Lazio, terra di rinascite: i vitigni autoctoni che stanno cambiando il volto del vino regionale
Antonella Coppotelli
12 giugno 2026
Il Lazio del vino riscopre le proprie radici: tra suoli vulcanici e valli appenniniche, la valorizzazione degli autoctoni sta creando una nuova, eccellente identità regionale.
Il Lazio è la mia regione di nascita e residenza; benché a volte mi senta più cittadina del mondo (specie se posizionato a Sud) che di un unico luogo, non posso non riservare a questo territorio un posto speciale nel mio cuore.
Ho deciso di pubblicare oggi l’approfondimento dedicato alla regione Lazio, alla vigilia di un primo percorso conclusivo e dell’assegnazione ufficiale dei diplomi AIS.
Prendetelo, quindi, come un personale, seppur piccolo omaggio, ai tanti professionisti che ci hanno accompagnato in questo viaggio.
Come già approfondito in precedenza, per lungo tempo il Lazio è stato identificato quasi esclusivamente con i vini bianchi dei Castelli Romani e con produzioni orientate alla quantità a discapito della qualità.
Un vero peccato se pensiamo che nel 1963 due delle prime quattro DOC riconosciute a livello legislativo provenivano proprio da qui: Frascati DOC e l’Est! Est! Est! di Montefiascone.
Negli ultimi vent’anni, però, la regione ha vissuto una profonda trasformazione che ha portato produttori, enologi e istituzioni a riscoprire un patrimonio ampelografico straordinario, spesso dimenticato o relegato a poche vigne familiari restituendo prodotti eccellenti ma ancora poco comunicati e, forse, poco competitivi rispetto ad altri di regioni più blasonate.
Oggi il Lazio rappresenta uno dei casi più interessanti del panorama vitivinicolo italiano. Una regione che, grazie alla valorizzazione dei vitigni autoctoni e di pratiche enologiche decisamente più etiche, sta costruendo una nuova identità fondata sulla biodiversità, sulla sostenibilità e sulla capacità di raccontare il territorio attraverso il vino.
Questa rinascita è stata favorita anche dalla straordinaria varietà geologica del Lazio. I suoli vulcanici dei Colli Albani, dei Monti Cimini e dell’area di Bolsena convivono con terreni calcarei e argillosi dell’entroterra ciociaro, con depositi sabbiosi lungo la fascia costiera e con aree montane caratterizzate da importanti escursioni termiche.
Un mosaico pedoclimatico che permette a numerose varietà autoctone di esprimere personalità differenti e riconoscibili.
Il Lazio vulcanico: la patria delle Malvasie e del Bellone
L’area compresa tra i Castelli Romani, il Frusinate e parte della provincia di Latina rappresenta il cuore storico della viticoltura regionale. Qui predominano terreni di origine vulcanica ricchi di potassio, fosforo e microelementi che conferiscono ai vini freschezza, sapidità e capacità evolutiva.
In questo contesto trovano la loro massima espressione la Malvasia Puntinata, la Malvasia di Candia e il Bellone.
La Malvasia Puntinata, considerata una delle varietà simbolo del Lazio, è diffusa soprattutto nei Castelli Romani, nell’area del Frascati DOCG e del Montecompatri-Colonna DOC.
Si distingue per il caratteristico puntinato brunastro presente sugli acini e per la capacità di produrre vini eleganti, floreali e minerali.
La Malvasia di Candia, più produttiva e vigorosa, rappresenta storicamente una componente fondamentale dei grandi bianchi laziali.
È presente soprattutto nelle province di Roma e Latina, dove contribuisce a vini morbidi e aromatici.
Il Bellone, coltivato principalmente nell’Agro Pontino e nei territori di Cori, Aprilia e Cisterna di Latina, è oggi uno dei vitigni più interessanti della viticoltura regionale grazie alla sua capacità di interpretare sia versioni fresche sia vinificazioni più complesse.
La Ciociaria e il recupero dei vitigni dimenticati
Se il Lazio vulcanico rappresenta il volto più conosciuto della viticoltura regionale, è nella Ciociaria che negli ultimi decenni si è consumata una delle più importanti rivoluzioni qualitative del vino italiano.
Qui il paesaggio cambia radicalmente: le colline della provincia di Frosinone si sviluppano tra rilievi appenninici, terreni calcarei, argillosi e marnosi e altitudini che favoriscono importanti escursioni termiche tra giorno e notte. Condizioni ideali per la produzione di vini caratterizzati da freschezza, eleganza e longevità.
Il protagonista assoluto di questo territorio è il Cesanese, unico grande vitigno rosso autoctono del Lazio capace di esprimere denominazioni di riferimento a livello nazionale.
In particolare, il Cesanese del Piglio DOCG, prodotto nelle aree di Piglio, Acuto, Serrone, Anagni e Paliano, rappresenta oggi il vertice qualitativo della viticoltura regionale.
Accanto a esso si distingue il Cesanese di Affile, biotipo raro e particolarmente pregiato coltivato nell’omonimo comune e nei territori limitrofi, apprezzato per la sua finezza aromatica, la trama tannica elegante e la straordinaria capacità di evolvere nel tempo.
Accanto al Cesanese, la Ciociaria custodisce un patrimonio ampelografico unico che negli ultimi anni è stato oggetto di importanti progetti di recupero e valorizzazione.
È il caso del Lecinaro, vitigno a bacca rossa originario dell’area del Piglio, varietà che fino a pochi decenni fa rischiava l’estinzione e che oggi sta conquistando critica e appassionati grazie alla sua spiccata acidità naturale, alla freschezza gustativa e all’eleganza del profilo aromatico..
Nella medesima area trovano spazio anche la Rosciola e l’Uva Giulia, due varietà storiche a bacca rossa del Frusinate che testimoniano la straordinaria biodiversità viticola del territorio.
La Rosciola dà origine a vini delicati e raffinati, caratterizzati da note di piccoli frutti rossi e fiori di campo, mentre l’Uva Giulia è oggi al centro di un percorso di riscoperta che punta a restituirle il ruolo che merita nella viticoltura regionale.
Il Nero Buono e l’identità del Lazio meridionale
Tra i vitigni a bacca rossa del Lazio, il Nero Buono occupa una posizione particolare.
La sua zona di elezione è quella di Cori, in provincia di Latina, dove viene coltivato da secoli su terreni vulcanici e argillosi. Per lungo tempo utilizzato come semplice uva da taglio, oggi viene sempre più spesso vinificato in purezza.
I vini ottenuti mostrano una personalità decisa, con aromi di mora, amarena, spezie mediterranee e una struttura che permette interessanti evoluzioni nel tempo.
La denominazione Cori DOC rappresenta oggi il principale punto di riferimento per questa varietà.
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Le montagne del Lazio e i bianchi della biodiversità
La riscoperta degli autoctoni laziali passa anche attraverso alcuni vitigni bianchi che per decenni sono rimasti confinati in poche vigne montane.
Il Maturano trova la propria culla storica nella Valle di Comino e nell’area di Atina. Per anni considerato quasi estinto, è stato recuperato grazie all’impegno di alcuni produttori che ne hanno riconosciuto il potenziale. Produce vini freschi, verticali e caratterizzati da una spiccata mineralità.
Nella stessa area si incontrano il Pampanaro e il Capolongo, varietà rarissime che testimoniano l’enorme ricchezza genetica della viticoltura laziale. Entrambi stanno vivendo una seconda giovinezza grazie a progetti di ricerca e valorizzazione.
Spostandosi verso il litorale meridionale emerge invece il Moscato di Terracina, probabilmente uno dei vitigni aromatici più caratteristici dell’Italia centrale.
Allevato prevalentemente tra Terracina, Monte San Biagio e San Felice Circeo, offre vini intensamente profumati che uniscono aromi mediterranei, agrumi e note saline.
La Biancolella, storicamente associata alle isole del Tirreno quali Ischia e Procida per esempio, ha trovato nel territorio pontino alcune espressioni di notevole interesse grazie all’influenza marina e ai terreni sabbiosi della costa.
Bellone, il bianco che racconta duemila anni di storia
Pochi vitigni possono vantare una storia antica quanto quella del Bellone (chiamato “Cacchione” nella zona di Nettuno), per cui permettetemi un focus ad hoc su di lui.
Molti studiosi ritengono infatti che possa identificarsi con l’uva Pantastica descritta dagli autori romani e particolarmente apprezzata durante l’epoca imperiale.
La sua presenza nell’Agro Pontino è documentata da secoli e rappresenta uno dei più importanti esempi di continuità viticola del Lazio.
Dal punto di vista agronomico il Bellone si distingue per la buccia spessa e resistente e per una naturale predisposizione all’accumulo zuccherino.
Queste caratteristiche consentono produzioni molto versatili: vini bianchi secchi, versioni macerate, passiti e persino spumanti.
Negli ultimi anni il Bellone è diventato il simbolo della nuova viticoltura laziale perché riesce a coniugare identità territoriale e modernità stilistica.
I terreni vulcanici e la vicinanza del mare contribuiscono a creare vini dalla marcata sapidità, capaci di esprimere una riconoscibilità che pochi altri vitigni regionali possiedono.
Per molti osservatori rappresenta oggi il candidato più autorevole a diventare il vero ambasciatore del Lazio del vino nel mondo.
Atina DOC, quando i vitigni internazionali diventano laziali
La DOC Atina costituisce, invece, uno dei casi più affascinanti della viticoltura italiana contemporanea e, seppur fuori tema in parte, lasciate che ve ne parli brevemente.
Situata nella Valle di Comino, nel sud della provincia di Frosinone, questa denominazione nasce ufficialmente nel 1999 ma affonda le proprie radici nella seconda metà dell’Ottocento, quando alcuni proprietari terrieri, quali l’ingegnere Visocchi, introdussero vitigni francesi, in particolare Cabernet Sauvignon, Cabernet Franc e Semillion.
La spiegazione di questo fenomeno è legata alla particolare conformazione della valle. Protetta dai rilievi dell’Appennino e caratterizzata da terreni calcarei, argillosi e ben drenati, la zona presenta condizioni climatiche sorprendentemente favorevoli alle varietà bordolesi.
Nel corso di oltre un secolo queste uve hanno trovato un ecosistema ideale, adattandosi progressivamente alle peculiarità locali.
È un processo che gli enologi definiscono ’domesticazione territoriale’: il vitigno mantiene il proprio patrimonio genetico ma sviluppa caratteristiche espressive strettamente connesse all’ambiente di coltivazione.
I Cabernet di Atina mostrano infatti profili aromatici differenti rispetto a quelli di Bordeaux o della Toscana.
Le escursioni termiche della Valle di Comino preservano freschezza e complessità aromatica, mentre i suoli calcarei contribuiscono a una particolare eleganza tannica.
Atina rappresenta dunque un modello virtuoso: non un territorio che ha rinunciato alla propria identità per inseguire mode esterne, ma un’area che ha saputo integrare vitigni provenienti da altri Paesi fino a renderli parte integrante della propria storia.
Anche da questa storia abbiamo molto da imparare in termini di umanità.
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