Guerra dei dazi: la società che ha licenziato tutti i dipendenti per via delle tariffe

Un’azienda statunitense che assembla televisori si è detta obbligata a licenziamenti di massa per via delle tariffe imposte da Trump

Guerra dei dazi: la società che ha licenziato tutti i dipendenti per via delle tariffe

Quasi tutti i dipendenti licenziati come conseguenza delle tariffe in arrivo dalla guerra dei dazi.
È questa la drastica decisione a cui si dice costretta una società della Carolina del Sud, in procinto di affrontare chiusure di stabilimenti e tagli al personale nei mesi a venire.

Una scelta che fa rumore, specie in vista delle più recenti minacce e controminacce intercorse tra Usa e Cina, con quest’ultima che si è detta pronta a rispondere alla Casa Bianca, che ha ufficializzato ieri la lista dei 279 beni di Pechino da colpire.

’Chiuso per guerra commerciale’

Element Eletronics, azienda statunitense della Carolina del Sud, ha messo in conto di licenziare quasi tutti i suoi dipendenti - 126 persone - a causa delle tariffe imposte dell’amministrazione Trump.

L’azienda, che assembla televisori, ha reso nota la necessità di tagliare forza lavoro all’inizio della settimana. Contestualmente, ha previsto anche la chiusura del suo stabilimento di Winnsboro.

La società ha etichettato i licenziamenti e i probabili lucchetti alla fabbrica come il risultato diretto delle tariffe USA sui beni importati dalla Cina, che includono componenti che Element utilizza per assemblare le TV.

I licenziamenti partiranno da ottobre. Entro la fine dell’anno, il parco dipendenti si presenterà in una forma piuttosto ristretta, riducendosi ad 8 persone.
Si tratta di una notizia particolarmente dura soprattutto per Winnsboro e le sue comunità circostanti, a causa dei recenti tagli ai posti di lavoro. La zona ha infatti assistito di recente alla chiusura di un negozio Walmart, una fabbrica tessile e la cancellazione dei piani che avrebbero portato alla costruzione di due reattori nucleari.

Element ha fatto sapere che sta facendo il possibile per battersi contro la tassazione dei beni con cui lavora e che spera di non essere costretta a chiudere nessun impianto. Ma è stata molto chiara riguardo le responsabilità di una situazione simile:

“Il licenziamento e la chiusura sono il risultato delle nuove tariffe imposte di recente - e in maniera del tutto inaspettata - su molti prodotti importati dalla Cina, incluse componenti chiave per le nostre operazioni di assemblaggio a Winnsboro”.

A luglio, la Casa Bianca ha imposto tariffe del 25% su importazioni cinesi per un valore complessivo di 34 miliardi di dollari. Pechino, accusando gli Stati Uniti di “bullismo commerciale”, ha quasi subito applicato le cosiddette tariffe di ritorsione su prodotti americani di pari valore.

Ora gli Stati Uniti pianificano ulteriori dazi per una cifra che si aggira sui 16 miliardi di dollari di merci cinesi, a partire dal 23 agosto.

Volvo, Harley Davidson e le altre società piegate dai dazi

Prima di Element, già diverse società hanno evidenziato il pericolo occupazionale scaturito dalla guerra dei dazi. Volvo sta valutando la possibilità di ridurre i posti di lavoro presso il proprio stabilimento di produzione a Ridgeville, aperto appena lo scorso giugno. General Motors e BMW si sono rivolte al dipartimento del commercio evidenziando timori per un contesto fatto di prezzi di lavoro più elevati e minore produzione.

Harley-Davidson ha annunciato di spostare la produzione dei suoi veicoli europei oltreoceano; decisione scaturita a seguito delle tariffe rappresaglia del 31% imposte dall’UE contro i dazi di Trump su acciaio e alluminio, attivi da inizio giugno.

A livello di numeri complessivi, la Solar Energy Industries Association, organizzazione dedicata al settore dell’energia solare, ha stimato una perdita potenziale di oltre 23.000 posti di lavoro nel comparto. Mentre la Camera di commercio degli Stati Uniti ha parlato di una cifra che - contando l’intero territorio USA e tenendo in considerazione tutti i settori - potrebbe aggirarsi attorno ai 2,6 milioni di posti di lavoro perduti.

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