Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Tempranillo, il sangue nobile della Spagna del vino

Antonella Coppotelli

31 luglio 2026

Scoprire il Tempranillo significa entrare nel cuore della Spagna. Un vitigno camaleontico, capace di adattarsi e raccontarsi con un’eleganza che scalda il cuore e conquista il palato.

Tempranillo, il sangue nobile della Spagna del vino

Ci sono vitigni che identificano un territorio e altri che finiscono per incarnare un’intera nazione.

Ci sono vitigni che ti accendono ricordi e sensazioni e li riconosci solo dall’odore anche in una fredda serata londinese, benché siano lontani dalla propria terra di origine.

Questo mi è accaduto lo scorso autunno con il Tempranillo ed è stata una sensazione calda e avvolgente perché sin dal primo incontro con questo vitigno ho ascoltato la voce più autentica della Spagna del vino.

Nessun’altra varietà riesce a sintetizzare con altrettanta efficacia la storia, il paesaggio e la cultura enologica della penisola iberica, tanto da essere considerata il filo conduttore che unisce regioni profondamente diverse tra loro, dalla fresca Rioja fino agli altopiani assolati della Ribera del Duero.

Eppure la sua storia è molto meno lineare di quanto si possa immaginare. Per secoli il Tempranillo non è stato nemmeno chiamato così.

Ogni valle, ogni provincia e perfino ogni comunità rurale gli attribuiva un nome differente, convinta di coltivare un vitigno esclusivo.

Soltanto la moderna ampelografia, supportata dagli studi genetici sviluppati tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila, ha dimostrato che dietro denominazioni apparentemente diverse si celava la stessa varietà.

Questa pluralità di nomi racconta la frammentazione storica della viticoltura spagnola, rimasta per secoli isolata in sistemi produttivi locali, molto prima che nascessero le moderne Denominazioni di Origine e che la ricerca scientifica mettesse ordine nella classificazione dei vitigni.

La sua straordinaria capacità di adattarsi a territori differenti senza perdere la propria identità ha reso il Tempranillo il più importante vitigno a bacca rossa della Spagna e uno dei protagonisti assoluti dell’enologia mondiale.

Perché si chiama Tempranillo? L’etimologia racconta già il suo carattere

Il nome deriva dall’aggettivo spagnolo temprano, che significa «precoce». L’aggiunta del diminutivo «-illo» può essere interpretata come ’piccolo precoce’ oppure, più semplicemente, come un riferimento alla sua maturazione anticipata rispetto ad altri vitigni rossi tradizionalmente coltivati nella penisola iberica.

La precocità costituisce infatti una delle caratteristiche agronomiche che hanno permesso al Tempranillo di affermarsi in vaste aree della Spagna.

La varietà completa il proprio ciclo vegetativo prima delle grandi calure di fine estate, limitando così gli effetti dello stress idrico e preservando un equilibrio tra maturità fenolica e acidità che rappresenta una delle sue principali qualità enologiche.

Questa peculiarità ha consentito al vitigno di adattarsi tanto ai climi relativamente freschi della Rioja Alta quanto agli ambienti decisamente più continentali della Ribera del Duero, dove le vigne possono superare gli 800 metri di altitudine e affrontare escursioni termiche giornaliere superiori ai venti gradi durante il periodo della maturazione.

La precocità, tuttavia, non basta a spiegare il successo del Tempranillo. Il vero punto di forza è la straordinaria capacità di interpretare il territorio, modificando profondamente il proprio profilo aromatico in funzione del clima, dell’altitudine e del tipo di suolo.

Un vitigno, molti nomi: la lunga strada verso un’identità comune

Per comprendere davvero il Tempranillo bisogna dimenticare l’idea moderna di un vitigno identificato da un solo nome.

Per gran parte della sua storia, infatti, questa varietà è vissuta sotto identità differenti.

Nella Rioja era semplicemente Tempranillo; nella Ribera del Duero diventava Tinto Fino oppure Tinta del País; nella regione di Toro assumeva il nome di Tinta de Toro; nella vasta Castiglia-La Mancia era conosciuta come Cencibel.

Attraversando il confine con il Portogallo cambia ancora denominazione, diventando Tinta Roriz nella valle del Douro oppure Aragonez nell’Alentejo.

Per secoli nessuno immaginò che queste uve appartenessero alla stessa famiglia varietale.

La ragione è storica. Fino alla seconda metà del Novecento la viticoltura spagnola era organizzata in sistemi agricoli fortemente locali.

Le comunicazioni erano limitate, gli scambi di relativamente rari e ogni territorio sviluppava una propria tradizione, attribuendo alle varietà nomi differenti in base a caratteristiche agronomiche, aree geografiche o semplicemente alla consuetudine popolare.

L’assenza di strumenti scientifici rendeva praticamente impossibile distinguere un clone da una varietà diversa. Così, nel corso dei secoli, il Tempranillo si è trasformato in una sorta di mosaico linguistico, con decine di sinonimi ufficialmente registrati.

Secondo il Vitis International Variety Catalogue (VIVC), il repertorio mondiale delle varietà viticole gestito dal Julius Kühn-Institut tedesco, il Tempranillo possiede oltre ottanta sinonimi documentati tra Spagna, Portogallo e America Latina, una ricchezza lessicale che riflette perfettamente la sua lunga storia di adattamento territoriale.

Dalla tradizione alla genetica: come è arrivata l’unificazione

L’unificazione del Tempranillo rappresenta uno degli esempi più interessanti di come la ricerca scientifica abbia rivoluzionato la moderna ampelografia.

A partire dagli anni Ottanta, numerosi istituti di ricerca spagnoli iniziarono a confrontare le caratteristiche morfologiche delle diverse varietà regionali.

Il passo decisivo arrivò però con gli studi sul DNA, che permisero di verificare in modo oggettivo i rapporti genetici tra le varie popolazioni viticole.

Le analisi dimostrarono che Tinto Fino, Tinta del País, Cencibel, Tinta de Toro, Tinta Roriz e Aragonez non erano vitigni differenti, bensì popolazioni locali della stessa varietà, evolutesi attraverso secoli di selezione massale e adattamento ai diversi ambienti pedoclimatici.

Questo non significa che producano vini identici.

La selezione clonale, l’età delle vigne, il patrimonio genetico conservato nei singoli territori e soprattutto il terroir hanno determinato leggere differenze agronomiche che ancora oggi caratterizzano le diverse denominazioni.

È proprio questa combinazione tra identità genetica comune e diversità espressiva ad aver trasformato il Tempranillo in uno dei casi di studio più affascinanti dell’enologia contemporanea.

Negli anni Novanta il lavoro di armonizzazione portato avanti dai registri viticoli spagnoli, insieme al riconoscimento internazionale dei sinonimi da parte dell’Organisation Internationale de la Vigne et du Vin (OIV), ha definitivamente consolidato il nome ’Tempranillo’ come riferimento internazionale, pur lasciando alle singole denominazioni la possibilità di continuare a utilizzare le storiche denominazioni locali.

Le origini: un mistero che la scienza ha in parte risolto

Per molto tempo il Tempranillo è stato circondato da leggende affascinanti.

Una delle più note sosteneva che fosse stato introdotto in Spagna dai monaci benedettini provenienti dalla Borgogna durante il Medioevo, lungo il Cammino di Santiago.

Un’altra lo riteneva addirittura un lontano discendente del Pinot Noir, ipotesi alimentata da alcune somiglianze morfologiche osservate dagli ampelografi dell’Ottocento.

Le moderne analisi genetiche hanno però smontato queste teorie.

Oggi la comunità scientifica concorda sul fatto che il Tempranillo sia una varietà autoctona della penisola iberica, sviluppatasi probabilmente nell’ampia fascia compresa tra l’attuale Rioja e la valle dell’Ebro, anche se l’esatta area di origine continua a essere oggetto di studio.

Non esistono prove genetiche di una parentela diretta con i grandi vitigni francesi, e questo contribuisce a rafforzarne il valore identitario.

Se Cabernet Sauvignon, Merlot e Malbec condividono una parte della loro storia con Bordeaux, il Tempranillo racconta invece un percorso autonomo, profondamente radicato nella storia agricola della Spagna.

È proprio questa indipendenza genetica e culturale ad averne fatto, nel corso dei secoli, il simbolo nazionale del vino spagnolo.

Dal Medioevo alla Rioja moderna: il ruolo dei monasteri nella cultura del vino

Sebbene le moderne analisi genetiche abbiano escluso una parentela diretta tra Tempranillo e Pinot Noir, resta un elemento storico che ha contribuito in maniera decisiva allo sviluppo della viticoltura spagnola: il ruolo svolto dai monasteri medievali lungo il Cammino di Santiago.

Tra l’XI e il XIII secolo il pellegrinaggio verso Santiago de Compostela non rappresentava soltanto uno dei principali itinerari religiosi d’Europa, ma anche un vero corridoio di scambio culturale, agricolo e commerciale.

Monaci benedettini e cistercensi introdussero nuove pratiche colturali, migliorarono l’organizzazione dei vigneti e diffusero conoscenze sulla vinificazione che contribuirono alla crescita qualitativa delle produzioni locali.

In questo contesto la Rioja occupò una posizione privilegiata.

Monasteri come San Millán de la Cogolla, considerato uno dei luoghi simbolo della cultura castigliana e patrimonio mondiale UNESCO, e Santa María la Real di Nájera divennero centri di innovazione agricola ben prima della nascita delle moderne denominazioni di origine.

Qui il vino non aveva soltanto una funzione liturgica, ma rappresentava una risorsa economica fondamentale per il sostentamento delle comunità monastiche e per l’accoglienza dei pellegrini.

È importante sottolineare che i monaci non «inventarono» il Tempranillo, né lo importarono dalla Francia, come sostenuto da alcune teorie oggi superate.

Favorirono però la diffusione di una cultura viticola più avanzata, contribuendo alla selezione delle migliori parcelle, alla razionalizzazione delle tecniche agricole e alla progressiva affermazione della Rioja come uno dei territori viticoli più importanti della penisola iberica.

Quando, secoli più tardi, la fillossera avrebbe rivoluzionato la geografia del vino europeo, la Rioja trovò quindi un terreno già fertile sotto il profilo culturale e produttivo.

L’arrivo delle competenze francesi accelerò un processo iniziato molti secoli prima, trasformando una lunga tradizione agricola in un modello enologico destinato a diventare un riferimento internazionale.

Perché il Tempranillo è diventato il vitigno identitario della Spagna

Se oggi il Tempranillo è considerato il simbolo del vino spagnolo non è soltanto per la sua ampia diffusione.

La sua forza risiede nell’essere riuscito a interpretare, meglio di qualsiasi altra varietà, la straordinaria diversità della penisola iberica, adattandosi a territori molto differenti senza perdere riconoscibilità.

Annusandolo e bevendolo, si avverte l’impronta ematica e ferrosa delle corride, si sente il battito passionale e commovente del flamenco che accompagna il sorso, si percepisce il vento fresco che si incunea nei vicoli dei suoi caratteristici paesini con grande appagamento finale del palato. In una parola, c’è tutta la Spagna nel bicchiere.

In pochi altri Paesi un unico vitigno riesce infatti a esprimere vini tanto diversi pur mantenendo una precisa impronta varietale.

La spiegazione va cercata nell’incontro tra genetica e geografia.

La Spagna possiede il vigneto più esteso del mondo, con circa 930.000 ettari secondo i dati più recenti dell’Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino (OIV), ma gran parte delle sue aree vitate si trova ad altitudini comprese tra i 500 e gli oltre 900 metri sul livello del mare.

Questo elemento modifica radicalmente il comportamento della vite.

Le giornate estive sono spesso molto calde, mentre le notti diventano fresche grazie alle forti escursioni termiche.

Il risultato è una maturazione lenta e completa, nella quale gli zuccheri aumentano senza che l’acidità venga completamente sacrificata.

Il Tempranillo sembra essersi evoluto proprio per sfruttare queste condizioni.

La sua maturazione precoce evita le ultime settimane di caldo intenso tipiche dell’estate mediterranea, mentre la buccia relativamente sottile permette di ottenere tannini eleganti anche in condizioni climatiche difficili.

È una varietà che non ama gli eccessi: soffre gli ambienti troppo umidi, perde equilibrio nelle zone eccessivamente torride e offre invece il meglio quando il clima riesce a bilanciare sole, ventilazione e forti differenze di temperatura tra giorno e notte.

Questa combinazione è particolarmente frequente nell’entroterra spagnolo, motivo per cui il Tempranillo ha trovato qui il proprio habitat ideale.

La fillossera cambiò Bordeaux. La Rioja colse l’occasione

La nascita della moderna viticoltura spagnola è strettamente legata a uno degli eventi più drammatici della storia del vino europeo.

Quando, nella seconda metà dell’Ottocento, la fillossera devastò i vigneti francesi, migliaia di ettari di Bordeaux rimasero improduttivi.

Molti commercianti, tecnici e proprietari cercarono allora nuove aree dove continuare a produrre vino.

La Rioja rappresentava una destinazione ideale.

Protetta inizialmente dall’insetto e collegata alla Francia attraverso nuove infrastrutture ferroviarie, la regione iniziò ad accogliere competenze che avrebbero cambiato per sempre il volto dell’enologia spagnola.

Arrivarono nuove tecniche di vinificazione, metodi di controllo della fermentazione, una diversa concezione dell’affinamento e, soprattutto, l’utilizzo sistematico delle botti di rovere secondo il modello bordolese.

Fu in questo periodo che famiglie destinate a entrare nella storia del vino, come Marqués de Riscal e Marqués de Murrieta, iniziarono a costruire un nuovo stile produttivo, capace di coniugare il carattere del Tempranillo con una maggiore eleganza e una superiore capacità di invecchiamento.

La Rioja moderna nasce sostanzialmente in quegli anni, ma non copiò Bordeaux: ne assimilò le tecniche, reinterpretandole secondo la propria identità.

Rioja: dove il tempo diventa ingrediente

Mentre Bordeaux, Borgogna e Barolo costruiscono gran parte della propria identità sul terroir e sui singoli cru, la Rioja ha sviluppato un sistema incentrato soprattutto sul tempo.

È il periodo trascorso in botte e successivamente in bottiglia a definire molte delle categorie qualitative del vino.

Nascono così le celebri classificazioni Crianza, Reserva e Gran Reserva, che ancora oggi rappresentano uno dei marchi distintivi del vino spagnolo.

Durante l’affinamento sviluppa lentamente aromi di vaniglia, tabacco dolce, cacao, cuoio, foglia di tè, cocco, cedro, spezie orientali e frutta essiccata, mantenendo però una sorprendente eleganza tannica.

Storicamente questo processo era favorito dall’impiego del rovere americano, molto diffuso in Rioja per ragioni economiche e commerciali.

Le botti provenienti dagli Stati Uniti costavano meno rispetto a quelle francesi e conferivano note aromatiche facilmente riconoscibili, come vaniglia, cocco e spezie dolci.

Negli ultimi trent’anni molti produttori hanno progressivamente introdotto anche il rovere francese, capace di offrire una maggiore finezza aromatica e tannini più delicati.

Oggi numerose cantine utilizzano entrambe le tipologie, dosandole in funzione dello stile desiderato.

Perché il Tempranillo e il legno parlano la stessa lingua

Se esiste una varietà che ha costruito parte della propria identità grazie all’affinamento in botte, quella è senza dubbio il Tempranillo.

Non perché il legno ne mascheri il carattere, ma perché riesce a dialogare con esso in maniera sorprendentemente armoniosa.

Dal punto di vista enologico il Tempranillo presenta una struttura tannica equilibrata e un patrimonio polifenolico capace di sostenere lunghi periodi di maturazione senza perdere freschezza.

I tannini, generalmente meno aggressivi rispetto a quelli del Cabernet Sauvignon, si integrano progressivamente con i composti ceduti dal rovere, dando origine a un’evoluzione lenta e particolarmente elegante.

Storicamente la Rioja ha privilegiato il rovere americano. Una scelta nata nell’Ottocento sia per ragioni economiche sia per la maggiore disponibilità di questo materiale rispetto al legno francese.

Le botti americane, ricche di lattoni, conferiscono al vino caratteristiche note di vaniglia, cocco, aneto, tabacco dolce e spezie, diventate nel tempo uno dei tratti distintivi dello stile riojano classico.

Negli ultimi trent’anni, tuttavia, molte cantine hanno progressivamente introdotto il rovere francese o adottato una combinazione delle due essenze.

Il risultato sono vini nei quali il legno svolge un ruolo più discreto, lasciando maggiore spazio al frutto e alla componente minerale.

È anche questo uno degli aspetti che distingue la Rioja tradizionale da quella contemporanea.

La prima privilegia affinamenti molto lunghi, spesso superiori ai requisiti minimi previsti dal disciplinare, con l’obiettivo di ottenere vini complessi, eterei e pronti da bere già al momento della commercializzazione.

La nuova generazione di produttori tende invece a ridurre i tempi di permanenza in botte, valorizzando maggiormente il carattere del singolo vigneto e l’espressività del frutto.

Non si tratta di una rottura con il passato, ma di un’evoluzione stilistica che riflette il cambiamento dei gusti dei consumatori e una crescente attenzione verso il concetto di terroir.

In entrambi i casi il protagonista resta il Tempranillo, una delle pochissime varietà al mondo capace di trasformare l’affinamento in legno in un elemento identitario, anziché in un semplice strumento tecnico.

Rioja non è una sola: tre anime per un unico vitigno

Parlare genericamente di Rioja significa semplificare una realtà molto più articolata.

Dal punto di vista geografico la denominazione si divide in tre grandi aree, ciascuna con caratteristiche climatiche e geologiche ben definite.

La Rioja Alta, situata nella parte occidentale, beneficia dell’influenza atlantica. Qui le temperature sono più contenute e le maturazioni procedono lentamente.

I vini ottenuti da Tempranillo risultano generalmente eleganti, freschi, longevi, caratterizzati da una tessitura tannica raffinata e da una notevole complessità aromatica.

La Rioja Alavesa, posta più a nord e separata dalla Sierra Cantabria, presenta numerosi suoli calcarei e vigne spesso coltivate su piccoli appezzamenti.

I vini combinano finezza, mineralità e una particolare tensione acida che li rende estremamente adatti all’invecchiamento.

Più a est si sviluppa invece la Rioja Oriental, in passato conosciuta come Rioja Baja. Il clima diventa progressivamente mediterraneo, con estati più calde e precipitazioni inferiori.

Qui i vini assumono qui un profilo più ricco, maturo e generoso, spesso affiancati dalla Garnacha, che trova in questa parte della denominazione condizioni particolarmente favorevoli.

Questa straordinaria varietà di ambienti spiega perché la Rioja continui a rappresentare il principale laboratorio mondiale dedicato al Tempranillo.

Ribera del Duero: quando l’altitudine cambia tutto

Se la Rioja rappresenta la tradizione, la Ribera del Duero è il simbolo della rinascita del vino spagnolo contemporaneo.

Situata lungo il corso del fiume Duero, tra gli 750 e i 950 metri di altitudine, questa denominazione produce alcuni dei Tempranillo più intensi e longevi del pianeta.

Qui il vitigno viene normalmente chiamato Tinto Fino o Tinta del País, testimonianza di quella frammentazione storica che abbiamo già visto.

L’altitudine modifica profondamente il comportamento della vite.

Durante l’estate le temperature diurne possono superare facilmente i 35 °C, ma le notti diventano sorprendentemente fresche.

Questa forte escursione termica rallenta la respirazione degli acini, preservando acidità e composti aromatici.

I grappoli accumulano così una notevole concentrazione fenolica senza perdere equilibrio.

Nascono vini più scuri, più profondi e strutturati rispetto alla Rioja, caratterizzati da tannini potenti ma maturi, grande capacità di invecchiamento e una straordinaria precisione aromatica.

È proprio in questo territorio che il Tempranillo ha dimostrato come la Spagna potesse competere con le più prestigiose regioni vinicole del mondo anche nella fascia del lusso.

Il nome che meglio rappresenta questa rivoluzione è senza dubbio Vega Sicilia.

Vega Sicilia: il vino che ha cambiato l’immagine della Spagna

La storia della tenuta Vega Sicilia inizia nel 1864, quando Don Eloy Lecanda y Chaves, dopo un periodo di formazione a Bordeaux, acquistò la proprietà situata nei pressi di Valbuena de Duero.

Tornando in Spagna portò con sé anche alcune barbatelle di varietà bordolesi, tra cui Cabernet Sauvignon, Merlot e Malbec, che affiancò al Tempranillo locale.

Nacque così un approccio del tutto innovativo per l’epoca. Il Tempranillo rimaneva il cuore del vino, ma veniva completato da una piccola percentuale di varietà francesi capaci di aumentarne la complessità e la longevità.

Il vero elemento rivoluzionario, tuttavia, era il tempo.

Mentre gran parte dei vini europei veniva immessa sul mercato dopo pochi anni, Vega Sicilia iniziò a sperimentare affinamenti straordinariamente lunghi, costruendo etichette destinate a evolvere per decenni.

Ancora oggi Único, il vino simbolo dell’azienda, trascorre oltre dieci anni tra botte, tino e bottiglia prima della commercializzazione, uno dei periodi di affinamento più lunghi al mondo.

La svolta definitiva arrivò nel 1982, quando la famiglia Álvarez acquisì la proprietà, avviando un importante processo di modernizzazione senza rinunciare alla filosofia storica della cantina.

Quello stesso anno nacque anche la Denominazione di Origine Ribera del Duero, destinata a diventare una delle aree viticole più prestigiose del pianeta.

Il successo di Vega Sicilia ha avuto un impatto che va ben oltre i confini dell’azienda.

Ha dimostrato che un vino spagnolo poteva competere, per qualità, longevità e valore economico, con i grandi Premier Cru bordolesi e con le più celebri etichette italiane.

In molti osservatori internazionali riconoscono proprio a Vega Sicilia il merito di aver cambiato la percezione del vino spagnolo: da eccellente rapporto qualità-prezzo a protagonista assoluto del segmento del lusso enologico.

Il Tempranillo nell’economia del vino: un gigante silenzioso

Per comprendere il peso del Tempranillo nel panorama mondiale non basta osservare il numero di bottiglie prodotte.

Occorre guardare alla sua capacità di sostenere un’intera economia vitivinicola.

La Spagna possiede il vigneto più esteso del pianeta. Secondo i dati dell’Organisation Internationale de la Vigne et du Vin (OIV), la superficie vitata supera i 920 mila ettari, distribuiti in un mosaico di territori che va dalle regioni atlantiche della Galizia fino ai paesaggi semi-aridi della Castiglia-La Mancia.

All’interno di questo immenso patrimonio, il Tempranillo rappresenta la varietà a bacca rossa più coltivata del Paese e una delle più diffuse al mondo.

Il dato assume un significato particolare se confrontato con quello di altre grandi nazioni produttrici.

In Francia il prestigio internazionale è distribuito tra Cabernet Sauvignon, Merlot, Pinot Noir e Syrah; in Italia tra Sangiovese, Nebbiolo, Montepulciano e numerosi vitigni autoctoni.

La Spagna, invece, ha costruito buona parte della propria reputazione internazionale attorno a un’unica varietà, capace di diventare il denominatore comune delle denominazioni più prestigiose.

Export: meno volume, più valore

Per molti anni il vino spagnolo è stato identificato soprattutto con il concetto di convenienza.

Le esportazioni crescevano grazie a grandi volumi, prezzi competitivi e una forte presenza nella distribuzione internazionale.

Francia e Italia dominavano invece il segmento premium, lasciando alla Spagna il ruolo di grande produttore capace di offrire un eccellente rapporto qualità-prezzo.

Negli ultimi quindici anni questo scenario è cambiato.

Secondo i dati dell’Observatorio Español del Mercado del Vino (OeMv), il valore medio delle esportazioni dei vini a Denominazione di Origine è cresciuto in maniera significativa, trainato proprio dalle etichette di Rioja e Ribera del Duero.

La crescita non dipende esclusivamente dall’aumento dei prezzi, ma da un progressivo riposizionamento qualitativo che ha consentito ai grandi produttori di competere con le migliori realtà internazionali.

Il Tempranillo è stato il principale protagonista di questa trasformazione.

Sempre più consumatori, soprattutto negli Stati Uniti, nel Regno Unito e nei mercati asiatici, hanno iniziato a considerare le migliori etichette spagnole non come semplici alternative ai grandi vini francesi, ma come prodotti con una propria identità e un proprio valore collezionistico.

La strategia perseguita dalle principali denominazioni è stata chiara: ridurre progressivamente la dipendenza dai grandi volumi e aumentare il valore medio delle bottiglie esportate.

Rioja e Ribera del Duero: due modelli economici differenti

Pur condividendo lo stesso vitigno, Rioja e Ribera del Duero rappresentano due modelli economici profondamente diversi.

La Rioja DOCa, la prima denominazione spagnola a ottenere la qualifica di Denominación de Origen Calificada nel 1991, possiede una struttura produttiva estremamente articolata.

Riunisce centinaia di cantine, migliaia di viticoltori e un patrimonio viticolo che supera i 65.000 ettari.

La sua forza risiede nella capacità di presidiare praticamente tutte le fasce di mercato, dai vini quotidiani fino alle Gran Reserva più ricercate dai collezionisti.

La Ribera del Duero DO, invece, ha costruito la propria reputazione su un numero più contenuto di aziende e su una produzione inferiore, ma caratterizzata da un posizionamento medio decisamente più elevato.

Negli ultimi vent’anni questa denominazione è diventata uno dei simboli del lusso enologico spagnolo, grazie a marchi che hanno saputo conquistare una forte riconoscibilità internazionale.

In termini economici si tratta di due strategie complementari.

La Rioja rappresenta la grande ambasciatrice del vino spagnolo nel mondo.

La Ribera del Duero ne costituisce invece la punta di diamante.

Le vigne vecchie: il patrimonio nascosto del Tempranillo

Uno dei motivi per cui il Tempranillo continua a produrre alcuni dei vini più longevi e complessi del mondo non risiede soltanto nel vitigno, ma nell’età di molte delle sue vigne.

In numerose aree della Rioja, della Ribera del Duero e soprattutto della DO Toro sopravvivono appezzamenti piantati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, alcuni addirittura anteriori alla fillossera.

Le vigne prefillossera rappresentano un patrimonio agricolo e genetico di valore inestimabile.

Nei terreni sabbiosi della provincia di Zamora, dove l’insetto devastò solo marginalmente i vigneti, è ancora possibile trovare ceppi a piede franco che superano abbondantemente il secolo di età.

Le loro radici, mai innestate su portainnesti americani, penetrano in profondità nel terreno alla ricerca di acqua e nutrienti, garantendo una straordinaria resilienza nei confronti della siccità.

L’età della vite incide direttamente anche sul profilo qualitativo delle uve. Le rese diminuiscono naturalmente, i grappoli diventano più piccoli e gli acini concentrano aromi, tannini e sostanze fenoliche.

È una produzione quantitativamente limitata, ma capace di regalare vini di grande profondità, equilibrio e longevità.

Accanto all’età delle piante, gioca un ruolo fondamentale la selezione massale. Per secoli i viticoltori spagnoli hanno propagato le barbatelle scegliendo le piante migliori direttamente nei propri vigneti, conservando un patrimonio genetico estremamente ricco.

Questo sistema, oggi rivalutato anche dalla ricerca, ha permesso di mantenere una biodiversità che in molti altri Paesi è stata progressivamente sostituita dalla selezione clonale.

Negli ultimi anni la valorizzazione delle vigne vecchie è diventata uno dei principali strumenti attraverso cui la Spagna sta raccontando il proprio patrimonio viticolo.

Non è un caso che molte delle etichette più prestigiose della Rioja e della Ribera del Duero provengano proprio da parcelle storiche, spesso coltivate ad alberello e lavorate ancora manualmente.

Quando il Tempranillo entra nel mercato dei vini da investimento

Per molto tempo il mercato secondario dei grandi vini è stato quasi esclusivamente un affare francese. Bordeaux prima, Borgogna poi. Successivamente Barolo, Brunello e i grandi Supertuscan italiani.

Negli ultimi anni, tuttavia, anche la Spagna ha iniziato a ritagliarsi uno spazio sempre più importante.

L’indicatore più significativo ci arriva sempre da Liv-ex, il principale mercato internazionale dedicato allo scambio dei vini pregiati.

Negli ultimi anni il numero di etichette spagnole trattate sulla piattaforma è cresciuto in modo costante, segno di un interesse sempre maggiore da parte di collezionisti, investitori e operatori professionali.

L’evento simbolo di questa trasformazione è arrivato con la pubblicazione della Liv-ex Power 100, la classifica annuale che misura contemporaneamente reputazione, valore e volume degli scambi sul mercato secondario.

Per la prima volta nella storia un produttore spagnolo, Vega Sicilia, ha conquistato il vertice della graduatoria, superando nomi leggendari come Gaja, Sassicaia, Château Lafite Rothschild e Domaine de la Romanée-Conti.

Significa che il mercato considera ormai alcune etichette basate sul Tempranillo come autentici asset da collezione, caratterizzati da domanda internazionale, liquidità e prospettive di rivalutazione.

Accanto a Vega Sicilia stanno crescendo anche altri protagonisti come Dominio de Pingus, López de Heredia, La Rioja Alta, Marqués de Murrieta, Artadi e Muga, aziende che hanno contribuito a ridefinire l’immagine del vino spagnolo nel segmento premium.

Le nuove sfide: cambiamento climatico e geopolitica

Il futuro del Tempranillo dipenderà anche dalla capacità del settore di affrontare due grandi trasformazioni.

La prima riguarda il cambiamento climatico.

L’aumento delle temperature sta spingendo numerosi produttori a ricercare quote sempre più elevate, esposizioni più fresche e pratiche agronomiche capaci di preservare l’equilibrio delle uve.

In molte zone della Rioja si stanno rivalutando vecchi vigneti situati oltre i 700 metri di altitudine, mentre nella Ribera del Duero cresce l’interesse verso parcelle storicamente considerate troppo fredde.

La seconda sfida è di natura economica e geopolitica.

L’evoluzione delle politiche commerciali internazionali, le tensioni tariffarie tra Stati Uniti e Unione Europea, la crescita dei mercati asiatici e il rallentamento dei consumi in alcune economie mature impongono alle aziende una strategia sempre più orientata alla creazione di valore.

In questo contesto il Tempranillo parte da una posizione privilegiata.

Possiede una forte riconoscibilità internazionale, una lunga tradizione produttiva, un eccellente rapporto qualità-prezzo e un numero crescente di etichette considerate di interesse collezionistico.

Sono caratteristiche che pochi altri vitigni possono vantare contemporaneamente e di diritto possiamo affermare che rappresenta il sangue nobile della Spagna.

Antonella Coppotelli

Responsabile Area Marketing & PR Money.it

Per maggiori informazioni su Note di Vino scrivere un'email a [email protected]

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