Per le fatture false il dolo va dimostrato. L’annotazione di una fattura falsa nelle scritture contabili e il suo utilizzo nella dichiarazione dei redditi non basta a far scattare un’eventuale condanna penale di un imprenditore per dichiarazione fraudolenta. Per configurarsi il reato è necessario dimostrare che sia presente anche l’elemento soggettivo, ovvero l’intenzione (il dolo) di evadere le imposte.
Con la sentenza numero 31782 del 24 agosto 2026 la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso di un legale rappresentante di una società e ha annullato la condanna che i giudici di appello avevano emesso. Ora la causa è rinviata per un nuovo giudizio. Esaminiamo il caso.
Il dolo va dimostrato in presenza di fatture false
In primo grado l’imputato aveva subito una condanna a un anno e sei mesi di reclusione. La pena, successivamente, era stata ridotta in appello a un anno perché erano state riconosciute delle attenuanti. All’imputato era stato contestato il reato di dichiarazione fraudolenta con l’utilizzo di fatture false per operazioni inesistenti.
La difesa aveva evidenziato che i giudici di merito avevano scambiato la consapevolezza dell’imprenditore che l’operazione fosse inesistente con la volontà di evadere il Fisco. La condotta complessiva dell’imprenditore, per l’avvocato della difesa, non era stata valutata nel suo complesso. L’imputato, infatti, aveva aderito a un accertamento fiscale di oltre 300 mila euro nei confronti dell’Erario provvedendo anche al pagamento parziale del debito.
L’evasione fiscale legata alla fattura falsa contestata, che ammontava a 70.000 euro più Iva, garantiva un risparmio sicuramente inferiore rispetto al debito di 300.000 euro che l’imprenditore aveva accettato di versare. Sul piano logico, quindi, non risulta coerente che un contribuente cerchi di evadere un importo più basso e contemporaneamente accetti di versare una somma superiore alle casse dello Stato. Per i Supremi Giudici la condotta dell’imprenditore ha un peso che va analizzato.
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Dolo specifico contro dolo eventuale
Quando si parla di reato di dichiarazione fraudolenta è necessario che sia attestato il dolo specifico di evasione: l’azione del contribuente deve essere guidata dall’intenzione di evadere il Fisco. Il soggetto deve avere lo scopo specifico di sottrarsi al versamento delle imposte o dell’Iva oppure quello di ottenere un rimborso indebito.
La Corte di Cassazione nella sentenza ha precisato che il dolo deve sussistere nel momento esatto in cui viene presentata all’Agenzia delle Entrate la dichiarazione fiscale e non nella fase precedente, quando le fatture false vengono registrate nella contabilità. Inoltre, quando il contribuente, pur non avendo come fine l’evasione, accetta il rischio che possa avere come conseguenza della propria condotta l’evasione o il rimborso indebito il dolo specifico risulta compatibile con quello eventuale.
La prova dell’intento evasivo può desumersi anche dal comportamento successivo del contribuente:
- se il contribuente continua a non pagare l’imposta prova che l’intento era l’evasione;
- se il contribuente aderisce ad accertamenti e inizia a pagare, anche parzialmente, il debito, dimostra che non c’era l’intenzione di evadere le imposte.