Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Vitigni dell’Emilia-Romagna: il viaggio tra i grandi vini di una regione sorprendente

Antonella Coppotelli

26 giugno 2026

Emilia e Romagna: due anime enologiche distinte. Dalla complessità dei Lambruschi emiliani alla struttura dei vini romagnoli, scopri le eccellenze di una regione.

Vitigni dell'Emilia-Romagna: il viaggio tra i grandi vini di una regione sorprendente

L’Emilia-Romagna è una delle regioni vitivinicole più articolate d’Italia. Chi la associa esclusivamente al Lambrusco o al Sangiovese rischia di fermarsi alla superficie di un patrimonio enologico che, in realtà, rappresenta uno dei più ricchi della Penisola.

Da Piacenza fino a Rimini, la vite attraversa oltre 400 chilometri di paesaggi completamente differenti: la pianura alluvionale più vasta d’Italia, le dolci colline modellate dagli Appennini, le antiche marne romagnole, le aree gessose, le sabbie costiere dell’Adriatico e le vallate che si insinuano verso la Toscana.

Proprio questa straordinaria varietà geologica ha permesso nei secoli la conservazione di numerosi vitigni autoctoni, molti dei quali non esistono praticamente in nessun’altra regione italiana. Alcuni sono diventati simboli internazionali, come il Lambrusco nelle sue diverse espressioni o l’Albana, primo vino bianco italiano ad aver ottenuto la DOCG. Altri rappresentano autentiche rarità, come il Longanesi, il Centesimino o il Famoso, recuperati grazie al lavoro di viticoltori che hanno creduto nel valore della biodiversità.

Emilia e Romagna: due anime, un’unica grande regione del vino

Dal punto di vista amministrativo costituiscono una sola regione, ma sotto il profilo vitivinicolo Emilia e Romagna raccontano due storie differenti.

L’Emilia, che comprende le province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena e Bologna, è la patria dei Lambruschi, della Malvasia di Candia Aromatica, del Pignoletto e di numerosi vini frizzanti. Qui il rapporto con la Pianura Padana è evidente: i suoli profondi e fertili favoriscono produzioni abbondanti, mentre le prime colline permettono di ottenere vini più complessi e longevi.

La Romagna, da Imola fino a Rimini passando per Faenza, Forlì, Cesena e Ravenna, è invece dominata dalle colline appenniniche e da terreni molto più antichi. Qui nascono vini dalla maggiore struttura, come l’Albana e il Longanesi, ma anche bianchi di sorprendente freschezza come il Pagadebit e il Famoso.

Questa distinzione non è soltanto geografica: è culturale, climatica ed enologica.

I suoli dell’Emilia-Romagna: il vero segreto della sua biodiversità

Poche regioni italiane presentano una tale varietà di ambienti geologici.

Le pianure alluvionali

Gran parte dell’Emilia occidentale è costituita dai sedimenti depositati nel corso dei millenni dal Po e dai suoi affluenti.

Sono terreni profondi, fertili, ricchi di limo, sabbia e argilla, capaci di trattenere acqua anche durante le estati più calde. Qui trovano il proprio habitat ideale i Lambruschi, che riescono a mantenere una piacevole acidità pur raggiungendo ottime maturazioni.

Questi suoli favoriscono vini fragranti, succosi, dalla spiccata bevibilità.

I conoidi pedecollinari

Tra la pianura e le prime colline si sviluppano terreni ricchi di ghiaia, ciottoli e sabbie grossolane.

Il drenaggio naturale costringe le radici ad approfondirsi, aumentando la concentrazione aromatica delle uve.

È qui che molti dei migliori Lambruschi acquisiscono maggiore complessità.

Le argille

Diffusissime soprattutto nel Modenese e nel Reggiano. L’argilla trattiene l’umidità durante l’estate e rende le maturazioni più regolari.I vini risultano generalmente più corposi, morbidi e strutturati.

Marne e arenarie

Entrando in Romagna compaiono le tipiche marne calcaree alternate ad arenarie.

Questi terreni sono poveri, drenanti e ricchi di minerali.

Contribuiscono alla produzione di vini più verticali, longevi e dotati di una marcata sapidità.

Albana, Famoso e Longanesi trovano qui alcune delle loro migliori espressioni.

Le vene di gesso

Tra Brisighella e Riolo Terme emerge uno degli ambienti geologici più particolari d’Europa.

Il gesso riflette la luce, favorisce l’escursione termica e garantisce un drenaggio eccezionale.

Le vigne producono rese naturalmente contenute e vini dalla spiccata impronta minerale.

Le sabbie costiere

Nella fascia ravennate e ferrarese si incontrano terreni sabbiosi influenzati dalla vicinanza dell’Adriatico.

La componente marina contribuisce alla freschezza dei vini e alla loro caratteristica sapidità.

Il Lambrusco: non un vino, ma una famiglia di vitigni

Uno degli errori più frequenti consiste nel considerare il Lambrusco come un’unica varietà.

In realtà il termine identifica una vasta famiglia di vitigni autoctoni emiliani, ciascuno con caratteristiche agronomiche ed enologiche ben precise.

Le differenze riguardano colore, profilo aromatico, acidità, tannino, vigoria e territorio di elezione.

Conoscerle permette di comprendere perché esistano Lambruschi così diversi tra loro.

Lambrusco di Sorbara: l’eleganza della leggerezza

Tra tutti i Lambruschi è probabilmente il più raffinato.

Viene allevato principalmente nella fascia compresa tra i fiumi Secchia e Panaro, nei comuni di Sorbara, Bomporto, Bastiglia, Nonantola, Ravarino e San Prospero, in provincia di Modena.

Predilige terreni alluvionali sabbiosi e limosi che limitano naturalmente la vigoria della pianta.

Dal punto di vista ampelografico presenta una caratteristica piuttosto rara: un’elevata cascola fiorale. Molti fiori non arrivano infatti a trasformarsi in acini, riducendo naturalmente la produzione.

Il vino si distingue per il colore rubino molto tenue, spesso con riflessi cerasuoli, una spuma fine e persistente e un corredo aromatico elegante dominato da viola, rosa, melograno, lampone, fragoline di bosco e agrumi.

La struttura è contenuta, mentre l’acidità rappresenta il tratto distintivo che lo rende uno dei vini più gastronomici d’Italia.

È il Lambrusco ideale per salumi delicati, tortellini in brodo, cucina asiatica e preparazioni di pesce particolarmente saporite.

Lambrusco Salamino: equilibrio e versatilità

Il Lambrusco Salamino prende il nome dalla particolare forma del grappolo, cilindrico e compatto, che ricorda un salame.

La sua area storica comprende le province di Reggio Emilia e Modena, dove cresce soprattutto su terreni argillosi e limosi.

Rispetto al Sorbara possiede una maggiore concentrazione colorante e una struttura decisamente più importante.

Al naso emergono ciliegia, mora, ribes nero e violetta, accompagnati da leggere note speziate.

In bocca mantiene una buona freschezza ma sviluppa maggiore morbidezza e una trama tannica più evidente.

È probabilmente il Lambrusco più versatile negli abbinamenti, perfetto tanto con i salumi emiliani quanto con lasagne, zampone, cotechino e Parmigiano Reggiano di lunga stagionatura.

Lambrusco Grasparossa: il più strutturato della famiglia

Se il Sorbara rappresenta l’eleganza e il Salamino l’equilibrio, il Lambrusco Grasparossa incarna la forza.

La sua zona d’elezione coincide con le colline modenesi, in particolare nei comuni di Castelvetro di Modena, Maranello, Castelnuovo Rangone, Formigine e Spilamberto. A differenza degli altri Lambruschi, cresce prevalentemente lungo i versanti collinari, su terreni argillosi ricchi di calcare e con una buona presenza di scheletro.

Il nome ’Grasparossa’ deriva dalla particolare colorazione rossastra che assumono i raspi in prossimità della maturazione, segnale di un’elevata concentrazione fenolica.

Nel calice si presenta con un colore rubino intenso, quasi impenetrabile, accompagnato da una spuma abbondante e cremosa. Il bouquet è dominato da mora selvatica, prugna, amarena, violetta e pepe nero, con frequenti richiami al sottobosco e alle erbe aromatiche.

La bocca è ampia, tannica e decisamente più corposa rispetto agli altri Lambruschi. L’acidità rimane presente ma lascia spazio a una maggiore morbidezza, rendendolo il compagno ideale di piatti ricchi come gnocco fritto, tigelle, cacciagione, brasati e carni alla griglia.

Dal punto di vista enologico è probabilmente il Lambrusco con il maggiore potenziale evolutivo.

Lambrusco Maestri: il colore che completa gli assemblaggi

Il Lambrusco Maestri rappresenta uno dei vitigni meno conosciuti dal grande pubblico, ma riveste un ruolo fondamentale nella storia della viticoltura emiliana.

Originario dell’area compresa tra Parma e Reggio Emilia, oggi è allevato soprattutto nelle province di Parma, Reggio Emilia, Modena e, in misura minore, Piacenza.

Predilige suoli profondi di origine alluvionale, con buona disponibilità idrica, dove riesce a sviluppare grappoli particolarmente ricchi di sostanze coloranti.

Per molti decenni è stato utilizzato soprattutto come uva da taglio grazie alla sua straordinaria capacità di conferire colore, struttura e intensità aromatica agli altri Lambruschi. Negli ultimi anni, tuttavia, numerose aziende hanno iniziato a vinificarlo in purezza, valorizzandone la personalità.

I suoi vini esprimono note di mora, prugna matura, ciliegia nera e spezie dolci, accompagnate da una tessitura tannica importante e da una buona concentrazione alcolica.

Rispetto al Grasparossa mostra una maggiore morbidezza e una minore acidità, caratteristiche che lo rendono particolarmente interessante anche nelle versioni ferme.

Lambrusco di Sorbara, Salamino, Grasparossa e Maestri: le principali differenze

Pur appartenendo alla stessa famiglia botanica, questi quattro vitigni danno origine a vini profondamente diversi.

Il Sorbara è il più delicato ed elegante, con colore tenue, acidità vibrante e profumi floreali che richiamano viola, rosa e melograno. La sua leggerezza lo rende uno dei Lambruschi più raffinati e versatili negli abbinamenti.

Il Salamino rappresenta il punto d’incontro tra freschezza e struttura. Offre un frutto più maturo, un colore più intenso e tannini più presenti, mantenendo comunque una notevole bevibilità.

Il Grasparossa è il più potente della famiglia. Colore profondo, tannino deciso, maggiore estratto e aromi di frutta nera e spezie lo rendono ideale per accompagnare la cucina emiliana più ricca.

Il Maestri, infine, è il più concentrato dal punto di vista cromatico. Storicamente impiegato negli assemblaggi, oggi dimostra anche in purezza una personalità fatta di intensità, struttura e note speziate.

Queste differenze sono il risultato non solo del patrimonio genetico delle singole varietà, ma anche delle differenti aree di coltivazione, dei suoli e dei microclimi che caratterizzano l’Emilia.

Ancellotta: il grande comprimario che merita il ruolo da protagonista

Tra i vitigni autoctoni emiliani, l’Ancellotta è probabilmente quello che ha vissuto la trasformazione più significativa.

Per lungo tempo è stato considerato esclusivamente un vitigno da assemblaggio, utilizzato per aumentare colore e morbidezza nei Lambruschi. Negli ultimi anni, invece, numerosi produttori ne hanno riscoperto il potenziale qualitativo, arrivando a proporlo anche in purezza.

La sua diffusione interessa soprattutto le province di Reggio Emilia e Modena, dove trova condizioni ideali nei terreni argillosi della pianura e delle prime colline.

Produce grappoli ricchi di antociani e vini dal colore intenso, con aromi di amarena, mora, mirtillo, prugna e leggere sfumature balsamiche.

L’acidità moderata e la naturale morbidezza permettono di ottenere vini avvolgenti, spesso caratterizzati da una piacevole rotondità tannica.

Fortana: il rosso delle sabbie e del Delta del Po

Conosciuta anche come Fortana del Taro, questa varietà occupa una posizione particolare all’interno della viticoltura emiliana.

Le sue principali aree di coltivazione si trovano nella provincia di Ferrara, soprattutto all’interno del territorio della DOC Bosco Eliceo, e in alcune zone del Parmense.

Qui il paesaggio cambia radicalmente: i terreni diventano sabbiosi, influenzati dall’antica presenza del mare e dalla vicinanza del Delta del Po.

La sabbia limita naturalmente la vigoria delle piante e contribuisce a preservare numerosi vigneti a piede franco, cioè non innestati su portainnesti americani.

La Fortana dà origine a vini di colore rubino brillante, con profumi di piccoli frutti rossi, melograno e leggere note vegetali.

La bocca è caratterizzata da una vivace acidità e da una marcata sapidità, elementi che la rendono perfetta per accompagnare anguilla, salama da sugo e piatti della tradizione ferrarese.

Pignoletto: il bianco simbolo dei Colli Bolognesi

Negli ultimi vent’anni il Pignoletto è diventato il vino bianco più rappresentativo dell’Emilia.

Il vitigno corrisponde geneticamente al Grechetto Gentile e trova la sua massima espressione nei Colli Bolognesi, estendendosi anche nelle province di Modena e Ravenna.

Le migliori vigne si trovano su terreni argilloso-calcarei, ben drenati e caratterizzati da una buona escursione termica.

Il Pignoletto esprime profumi di mela verde, pera, fiori bianchi, agrumi, pesca e leggere sfumature di mandorla fresca.

La spiccata acidità e la naturale sapidità lo rendono particolarmente adatto sia alla spumantizzazione sia alla vinificazione in versione ferma.

Nelle migliori interpretazioni acquisisce complessità con l’affinamento sulle fecce fini, sviluppando eleganti note minerali e una maggiore profondità gustativa.

Malvasia di Candia Aromatica: il volto più profumato dell’Emilia

Tra Piacenza, Parma e i Colli di Scandiano e Canossa, la Malvasia di Candia Aromatica rappresenta uno dei patrimoni più preziosi della viticoltura emiliana.

Predilige terreni calcarei e collinari, dove riesce a mantenere il proprio straordinario patrimonio aromatico.

Il suo corredo olfattivo è immediatamente riconoscibile: salvia, glicine, fiori d’arancio, pesca bianca, albicocca, litchi e agrumi si fondono in un bouquet intenso ma mai eccessivo.

A seconda dello stile produttivo può dare origine a vini secchi, frizzanti, passiti o spumanti.

Negli ultimi anni molti produttori stanno privilegiando interpretazioni secche, capaci di valorizzare la componente floreale senza rinunciare alla freschezza.

Ortrugo: il bianco identitario dei Colli Piacentini

Per molto tempo l’Ortrugo è stato considerato un semplice vitigno complementare, utilizzato soprattutto negli assemblaggi con Malvasia e Ortrugo.

La sua area di elezione coincide con i Colli Piacentini, dove cresce su suoli calcarei e marnosi.

Il vino si distingue per il colore paglierino brillante e per un profilo aromatico delicato, che richiama mela, pera, fiori di campo ed erbe aromatiche.

La vera forza dell’Ortrugo risiede però nella tensione gustativa: acidità, sapidità e una chiusura asciutta lo rendono uno dei vini bianchi più gastronomici dell’Emilia.

Nelle versioni frizzanti rappresenta una delle espressioni più autentiche della tradizione piacentina, perfetto in abbinamento con salumi DOP, tortelli con la coda e pisarei e fasò.

La Romagna: colline, marne e vitigni identitari

Se l’Emilia è la terra delle grandi pianure e dei vini della convivialità, la Romagna racconta un’altra storia. Qui il paesaggio cambia volto: la pianura lascia progressivamente spazio alle colline che anticipano l’Appennino, modellate da milioni di anni di evoluzione geologica.

Le vigne si arrampicano tra i 150 e i 400 metri di altitudine, su terreni composti da marne, arenarie, argille calcaree e, in alcune aree, dalle spettacolari Vene del Gesso. La vicinanza del mare Adriatico garantisce una costante ventilazione, mentre le escursioni termiche favoriscono una maturazione lenta e completa delle uve.

Il risultato sono vini caratterizzati da maggiore tensione minerale, struttura e capacità evolutiva rispetto a molte produzioni della pianura emiliana.

È proprio in questo contesto che trovano casa alcuni dei vitigni autoctoni più interessanti d’Italia.

Albana: il primo bianco italiano a conquistare la DOCG

L’Albana rappresenta il simbolo della Romagna vitivinicola.

Le sue principali aree di coltivazione interessano le colline delle province di Forlì-Cesena, Ravenna, Faenza, Imola e parte del territorio riminese, dove predilige terreni calcarei, marnosi e ben drenati.

La sua importanza storica è testimoniata da un primato assoluto: nel 1987 è stato il primo vino bianco italiano a ottenere la DOCG.

Dal punto di vista enologico è uno dei vitigni più versatili del panorama nazionale.

Nella versione secca esprime profumi di albicocca, pesca gialla, camomilla, ginestra, erbe aromatiche e mandorla, accompagnati da una struttura importante e da una marcata sapidità.

L’elevata dotazione di polifenoli consente anche lunghe macerazioni sulle bucce, pratica sempre più diffusa tra i produttori contemporanei, che permette di ottenere vini di grande personalità.

L’Albana eccelle inoltre nelle versioni passite, dove sviluppa aromi di miele d’acacia, fichi secchi, datteri, scorza d’arancia candita e zafferano, mantenendo una sorprendente freschezza.

Trebbiano Romagnolo: il vitigno della tradizione contadina

Il Trebbiano Romagnolo è stato per secoli il bianco più diffuso della regione.

Le sue aree storiche comprendono le province di Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, con una presenza significativa sia in pianura sia nelle prime colline.

Per molti anni è stato sottovalutato, soprattutto a causa delle produzioni ad alta resa che privilegiavano la quantità rispetto alla qualità.

Negli ultimi decenni, però, numerosi vignaioli hanno dimostrato come una gestione agronomica più attenta possa dare origine a vini di notevole interesse.

Il profilo aromatico è delicato e raffinato: mela verde, pera Williams, agrumi, fiori bianchi e leggere note di erbe officinali anticipano una bocca fresca, lineare e caratterizzata da una piacevole impronta salina.

È un vino che interpreta perfettamente la cucina marinara dell’Adriatico, ma che sorprende anche in abbinamento ai cappelletti romagnoli e alle carni bianche.

Famoso: da vitigno dimenticato a protagonista della nuova Romagna

Pochi vitigni raccontano la rinascita della biodiversità romagnola quanto il Famoso, conosciuto storicamente anche come Rambëla.

Quasi scomparso nel corso del Novecento, è stato recuperato grazie al lavoro di alcuni produttori che hanno creduto nel suo straordinario potenziale aromatico.

Oggi viene coltivato soprattutto nelle colline tra Cesena, Mercato Saraceno e Bertinoro.

Predilige suoli marnosi e calcarei che ne esaltano la componente aromatica senza appesantire il profilo gustativo.

Il bouquet è immediatamente riconoscibile.

Fiori d’arancio, salvia, pompelmo, sambuco, pesca bianca, frutta tropicale e agrumi si susseguono con grande intensità.

A differenza di altri aromatici, tuttavia, il Famoso mantiene una notevole freschezza e una chiusura asciutta, caratteristiche che ne aumentano la versatilità gastronomica.

Centesimino: il rosso che profuma di fiori

Il Centesimino, chiamato localmente anche Savignôn Rosso, è uno dei vitigni più affascinanti della Romagna.

La sua coltivazione è concentrata quasi esclusivamente nel territorio di Faenza.

Il nome deriva da Pietro Pianori, soprannominato ’Centesimino’, che contribuì al recupero della varietà alla fine dell’Ottocento.

Il vino possiede un’identità aromatica assolutamente originale.

Le note predominanti ricordano rosa canina, viola mammola, pepe rosa, melograno, piccoli frutti rossi e leggere sfumature speziate.

La struttura è media, sostenuta da tannini eleganti e da una buona acidità.

È uno dei pochi rossi italiani in cui la componente floreale rappresenta la cifra stilistica dominante.

Longanesi: il grande rosso ritrovato della Romagna

Tra tutte le varietà autoctone romagnole, il Longanesi è probabilmente quella che meglio racconta il valore della conservazione della biodiversità.

La sua storia è relativamente recente.

Fu riscoperto negli anni Ottanta nei pressi di Bagnacavallo grazie all’agricoltore Antonio Longanesi, dal quale prende il nome.

Oggi la sua coltivazione interessa prevalentemente le province di Ravenna e Lugo, dove cresce su terreni argillosi e calcarei.

Produce vini di notevole struttura, caratterizzati da un colore rubino molto intenso e da aromi complessi di mora, amarena, mirtillo, prugna, cacao, liquirizia e pepe nero.

La buona acidità e l’importante dotazione tannica consentono affinamenti anche di lunga durata.

È uno dei vitigni italiani con il maggiore potenziale ancora inespresso e rappresenta uno dei migliori esempi di recupero del patrimonio ampelografico nazionale.

Il Pagadebit: il vino che ’pagava i debiti’

Tra i vini simbolo della Romagna merita un approfondimento il Pagadebit, nome con cui è conosciuto il Bombino Bianco coltivato nel territorio romagnolo.

La sua zona di produzione coincide principalmente con le colline tra Forlì, Cesena, Faenza e Imola, dove trova condizioni ideali sui terreni argilloso-calcarei e marnosi.

L’origine del nome è strettamente legata alla storia della viticoltura contadina.

A differenza di molte altre varietà, il Pagadebit si distingue per una straordinaria fertilità delle gemme e per la capacità di produrre raccolti abbondanti anche nelle annate caratterizzate da gelate primaverili o condizioni climatiche difficili.

Per questo motivo i contadini dicevano che, grazie a quest’uva, era sempre possibile vendere il vino e ’pagare i debiti’, anche quando gli altri vigneti avevano subito pesanti perdite.

Dal punto di vista organolettico offre un profilo elegante e immediato.

I profumi richiamano mela gialla, pera, biancospino, camomilla, agrumi e leggere sfumature di erbe aromatiche.

Al palato è fresco, scorrevole, con una piacevole vena sapida che ne facilita la beva.

Negli ultimi anni molti produttori stanno lavorando per valorizzarne il potenziale qualitativo attraverso basse rese, raccolte selettive e affinamenti sulle fecce fini, dimostrando come il Pagadebit possa esprimere una complessità ben superiore a quella che storicamente gli veniva attribuita.

Tabella Riassuntiva Tabella Riassuntiva vitigni autoctoni Emilia-Romagna

Antonella Coppotelli

Responsabile Area Marketing & PR Money.it

Per maggiori informazioni su Note di Vino scrivere un'email a [email protected]

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