Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Riesling, ovvero il vitigno più incompreso del mondo

Antonella Coppotelli

28 agosto 2026

Venerato dagli esperti, frainteso dal grande pubblico: il Riesling tra le pendenze estreme della Mosella, l’Alsazia e la rivoluzione del tappo a vite australiano.

Riesling, ovvero il vitigno più incompreso del mondo

Il Riesling è un vitigno a bacca bianca intorno al quale da sempre vi è grande paradosso: è considerato dagli esperti una delle uve più nobili al mondo ma il grande pubblico lo considera di serie B.

La motivazione è dettata dal fatto che è associato alla produzione di un vino dolce o peggio ancora dozzinale.

Accanto a questo paradosso, quindi, c’è anche una sorta di primato del nostro Riesling: pochi altri vitigni al mondo racchiudono una distanza così ampia tra il giudizio degli esperti e la percezione del grande pubblico e questo lo rende, a torto, incompreso e sottovalutato.

Le origini renane: un’identità che non si perde mai

Il Riesling ha origini antiche lungo la Valle del Reno, con tracce di allevamento che risalgono addirittura all’epoca romana, anche se non è ancora del tutto chiaro se il suo areale di nascita vada individuato più precisamente lungo il Reno, la Mosella o il Palatinato (tutte regioni della Germania occidentale).

Il nome deriverebbe, secondo una delle ipotesi più accreditate, dall’espressione tedesca «reissende Tiere» (animali selvatici), un riferimento al suo profumo vagamente muschiato nelle forme più antiche e selvatiche del vitigno.

Ciò che rende il Riesling unico nel panorama dei grandi bianchi internazionali è proprio il suo rapporto con il terroir: a differenza dello Chardonnay, capace di trasformarsi radicalmente a seconda della mano dell’enologo, il Riesling mantiene sempre una spina dorsale aromatica riconoscibile pur restando straordinariamente capace di raccontare le differenze tra un versante di collina e quello opposto.

Non è un caso che in Germania venga spesso descritto come l’equivalente di quello che lo Chardonnay rappresenta per la Francia: il vitigno-bandiera, capace però di restare sempre se stesso.

La Mosella: ardesia, pendenze estreme e il codice dei Prädikat

Se esiste un luogo al mondo in cui il Riesling raggiunge la sua espressione più pura, quel luogo è la valle della Mosella, insieme alle vicine Saar e Ruwer. Qui i vigneti si arrampicano su pendenze tra le più ripide del pianeta (in alcuni punti oltre il 60% di inclinazione, tanto da richiedere ancora oggi una viticoltura quasi interamente manuale) su suoli di ardesia (Schiefer) che assorbono il calore del giorno per restituirlo lentamente alle radici durante le notti fresche, permettendo una maturazione lenta e completa anche a queste latitudini settentrionali.

È proprio in quest’area che nasce il complesso e spesso disorientante per il pubblico internazionale (e non solo) sistema di classificazione dei Prädikatswein, i vini di qualità superiore tedeschi: Kabinett, Spätlese, Auslese, Beerenauslese, Trockenbeerenauslese, un ordine crescente basato sul grado zuccherino delle uve al momento della raccolta, non necessariamente sul residuo zuccherino finale nel vino (che può restare secco anche partendo da uve molto mature).

È proprio questa complessità nomenclatoria, insieme alla presenza storica di stili dolci o abboccati nella fascia bassa del mercato d’esportazione del dopoguerra, ad aver alimentato per decenni l’equivoco «Riesling uguale vino dolce» presso il grande pubblico anglosassone.

Un equivoco che gli stessi produttori della Mosella faticano ancora oggi a scardinare, nonostante la crescente diffusione di stili trocken (secchi) di altissimo livello.

L’Alsazia: lo stile francese, tra Grand Cru e un’identità contesa

Attraversando il Reno, in Alsazia il Riesling assume una fisionomia diversa: qui è tradizionalmente vinificato secco, spesso in purezza (mentre in Germania, storicamente, capitava più spesso in blend), e trova nei 51 Grand Cru della regione la sua espressione più ambiziosa e longeva.

L’Alsazia è anche il terreno di un’identità enologica contesa tra Francia e Germania, passata di mano più volte nella storia recente, un tema che approfondiremo prossimamente.

Riesling e Italia: una presenza discreta, ma radicata

In Italia la storia del Riesling è meno nota di quanto meriti, complice anche una certa confusione terminologica: esistono infatti due vitigni distinti che condividono il nome, il Riesling Renano (quello propriamente imparentato con la varietà tedesca) e il Riesling Italico, geneticamente estraneo al primo nonostante la somiglianza del nome, arrivato in Italia dalla Francia nell’Ottocento e diffuso soprattutto in pianura padana.

Il Riesling Renano vero e proprio fu introdotto in Italia tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, trovando le sue zone di elezione in Trentino-Alto Adige (province di Bolzano e Trento), Oltrepò Pavese, Veneto e Friuli-Venezia Giulia, sempre in altitudine, su suoli sassosi e in valli fresche e ventilate, le stesse condizioni che il vitigno predilige in Germania.

In Oltrepò Pavese, in particolare, negli ultimi anni si è aperto un dibattito enologico interessante attorno a un possibile riconoscimento di Denominazione specifica per il Riesling Renano, separata da quella più generica dell’Oltrepò e dal ben più diffuso, ma geneticamente estraneo, Riesling Italico.

Un segnale di come il territorio stia iniziando a interrogarsi sul potenziale qualitativo di un vitigno finora rimasto un po’ in ombra rispetto ai grandi protagonisti spumantistici della zona, primo fra tutti il Pinot Nero.

Australia e la rivoluzione del tappo a vite

Se in Europa il Riesling porta con sé secoli di storia, in Australia la sua vicenda commerciale è tutta concentrata nell’ultimo secolo e mezzo, con un’origine anch’essa germanica.

Furono infatti immigrati tedeschi provenienti dalla Slesia (oggi Polonia) a piantare le prime viti di Riesling nel Barossa e nell’Eden Valley già negli anni ’40 dell’Ottocento.

Per gran parte del Novecento, però, il vitigno venne etichettato genericamente come «Hock» o «White Hermitage» e spesso relegato a vini fortificati o da taglio, prima che negli anni ’60-’70 produttori come John Vickery, alla guida della cantina Leo Buring, iniziassero a valorizzarne lo stile secco, puro, dominato da lime e agrumi.

Clare Valley ed Eden Valley che, curiosamente, non sono vere e proprie valli mono-orientate ma altopiani e sistemi collinari articolati, sono oggi le due patrie australiane di questo vitigno, rivali amichevoli da oltre sessant’anni.

Clare offre generalmente stili più pieni, su note di lime e talco, mentre Eden Valley, più in quota (fino a 550 metri), regala vini più floreali ed eleganti, con una mineralità quasi gessosa.

Ma il contributo più significativo dell’Australia alla storia globale del Riesling è probabilmente un altro: è stata proprio la Clare Valley, tra la fine degli anni ’90 e i primi 2000, a guidare l’adozione su larga scala del tappo a vite (Stelvin) per vini bianchi di fascia qualitativa alta.

Una scelta all’epoca controcorrente, oggi standard riconosciuta proprio per preservare al meglio la purezza aromatica e il potenziale d’invecchiamento di questo vitigno, contribuendo a sdoganare il tappo a vite anche presso i consumatori più tradizionalisti.

Riesling: mercati e numeri

Se il grande pubblico fatica ancora a percepire il Riesling come un vitigno «da collezione», il mercato del fine wine racconta una storia diversa.

Nella classifica dei dieci vini più costosi al mondo stilata nel 2025 da Wine-Searcher, una classifica dominata quasi per intero dalla Borgogna, con nomi come Domaine Leroy, Domaine d’Auvenay e Georges Roumier, l’unico intruso capace di rompere il monopolio borgognone si trova in nona posizione.

Parliamo dello Scharzhofberger Riesling Trockenbeerenauslese di Egon Müller, tenuta della Saar (affluente della Mosella) attiva dal 1797, quotato a circa 14mila dollari a bottiglia. Un caso più unico che raro di vino bianco tedesco capace di competere, per prezzo, con i più blasonati Grand Cru francesi.

Il record assoluto per questa etichetta resta quello del 2003, quando una singola bottiglia di Scharzhofberger Trockenbeerenauslese fu aggiudicata per 12mila euro netti (oltre 14.900 euro con oneri e IVA inclusi) all’asta annuale del Grosser Ring del VDP di Treviri, diventando all’istante il vino tedesco più costoso di sempre.

La ragione di fondo è sempre la stessa raccontata più volte: rese bassissime, dipendenza dalla muffa nobile (botrytis cinerea) per concentrare zuccheri e aromi, e una longevità capace di superare tranquillamente il secolo di vita.

Caratteristiche che rendono i grandi Riesling tedeschi un potenziale terreno di diversificazione per i collezionisti internazionali, ancora relativamente meno affollato (e quindi meno caro in proporzione alla qualità) rispetto ai circuiti più battuti di Borgogna e Bordeaux.