Pensioni

Pensione anticipata a 62 anni, come funziona la nuova proposta

Simone Micocci 28 agosto 2026

Andare in pensione a 62 anni? Nel 2027 potrebbe essere una possibilità. Si torna a parlare di Quota 41 flessibile, una riedizione di Quota 103.

È tempo di proposte per la prossima riforma delle pensioni.

Accanto alla possibilità di consentire a una platea più ampia di smettere di lavorare a 64 anni, si sta facendo strada un’ulteriore ipotesi: permettere l’uscita già a partire dai 62 anni a chi ha alle spalle una carriera contributiva particolarmente lunga.

La misura, indicata per il momento come Quota 41 flessibile, ricorderebbe molto da vicino Quota 103, non rinnovata per chi matura i requisiti nel 2026 ma che potrebbe tornare, con alcune modifiche, nella legge di Bilancio per il 2027. Per accedervi servirebbero almeno 62 anni di età e 41 anni di contributi.

I due requisiti dovrebbero essere rispettati contemporaneamente: non si potrebbe quindi compensare un’età più bassa con un maggior numero di contributi, né una carriera più breve con qualche anno anagrafico in più.

Per il requisito contributivo, la proposta sarebbe invece paragonabile a un’estensione dell’attuale pensione riservata ai lavoratori precoci. Quest’ultima consente di smettere di lavorare indipendentemente dall’età anagrafica, ma è sottoposta a numerosi paletti: bisogna aver maturato almeno 12 mesi di contribuzione effettiva prima del compimento dei 19 anni e appartenere a una delle categorie tutelate, come disoccupati, caregiver, invalidi almeno al 74% oppure lavoratori addetti ad attività gravose o particolarmente faticose e pesanti. È inoltre necessario avere anzianità contributiva al 31 dicembre 1995.

Sono condizioni che rendono l’attuale Quota 41 accessibile a una platea piuttosto ristretta. Per questo motivo da anni si discute della possibilità di estenderla a tutti.

Una misura del genere permetterebbe di anticipare sensibilmente l’uscita rispetto alla pensione anticipata ordinaria, che nel 2026 richiede 42 anni e 10 mesi di contributi agli uomini e 41 anni e 10 mesi alle donne. Nel 2027 i requisiti saliranno rispettivamente a 42 anni e 11 mesi e 41 anni e 11 mesi, per poi raggiungere nel 2028 i 43 anni e 1 mese per gli uomini e i 42 anni e 1 mese per le donne.

L’estensione della Quota 41 a tutti, senza alcun limite anagrafico, avrebbe però un costo troppo elevato per i conti pubblici, soprattutto considerando gli stretti margini a disposizione per la prossima manovra.

Da qui nasce l’ipotesi di fissare una soglia minima di 62 anni, così da restringere la platea dei beneficiari. Il risultato sarebbe una misura molto simile alla Quota 103 scaduta alla fine del 2025, anche se per conoscere con certezza condizioni e modalità di accesso sarà necessario attendere la presentazione di una proposta ufficiale.

Come funzionava Quota 103

Prima di tutto ricordiamo come ha funzionato Quota 103, misura introdotta nel 2023 e confermata fino al 2025 per offrire un’alternativa alle regole ordinarie previste dalla legge Fornero.

Per accedere alla pensione bisognava aver compiuto almeno 62 anni di età e aver maturato 41 anni di contributi. I due requisiti dovevano essere soddisfatti contemporaneamente: non bastava, quindi, che la loro semplice somma restituisse 103. Un lavoratore di 64 anni con 39 anni di contributi, ad esempio, non poteva utilizzare la misura perché non raggiungeva il requisito contributivo minimo.

Il principale limite di Quota 103 riguardava il calcolo della pensione. L’intero assegno veniva infatti determinato con il sistema contributivo, compresa la parte che, applicando le regole ordinarie, sarebbe stata calcolata con il metodo retributivo. Il risultato poteva essere una pensione più bassa, specialmente per chi aveva maturato molti anni di contributi prima dell’introduzione del sistema contributivo.

Una volta raggiunti i requisiti, inoltre, la pensione non veniva riconosciuta immediatamente. Era prevista una finestra mobile di 7 mesi per i lavoratori del settore privato e di 9 mesi per i dipendenti pubblici. Durante questo periodo bisognava attendere prima di ricevere il primo assegno.

A ciò si aggiungevano un limite all’importo della pensione percepibile fino al raggiungimento dell’età prevista per la pensione di vecchiaia e il divieto di cumulare l’assegno con redditi da lavoro. L’unica eccezione riguardava le attività di lavoro autonomo occasionale, consentite entro il limite di 5.000 euro lordi l’anno.

Cosa può cambiare

Una delle ragioni dello scarso successo di Quota 103 è stata proprio il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. Per molti lavoratori la perdita economica risultava così significativa da rendere poco conveniente anticipare la pensione, nonostante la possibilità di smettere di lavorare già a 62 anni.

La nuova versione potrebbe invece lasciare invariato il sistema di calcolo maturato dal lavoratore, applicando una riduzione proporzionata agli anni di anticipo rispetto all’età prevista per la pensione di vecchiaia. Secondo le ipotesi circolate finora, il taglio potrebbe essere pari al 2% per ogni anno di anticipo, fino ad arrivare al 10% per chi scegliesse di uscire alla prima età utile di 62 anni.

La differenza rispetto alla precedente Quota 103 sarebbe quindi rilevante. Anziché ricalcolare con il metodo contributivo anche la parte di pensione maturata nel sistema retributivo, verrebbe applicata una percentuale definita e più facilmente quantificabile. Per molti lavoratori il nuovo meccanismo potrebbe risultare meno penalizzante, anche se la convenienza dipenderebbe comunque dalla storia contributiva e dall’importo dell’assegno maturato.

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