Carry Trade: l’USD passerà il testimone all’Euro nei mercati emergenti nel 2015

La politica monetaria accomodante della Federal Reserve ha avuto in questi anni l’effetto di rendere il dollaro la moneta più utilizzata nel finanziamento dell’economia della Turchia: questa situazione potrebbe ribaltarsi nei prossimi anni.

Il carry trade è un particolare fenomeno finanziario che si verifica quando gli investitori, interessati a speculare, prendono in prestito una valuta in un paese in cui i tassi di interesse sono bassi e poi investono quella stessa valuta in un paese in cui i tassi di interesse sono più elevati, dal momento che la loro situazione è ritenuta foriera di un rischio valutario o geopolitico maggiore e deve, quindi, mettere in campo strumenti di politica monetaria idonei ad attrarre i capitali stranieri.

Questo fenomeno finanziario si è finora verificato utilizzando il dollaro e, più raramente lo yen, come valute prese in prestito in un Paese che adotta tassi d’investimento molto bassi e una politica monetaria espansiva (ovvero il quantitative easing messo in campo dalla Fed di Bernancke negli scorsi anni) per poi reinvestirle in mercati emergenti: in questi casi maggiore è il divario tra gli oneri finanziari e il rendimento e maggiore è il profitto che si realizza.

Un caso emblematico di applicazione del carry trade è la Turchia che si è rivelata, nel 2014, una vera e propria gallina dalle uova d’oro per quegli investitori che hanno assunto il dollaro come valuta di finanziamento e hanno investito sulla lira turca. La Turchia è un Paese contrassegnato da una forte fase di crescita che associa allo sviluppo economico, sostenuto dal know how dei cervelli fuggiti anni prima, sopratttutto in Germania, e ora sulla via del ritorno nella madrepatria a una situazione politica instabile dove il governo di Erdogan, pur mantenendo il potere è scosso frequentemente da agitazioni interne ed esterne, quali il conflitto siriano.

Tutti questi elementi hanno determinato nel 2014, un tasso di riferimento dal 4,5% al 10%, oggi al 8,25%, che ha ingenerato consistenti profitti per quegli investitori che hanno applicato la tecnica del carry trade e hanno ottenuto almeno tre punti percentuali di rendimenti annuali, al netto del tasso di inflazione turco.

Nel 2015 tuttavia, lo scenario in cui si muove il carry trade potrebbe cambiare sensibilmente, dal momento che il dollaro si sta configurando come la moneta forte dei mercati valutari mondiali, un ruolo che potrebbe essere ancor più rafforzato dalle prossime decisioni della Federal Reserve riguardo ai tassi d’interesse statunitensi di cui è prevista un’imminente revisione al rialzo.

Secondo le rilevazioni di Bloomberg gli operatori finanziari che hanno preso in prestito dollari per comprare azioni o bond (titoli di stato) in lire turche hanno guadagnato il 5,8% nel mese di Novembre 2014, mettendo a segno il quarto maggior ritorno tra i 23 mercati emergenti d cui Bloomberg valuta l’andamento. Complice anche il rally di fine anno di Wall Street, il recente rialzo del dollaro e il crollo della lira turca nei confronti del biglietto verde, con una perdita del 4,2% ha determinato un repentino cambiamento in questa situazione, facendo ridurre del 2% i guadagni degli investitori del mese di Dicembre e erodendo i profitti di investimento in bond sovrani.

La sofferenza della lira, come la sofferenza delle valute di gran parte dei paesi emergenti, considerati dei mercati rischiosi, è iniziata proprio quando sono circolate le prime voci riguardo a un’imminente revisione al rialzo dei tassi d’interesse da parte della Fed, in concomitanza con i dati positivi relativi all’economia statunitense. Dopo nove anni di politica monetaria espansiva, anche se a Dicembre i tassi d’interesse USA sono rimasti invariati, la lira turca ha iniziato a indebolirsi subendo il più grande deficit delle partite correnti in un paese in via di sviluppo, un fenomeno questo che ha reso la Turchia estremamente vulnerabile dal punto di vista del deflusso dei capitali.

Una lira indebolita fino al livello record di 2,4146 per dollaro (lo scorso 16 dicembre) con rendimenti sui bond a due anni scesi di 222 punti base, al 7,88% di oggi, hanno portato, lo scorso 24 Dicembre, la Banca Centrale Turca, alla scelta di lasciare i tassi invariati all’8,25.

Secondo gli analisti finanziari turchi, il 2014 è stato l’anno del dollaro e questa moneta raggiungerà nel 2015 nuovi record nei confronti della lira turca.
Nello scenario turco del prossimo anno, tuttavia, il ruolo decisivo lo giocherà l’inflazione che continua a crescere (+9,15% nel mese di Novembre) nonostante il crollo del prezzo del petrolio (-50% dallo scorso Giugno). La discesa del prezzo del petrolio e, più in generale delle materie prime, tuttavia, determinerà secondo gli analisti un rallentamento dell’inflazione, un fattore, questo, che sosterrà la lira anche qualora la Banca Centrale Turca fosse costretta a ridurre i tassi d’interesse, come chiede insistentemente il Governo, per favorire l’economia.

In concomitanza con un’imminente crescita del dollaro, questa situazione potrebbe favorire l’Euro che potrebbe spodestare il dollaro come valuta preferita per finanziare il carry trade. Un’opportunità quest’ultima che la messa in campo del quantitative easing da parte della BCE renderebbe assai più probabile (dal momento che questa scelta porterebbe con sé un ulteriore rafforzamento del dollaro). Anche se ciò dovesse avvenire, comunque, nel 2015 è pressoché certo che anche i trader che hanno finanziato in euro i loro investimenti sul debito in lire turche (bond) non avranno gli stessi, eccezionali, rendimenti che hanno ottenuto quest’anno (15,2%).

Quel che è certo, invece, è che la lira continuerà a scendere contro il dollaro, un dato questo, che, pur non rallegrando gli investitori internazionali, sempre a caccia di rendimenti stabili, consolerà quanto meno, gli esportatori turchi.

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