CETA a rischio, Cipro vota contro: cosa succede ora all’accordo commerciale UE-Canada?

Il Parlamento di Cipro ha negato la ratifica dell’accordo commerciale fra Unione europea e Canada (CETA), mettendo a rischio la sua piena entrata in vigore dopo tre anni dalla sua introduzione in via provvisoria.

CETA a rischio, Cipro vota contro: cosa succede ora all'accordo commerciale UE-Canada?

Il Parlamento di Cipro ha votato contro la ratifica del CETA, il trattato commerciale di libero scambio fra Unione europea e Canada firmato nell’ottobre del 2016 ed entrato in vigore nel settembre 2017 in forma provvisoria, in attesa della ratifica degli Stati membri dell’UE.

Per la prima volta un Paese membro dell’UE rigetta formalmente la ratifica dell’accordo transatlantico, bloccandone così la piena entrata a vigore a livello europeo e compromettendone la tenuta.

Il Parlamento di Cipro contro il CETA

Il partito della sinistra AKEL e i socialisti hanno aggregato al Parlamento di Cipro un fronte ampio che ha rigettato a grande maggioranza l’accordo commerciale fra UE e Canada, raccogliendo 37 voti contrari contro i 18 favorevoli della destra. A muovere l’opposizione parlamentare al CETA sono state sia la mancanza di tutele contro le imitazioni di un prodotto tipico dell’agroalimentare cipriota, come il formaggio di capra Halloumi, esportato in tutto il mondo, sia considerazioni più generali sulla natura e obiettivi dell’accordo transatlantico.

Per il Parlamento di Cipro infatti il sistema di libero scambio istituito con il CETA rafforzerebbe la competitività dei gruppi multinazionali a scapito dei piccoli produttori in diversi settori chiave dell’economia nazionale, dall’agroalimentare ai servizi.

A destare preoccupazione è soprattutto il paventato abbassamento degli standard qualitativi e sanitari nel settore agroalimentare, legati all’uso più ampio di pesticidi nell’agricoltura canadese (in primo luogo il glifosato), unitamente alla creazione di un corte arbitrale internazionale a tutela di quelle aziende che si reputassero danneggiate nei loro investimenti dai provvedimenti adottati dai governi di Paesi aderenti al CETA.

L’istituzione di simili corti arbitrali internazionali nel quadro dei trattati commerciali di nuova generazione è resa necessaria secondo i negoziatori per assicurare un’effettiva garanzia agli investimenti privati secondo i termini previsti dallo stesso accordo.

Di contro, movimenti e organizzazioni della società civile hanno puntato il dito contro un sistema che permetterebbe agli investitori di citare in giudizio i governi per ogni misura tale da creare distorsioni nei mercati, limitare le attività commerciali e i rendimenti attesi sugli investimenti effettuati, con penali da miliardi di dollari, il tutto a scapito delle politiche sociali, salariali e per l’ambiente.

Cosa succederà al CETA ora?

Con il voto del Parlamento di Cipro adesso l’intero trattato fra UE e Canada è a rischio. Il CETA è stato infatti introdotto nell’UE in via provvisoria e parziale il 21 settembre 2017, in attesa della richiesta ratifica da parte di tutti i 27 (all’epoca 28) Paesi membri. Il trattato è stato ratificato sinora da 15 governi, fra cui la Spagna, Austria, Svezia e Portogallo.

In Italia l’avvio dell’iter di ratifica è stato sospeso nel 2017 a seguito di una vasta opposizione dentro e fuori il Parlamento, e da allora tenuto nel cassetto dai governi che si sono succeduti. Allo stesso modo, la ratifica del CETA è stata rinviata anche in Francia per le spaccature interne all’assemblea nazionale.

Con il voto contrario proveniente dal piccolo Stato di Cipro l’iter di approvazione del CETA potrebbe saltare, facendone venire meno la possibilità di una sua applicazione piena. Con la notifica alla Commissione europea, il governo di Cipro potrebbe quindi mettere del tutto fine al più ampio trattato commerciale approvato dall’UE negli ultimi anni e fra i più contestati a livello internazionale.

Esponenti del governo cipriota hanno dichiarato in seguito al voto parlamentare che Nicosia cercherà di negoziare alcune esenzioni mirate nel quadro dell’accordo a tutela dei prodotti tipici dell’isola, in modo da sottoporre nuovamente l’accordo al voto del Parlamento e non bloccare il processo di ratifica a livello europeo.

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