Per anni le rubriche di economia domestica hanno presentato la regola del 30%, secondo cui non dovrebbe essere destinato all’affitto più del 30% del reddito lordo. Una soglia considerata utile per capire se una casa è alla portata del proprio bilancio oppure no.
Tuttavia, il costo della vita è diventato molto più complesso e guardare soltanto alla percentuale destinata all’abitazione potrebbe non restituire la reale situazione finanziaria. Redditi, affitti e spese essenziali non sono cresciuti allo stesso ritmo negli ultimi tempi, dunque può capitare che una famiglia riesca a rispettare formalmente la regola del 30% ma si trovi allo stesso tempo con poco denaro disponibile alla fine del mese.
Perché la regola del 30% sull’affitto potrebbe non funzionare più
Sul finire dell’Ottocento, i primi studi di economia familiare sulle classi lavoratrici introdussero il concetto di una settimana di paga per un mese di affitto, dunque circa il 25% dello stipendio. Negli anni questo parametro è progressivamente cambiato, fino all’attuale soglia del 30%, diventata una sorta di regola generale della finanza personale.
Il problema della regola diventa particolarmente evidente quando si osserva il rapporto tra affitto e reddito disponibile. Supponiamo che una persona abbia uno stipendio netto di 1.800 euro, applicando la regola del 30%, il canone massimo sarebbe di 540 euro. Dopo aver pagato l’affitto rimarrebbero 1.260 euro, da cui devono essere sottratte tutte le altre spese mensili.
Se la persona deve anche mantenere un’automobile o sostenere economicamente uno o più figli, il margine disponibile può ridursi rapidamente. Dunque, rispettare la regola del 30% non significa necessariamente avere un affitto realmente sostenibile. Una situazione particolarmente evidente in quelle città in cui il costo della vita è progressivamente aumentato negli anni.
In Italia gli affitti sono aumentati fino al 44% in alcune città
Il contesto italiano rende il problema ancora più attuale. Secondo il dossier ’La questione abitativa dell’Ifel,’ tra il 2018 e il 2024 il valore delle locazioni è cresciuto mediamente del 22,6%. L’aumento è stato molto più elevato in alcune città, con picchi del 44,2%.
Questi dati evidenziano come la stessa regola del 30% possa essere più difficile da rispettare nelle aree dove i canoni sono aumentati maggiormente. A parità di stipendio, infatti, una persona può avere davanti prezzi degli affitti molto diversi a seconda della città in cui vive. Inoltre, anche all’interno della stessa città il costo dell’abitazione può cambiare sensibilmente in base alla zona, alle dimensioni dell’immobile e alle sue caratteristiche.
Anche il costo della vita può cambiare molto da una città all’altra. Non è sufficiente, quindi, rapportare l’affitto allo stipendio, perché anche ciò che rimane dopo aver pagato il canone deve essere sufficiente a coprire le altre spese quotidiane.
Quanto dello stipendio destinare davvero all’affitto nel 2026?
Per capire quale sia il canone sostenibile è utile partire dal reddito netto mensile e dal proprio bilancio effettivo. Il primo passaggio consiste nel sottrarre dal reddito tutte le spese che non possono essere evitate o ridotte facilmente. Affitto, utenze, trasporti, assicurazioni, alimentari ed eventuali rate devono essere considerati nel loro insieme. Solo dopo aver calcolato quanto rimane si può capire se il canone scelto lascia un margine sufficiente.
Una valida alternativa alla semplice regola del 30% è il metodo 50/30/20. Questo criterio considera il reddito netto e divide le uscite in tre grandi categorie:
- Il 50% per le necessità;
- Il 30% per le spese personali;
- Il 20% per il risparmio e il rimborso dei debiti.
È bene sottolineare che anche questo criterio non va interpretato come una formula universale. In una città dove gli affitti sono molto elevati può essere praticamente impossibile mantenere tutte le necessità entro il 50% del reddito. In altri casi, invece, una persona con poche spese fisse potrebbe avere maggiore flessibilità.