell’Atlantico dopo la decisione degli Stati Uniti di sospendere la propria partecipazione ai tavoli dell’OCSE per l’introduzione di una tassa globale sul commercio digitale, accompagnata dalla minaccia di ritorsioni nel caso l’UE intenda procedere per conto proprio.

La scelta arriva poche settimane dopo l’annuncio di un’indagine sulla tassazione digitale proposta o già introdotta in nove Paesi, fra cui diversi membri dell’Unione europea, che colpiscono i giganti della Silicon Valley rappresentando, secondo l’amministrazione Trump, una pratica sleale ai danni dell’economia statunitense.

La Commissione europea, per bocca della vice-presidente Vestager, risponde dicendosi pronta ad andare davanti da sola, anche senza un accordo globale, per imporre una tassazione UE sui servizi digitali e sulle entrate da essi derivanti in territorio europeo, preparando le contromisure all’eventualità di nuovi dazi commerciali da Washington.

Le relazioni economiche e geopolitiche transatlantiche toccano così un nuovo minimo storico attorno alla questione della giustizia fiscale per le grandi multinazionali del Web.

Trump contro la Digital Tax

Con una lettera inoltrata ai ministri delle Finanze di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito, di cui ha dato notizia il Financial Times, il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Steven Mnuchin, annunciava l’abbandono dei colloqui con in partner europei promossi dall’OCSE per la definizione di un modello di tassazione globale per l’economia digitale.

L’amministrazione Trump mette nero su bianco la sua indisponibilità a un accordo che colpirebbe i redditi delle grandi multinazionali statunitensi del digitale nei Paesi in cui forniscono i loro servizi. Poche settimane prima Washington aveva annunciato l’avvio di un’indagine sulle tasse ai servizi digitali introdotte o pianificate da parte di diversi Paesi – con Francia, Italia e Regno Unito in primo piano -, con l’obiettivo esplicito di adottare nei loro confronti nuove sanzioni commerciali in risposta a quelle che vengono giudicate pratiche fiscali sleali e discriminatorie.

Nella stessa lettera, Mnuchin minaccia ritorsioni commerciali da parte statunitense contro i Paesi che intenderanno procedere all’introduzione e riscossione della Digital Tax.

Il ritiro dei negoziatori statunitensi segna probabilmente la fine del confronto internazionale avviato in seno all’OCSE per una riforma condivisa a livello globale sulla tassazione delle multinazionali americani del Web. Il tavolo era stato aperto nel 2019 su insistenza della Francia, fra le prime a introdurre una Digital Tax entro i confini nazionali, proprio per superare le divergenze fra agli Stati Membri dell’UE e arrivare a una soluzione concordata col governo degli Stati Uniti.

Parigi aveva così sospeso la riscossione della tassa, che avrebbe procurato la ritorsione statunitense con l’introduzione di dazi sul vino, formaggi e una varietà di altri prodotti importati dalla Francia. La scelta statunitense di abbandonare i tavoli fa svanire le prospettive di un accordo globale, lasciando l’introduzione di una tassazione sul commercio digitale ai singoli Paesi, in maniera unilaterale, e aprendo così a nuove tensioni commerciali con Washington.

Come avverte il segretario generale dell’OCSE Angel Gurria, la fine dei negoziati sulla Digital Tax potrebbe avere gravi implicazioni, aprendo le porte a nuovi scenari di guerre commerciali fra Stati Uniti ed Europa nel contesto di una crisi economia globale provocata dalla pandemia di Coronavirus, affossando ulteriormente le prospettive di ripresa.

L’Europa decisa a “fare da sola”, anche senza gli Stati Uniti

La Commissione europea, insieme ai governi di Francia e Italia, hanno risposto alla decisione dell’amministrazione Trump ribadendo la volontà di procedere alla costruzione di un modello di tassazione europeo per i servizi digitali, anche in assenza di un accordo globale.

Le entrate derivanti da una Web Tax risulterebbero tanto più urgenti agli occhi di Parigi, Roma e Madrid per finanziare la spesa pubblica derivante dall’emergenza Covid-19. Il ministro dell’economia francese, Le Maire, ha già dichiarato che Parigi procederà in ogni caso a implementare la tassa digitale entro la fine del 2020, mentre da Roma il ministro Gualtieri rilancia la necessità di un approccio armonizzato a livello europeo.

A fine giugno, sono sette i Paesi del Continente europeo (Francia, Italia, Regno Unito, Ungheria, Austria, Polonia e Turchia) ad avere adottato forme di tassazione per i servizi digitali, mentre altri governi (Belgio, Repubblica Ceca, Slovacchia, Spagna, Lettonia, Norvegia e Slovenia) hanno avanzato o annunciato simili proposte di legge.

I modelli di contribuzione già introdotti i proposti variano notevolmente fra loro. Mentre l’Austria e l’Ungheria tassano i redditi derivanti dalle pubblicità online, in Francia e Italia la base imponibile è più ampia, coprendo una più ampia gamma di attività legate ai servizi offerti dalle compagnie del digitale. Anche le aliquote fiscali appaiono assai divergenti, spaziando dal 2 percento del Regno Unito fino al 7,5 percento in vigore in Ungheria e Turchia. Per quanto tali normative siano state introdotte in via provvisoria fino alla definizione di un approccio comune, la fine dei colloqui con l’interlocutore principale, gli Stati Uniti, rende incerte le prospettive di un futuro accordo globale.

La proposta OCSE per una Digital Tax globale

La proposta discussa in seno all’OCSE, fino all’abbandono dei negoziatori statunitensi, si basa su due pilastri, entrambi rivolti a colpire i redditi delle multinazionali del Web raccolti al di fuori dei Paesi in cui hanno residenza fiscale.

Da una parte l’OCSE prevede che i Paesi in cui vengono realizzate effettivamente le vendite delle compagnie del digitale possano avere diritto a imporre una tassazione su parte di quegli utili. Svincolare la capacità di tassazione dal luogo di residenza fiscale alle giurisdizioni in cui concretamente si realizzano i ricavi costituisce la maggiore innovazione dei modelli di Web Tax rispetto a quelli tradizionali, in quanto forma di tassazione più adeguata a rispondere alle peculiarità dell’economia digitale e a garantire una corrispondente equità fiscale nei Paesi in cui operano colossi tecnologici della Silicon Valley come Google, Facebook e Amazon. In base a tale principio, la proposta OCSE colpirebbe in parte anche le aziende di beni di lusso europee che fanno affari negli Stati Uniti.

Allo stesso tempo, il secondo pilastro della proposta prevede l’introduzione di un’aliquota fiscale minima per tutti i Paesi partecipanti all’accordo, finalizzata a contrastare la competizione fiscale al ribasso fra i governi per attirare nelle proprie giurisdizioni le sedi delle società multinazionali del Web.

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