Melegatti: dopo il fallimento si apre faida familiare?

Era atteso ed è arrivato, il fallimento della storica azienda veronese: nonostante i numerosi tentativi messi in campo per salvarla, non ce l’ha fatta. Una sconfitta che pesa sull’intero Made in Italy e che – sostiene qualcuno – si poteva evitare. Intanto nella famiglia della Melegatti si affilano i coltelli.

Melegatti: dopo il fallimento si apre faida familiare?

Calano i titoli di coda sulla vicenda della Melegatti. La storica azienda di Verona è stata dichiarata fallita dal tribunale di Verona. Una crisi che andava avanti ormai da mesi e che non si è riusciti a gestire, nonostante i tentativi di far risorgere una delle fabbriche più prestigiose del Paese.

Dopo 124 anni di attività, cessa dunque la produzione dei pandori che hanno fatto la fortuna della Melagatti, lasciando a casa 350 lavoratori e impoverendo un intero territorio.

Alle vicissitudini degli ultimi mesi, si aggiungo ora, a giochi ormai chiusi, anche piccole faide interne alla famiglia che aveva in mano la società: la figlia del presidente deceduto nel 2005 accusa la seconda moglie del padre di aver distrutto l’azienda.

Il fallimento

Il 29 maggio scorso il Tribunale di Verona ha dichiarato il fallimento della Melegatti. L’azienda non è riuscita a far fronte alla pesante situazione debitoria che secondo le ultime stime ammonterebbe a circa 50 milioni di euro.

Un macigno enorme per la Melagatti, che negli ultimi mesi ha visto più volte concretizzarsi e poi svanire opportunità di ripresa. Tutto è stato inutile.

Anche la campagna lanciata sui social dai dipendenti sotto le festività natalizie, attraverso la quale si invitava ad acquistare i prodotti Melegatti per contribuire al rilancio dell’azienda e non fermare il ciclo produttivo. Quel milione e mezzo di pandori venduti in tutto il Paese però non è bastato a cambiare le sorti dell’azienda.

Già a Pasqua le difficoltà apparivano sempre più serie e l’ipotesi della cassa integrazione per i 350 lavoratori – tra dipendenti e stagionali – sembrava essere sempre più concreta.

A maggio, l’interesse di un fondo americano specializzato in ristrutturazioni aziendali aveva lasciato sperare in un lieto fine. Ma l’offerta di “appena” 20 milioni di euro presentata da D.E. Shaw & C per risanare i conti non sarebbe bastata a coprire neanche la metà dei debiti che la Melegatti ha nei confronti dei creditori.

Al giudice di Verona non è rimasto così che accogliere l’istanza presentata venerdì dal pubblico ministero Alberto Sergio e dichiararne il fallimento, rigettando la richiesta di una proroga per un eventuale concordato, che nelle intenzioni avrebbe potuto salvare il marchio dell’azienda e offrire maggiori garanzie ai lavoratori.

La faida interna alla famiglia

Subito dopo la diffusione della notizia del fallimento Melegatti, sembra essersi aperta una faida interna alla famiglia che ne gestisce l’attività. In particolare, Silvia Ronca, figlia di Salvatore, presidente di Melegatti scomparso nel 2005, ha affidato a Facebook un suo sfogo carico di rabbia, amarezza e delusione.

La donna, pur senza citare alcuno, sembra avercela soprattutto con Emanuela Perazzoli, seconda moglie del padre, che dopo la morte dell’uomo ha preso in mano le redini della Melegatti.

“Sei morto un’altra volta con la differenza, papà, che mentre nella prima piangeva solo la tua famiglia, quella vera che ti amava, perché contro la malattia non ci si può che arrendere, nella seconda piange una città intera con famiglie distrutte e amareggiate. E questo - ha aggiunto - perché non hanno combattuto contro una malattia ma contro persone indegne, assetate di soldi e di potere, che sputano sui sentimenti della gente. Non amo personalmente condividere le cose più intime del mio privato sui social, ma oggi la rabbia è così forte che non posso tacere, devo urlare al mondo che purtroppo la legge tutela i delinquenti e lei anche questa volta ha vinto!”

Le reazioni di politica e sindacati

Particolarmente dure le reazioni di politici locali e sindacati, all’indomani del fallimento della Melagatti.

Con la fine della storica azienda che brevettò il pandoro nel lontano 1894, viene segnata una sconfitta per l’intero per tutto il made in Italy, fa notare Paolo Capone, segretario generale dell’Ugl, che aggiunge:

“Questo fallimento arriva in un momento in cui il Paese sta attraversando una grave incertezza politica che contribuisce a ledere quei precari meccanismi economici che gravano sulle spalle dei lavoratori e del tessuto imprenditoriale italiano”.

Affatto tenere anche le parole del consigliere regionale veronese, Stefano Valdegamberi che, lancia accuse pesanti:

“C’erano sul tavolo oltre 20 milioni, un piano industriale per il rilancio. Il tutto buttato alle ortiche, distruggendo la storia di questa azienda simbolo del nostro territorio. Melegatti la si è voluta distruggere e anche il Tribunale ha fatto la propria parte, facendo pagare di fatto le colpe ai lavoratori e non ai diretti responsabili. È una fine vergognosa che fa rifletterete e mi lascia molti dubbi perché la verità è una sola: l’intervento di questo fondo (che ha salvato molte imprese in crisi) Verona non l’ha mai voluto. Perché? Forse perché aveva dei contratti con la Ferrero?“.

Guarda, invece, già al prossimo futuro il presidente del Veneto Luca Zaia, che ha annunicato di essere pronto a un confronto con il commissario per capire
come mantenere l’attività produttiva e salvaguardare l’occupazione.

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Argomenti:

Italia Melegatti

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