Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Puglia oltre Primitivo e Negroamaro: i vitigni autoctoni da conoscere

Antonella Coppotelli

29 maggio 2026

La Puglia non è solo Primitivo e Negroamaro. Un patrimonio di vitigni autoctoni, dalla Daunia al Salento, racconta la svolta enologica verso qualità e identità territoriale.

Puglia oltre Primitivo e Negroamaro: i vitigni autoctoni da conoscere

Per anni la Puglia è stata raccontata quasi esclusivamente attraverso due grandi protagonisti: Primitivo e Negroamaro. Due vitigni che hanno contribuito in modo decisivo alla notorietà della regione e alla crescita del vino pugliese nel mondo ma che sono solo gli esponenti più noti di un quadro enologico più ampio e articolato.

Non dimentichiamo che questa regione è quella che più di tutte si affaccia a oriente e nel corso dei secoli è stata uno dei primi approdi marini, favorendo lo scambio di merci e di culture. Una stratificazione millenaria che ritroviamo nelle tradizioni locali, linguistiche ed enogastronomiche.

La regione custodisce infatti un patrimonio ampelografico straordinario, fatto di varietà autoctone che raccontano territori diversi, tradizioni contadine antiche e una viticoltura che negli ultimi trent’anni ha vissuto una trasformazione radicale.

La Puglia è una terra tra due mari, dopo la Sardegna è la più ventosa d’Italia ed è la meno montuosa. Scarseggia di risorse idriche in superficie ma ne è ricca in profondità.

Da terra votata alla quantità, spesso destinata a rafforzare vini del Nord e della Francia, la Puglia è diventata una delle regioni italiane più dinamiche sul fronte della qualità, dell’identità territoriale e della valorizzazione dei vitigni storici.

Oggi la regione non è più soltanto terra di vini potenti e solari, ma un mosaico di territori, microclimi e vitigni autoctoni che stanno finalmente trovando una voce autonoma.

Dalle alture della Murgia fino al Salento, passando per la Daunia e la Valle d’Itria, il vino pugliese sta vivendo una maturità nuova, fatta di precisione, sostenibilità e forte legame con il territorio.

Come sempre vi daremo una panoramica generica con l’augurio di instillare un po’ di curiosità e voglia di approfondimento direttamente sul campo.

Il Salento del Primitivo e del Negroamaro

Raccontare il vino pugliese significa inevitabilmente partire dal Salento, dove il clima mediterraneo, il sole intenso e la vicinanza del mare hanno costruito nei secoli una viticoltura generosa e identitaria. “Vigna tra due mari” fu definito dall’enologo Severino Garofano.

Il Primitivo è probabilmente il vitigno pugliese più conosciuto nel mondo. Diffuso soprattutto nell’area di Manduria e di Gioia del Colle, prende il nome dalla maturazione precoce e si distingue per vini ricchi, alcolici e avvolgenti, con note di prugna matura, ciliegia sotto spirito, spezie dolci e macchia mediterranea. Nel Nuovo Mondo fa il paio con Zinfandel, suo clone che ha trovato la propria casa in California.

Negli ultimi anni il lavoro di molti produttori ha cambiato profondamente lo stile del Primitivo, puntando maggiormente su equilibrio, freschezza e bevibilità rispetto alle concentrazioni estreme che avevano caratterizzato una parte della produzione passata. Questo vitigno è protagonista di una delle 4 DOCG della regione.

Il Negroamaro rappresenta invece l’anima più autentica del Salento. Il suo nome, che richiama l’amaro sia in latino sia in greco, racconta già il carattere del vitigno. I vini ottenuti da Negroamaro hanno un profilo più austero rispetto al Primitivo: frutto scuro, erbe mediterranee, tabacco, liquirizia e una trama tannica spesso elegante.

È il vitigno simbolo di denominazioni storiche come Salice Salentino e continua a essere uno dei migliori interpreti della cucina pugliese più tradizionale anche nelle versioni rosè e spumantizzate.

Susumaniello, il rosso pugliese che guarda al futuro

Tra i vitigni che meglio rappresentano la rinascita del vino pugliese c’è sicuramente il Susumaniello. Per lungo tempo quasi dimenticato, negli ultimi anni è diventato uno dei simboli della nuova viticoltura regionale.

Il nome deriverebbe dall’espressione “somarello”, per via della produttività abbondante delle giovani vigne, cariche d’uva come piccoli asini da soma. Storicamente utilizzato per tagli e vini da volume, oggi il Susumaniello viene vinificato in purezza da numerose cantine del brindisino e del barese.

Il risultato è sorprendente: vini dal colore intenso, con note di mora, ribes nero, pepe e violetta, sostenuti da freschezza e sapidità. Elementi che lo rendono uno dei rossi pugliesi più contemporanei, capace di mantenere struttura senza perdere dinamismo gustativo.

Ottavianello, il vitigno francese diventato pugliese

L’Ottavianello è uno dei casi più curiosi della viticoltura meridionale. Introdotto probabilmente dalla Francia durante il periodo borbonico, è geneticamente collegato al Cinsault ma ha trovato nel territorio brindisino una propria identità.

Per decenni è rimasto ai margini della produzione regionale, ma oggi alcuni produttori lo stanno riscoprendo grazie alla sua capacità di generare vini eleganti, speziati e particolarmente gastronomici.

A differenza di altri rossi pugliesi più potenti, l’Ottavianello gioca sulla finezza aromatica, con sentori di piccoli frutti rossi, pepe nero, rosa appassita e leggere sfumature balsamiche. È una delle espressioni più originali della nuova Puglia del vino. Servito fresco è un ottimo abbinamento con il pesce.

Nero di Troia, il grande rosso del Nord della Puglia

Se il Salento rappresenta il volto mediterraneo e solare della regione, il Nord della Puglia racconta invece una viticoltura più continentale e strutturata. Qui il protagonista assoluto è il Nero di Troia, vitigno simbolo della Daunia e dell’area di Castel del Monte.

Considerato per anni difficile da gestire per via dei tannini importanti, oggi il Nero di Troia sta vivendo una vera consacrazione grazie a vinificazioni più precise e attente all’eleganza.

I suoi vini sono profondi e complessi, con aromi di amarena, mora, viola, pepe, grafite e sottobosco. Il tannino deciso e la notevole capacità evolutiva lo rendono uno dei grandi rossi del Sud Italia, capace di competere con varietà ben più celebri sul piano internazionale.

La denominazione Castel del Monte DOCG nella versione Riserva e Rosso rappresenta oggi una delle espressioni più autorevoli del vitigno.

Accanto al Nero di Troia merita attenzione anche il Bombino Nero, varietà storica spesso meno conosciuta ma profondamente legata alla tradizione pugliese. Diffuso soprattutto nell’area di Castel del Monte, il Bombino Nero è diventato negli ultimi anni uno dei vitigni simbolo della spumantistica rosata pugliese ed è il protagonosta della quarta DOCG regionale.

A differenza del Nero di Troia, il Bombino Nero punta maggiormente su freschezza, fragranza aromatica e delicatezza tannica. I vini esprimono note di melograno, fragoline, rosa e agrumi rossi, accompagnate da una piacevole sapidità che riflette i terreni calcarei della Murgia.

Verdeca e Bianco d’Alessano, i bianchi della Valle d’Itria

Per molto tempo la Puglia è stata identificata quasi esclusivamente con i vini rossi. Oggi, invece, i bianchi regionali stanno conquistando sempre più attenzione grazie a vitigni autoctoni che riescono a esprimere freschezza e identità nonostante il clima caldo.

La Valle d’Itria, con i suoi trulli, le alture ventilate e i terreni calcarei, è il cuore di questa rinascita.

La Verdeca è forse il vitigno bianco pugliese più interessante sotto il profilo territoriale. Produce vini freschi, floreali e agrumati, spesso caratterizzati da una marcata sapidità e da una piacevole nota erbacea finale. È un’uva che racconta perfettamente il volto più elegante e contemporaneo della Puglia bianca.

Accanto alla Verdeca troviamo il Bianco d’Alessano, varietà storica della Valle d’Itria riscoperta negli ultimi anni grazie al lavoro di diversi produttori locali. I vini mostrano profumi delicati di fiori bianchi, pera, erbe aromatiche e mandorla fresca, con una bevibilità che li rende particolarmente adatti alla cucina marinara pugliese.

Bombino Bianco, la sorpresa del metodo classico pugliese

Quando si parla di spumanti italiani il pensiero corre immediatamente a Franciacorta, Trento o Alta Langa. Eppure la Puglia, soprattutto nell’area della Daunia, sta costruendo una propria credibilità anche nel mondo del metodo classico.

Il protagonista di questa evoluzione è il Bombino Bianco, vitigno diffuso principalmente nel foggiano e nell’area di San Severo.

Storicamente considerato un’uva produttiva e semplice, il Bombino Bianco ha dimostrato invece qualità sorprendenti nella spumantizzazione grazie alla sua acidità naturale, alla neutralità aromatica e alla capacità di mantenere freschezza anche in climi caldi.

Nascono così metodo classico eleganti, verticali e sapidi, che raccontano una Puglia diversa rispetto agli stereotipi più consolidati. Una Puglia capace di produrre bollicine credibili e territoriali.

Malvasia Bianca, l’anima aromatica della regione

La Malvasia Bianca rappresenta da secoli una presenza fondamentale nella viticoltura pugliese. Utilizzata spesso in blend con Negroamaro e altri vitigni autoctoni, contribuisce ad ammorbidire i vini rossi e ad arricchirne il profilo aromatico.

Vinificata in purezza può regalare vini intensamente floreali, con richiami di pesca bianca, albicocca, zagara e miele leggero. In alcune zone del Salento continua a essere protagonista di interpretazioni tradizionali che conservano un forte legame con la cultura contadina locale.

Cacc’e Mmitte di Lucera DOC, il vino della tradizione contadina

Tra le denominazioni più affascinanti e simboliche della Puglia c’è sicuramente il Cacc’e Mmitte di Lucera DOC, prodotto nell’area del foggiano.

Il nome deriva da un’antica pratica contadina: “caccia e metti”, un’antica pratica di vinificazione. Ai braccianti dei latifondi era concesso, un tempo, di usare i palmenti (vecchie vasche per la fermentazione del vino) ma bisognava fare in fretta. Si pigiavano, quindi, uve bianche e nere e dopo una breve macerazione, il mosto veniva portato in cantina a fermentare per liberare la vasca e lasciare spazio agli altri.

Un gesto semplice che racconta parte della cultura popolare nel Sud Italia, dove il vino era alimento quotidiano prima ancora che prodotto commerciale.

La denominazione nasce ufficialmente nel 1975 e si basa principalmente sul Nero di Troia, accompagnato tradizionalmente da Montepulciano e Sangiovese.

Il Cacc’e Mmitte è uno dei vini che meglio raccontano la Puglia autentica: schietto, conviviale, legato alla cucina del territorio e lontano da qualsiasi costruzione artificiale

Oggi questa DOC sta vivendo una nuova stagione grazie al lavoro di produttori che hanno deciso di valorizzarne la storia senza snaturarne il carattere popolare, perché la grande forza della Puglia contemporanea è probabilmente questa: aver compreso che il futuro passa dall’identità del passato.

Antonella Coppotelli

Responsabile Area Marketing & PR Money.it

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