Il punto di vista della GenZ sulla politica

Il punto di vista della GenZ sulla politica

di Paolo Di Falco

Migranti, «la causa di questo naufragio sta nel fallimento delle politiche europee»: l’intervista a Cecilia Strada

Paolo Di Falco

3 marzo 2023

Dalla strage di Crotone alla criminalizzazione delle navi di soccorso: ne parliamo con Cecilia Strada impegnata in prima persona nel soccorso in mare con ResQ People.

È domenica 26 febbraio, sono le 4 di notte quando un peschereccio partito quattro giorni prima da Smirne si avvicina alla costa calabrese, nei pressi di Crotone. A bordo tra le 150 e 200 persone di diversa nazionalità. A un certo punto, quando l’imbarcazione è a 100 metri dalla riva, succede qualcosa forse l’urto con uno scoglio. Poco prima delle cinque del mattino sarà un pescatore a notare sulla spiaggia di Steccato di Cutro l’imbarcazione distrutta e alcuni corpi che galleggiano in acqua.

Questa la cronaca spicciola della tragedia di Cutro in cui hanno perso la vita più di 60 persone tra cui 12 minori, due gemellini di pochi anni e un bimbo di pochi mesi. Tante le dichiarazioni degli ultimi giorni così come i commenti e i giudizi dettati sui social. «La causa di questo naufragio sta a monte, nel fallimento delle politiche europee» ci dice Cecilia Strada, attivista, operatrice umanitaria, giornalista e oggi impegnata in prima persona con ResQ People.

Il refrain del «se lo sono andati a cercare»

Quello di Crotone era un naufragio che poteva essere evitato così come tutte le altre stragi «se l’Europa si decidesse ad aprire dei canali di accesso sicuri e legali per chi cerca di arrivare nel nostro continente scappando dai proprio paese o semplicemente in cerca di un futuro migliore». Difatti, ci dice Cecilia Strada, «quello che succede nel mar Mediterraneo e di conseguenza anche il motivo della presenza delle navi di soccorso è il fallimento delle politiche europee: chiudendo le porte d’accesso legali all’Europa purtroppo si abbandonano le persone sulle rotte illegali nelle mani dei maledetti trafficanti di esseri umani per i quali la vita umana è solamente un grande affare. Così il risultato inevitabile sono queste drammatiche tragedie».

Tra i primi a commentare quanto accaduto è stato il ministro dell’Interno Piantedosi che ha detto: «La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli». Parole che esplicitano quel «se lo sono andati a cercare» come se la colpa fosse delle vittime, ritornello che «è lo stesso che si ripete quando una donna viene stuprata. Tra le classiche domande c’è quel ‘ma aveva bevuto?’ oppure ‘aveva la gonna troppo corta?’. Nel caso di risposte affermative la vittima allora forse se l’è andata a cercare. In pochi dicono che queste persone non hanno altra possibilità che affidarsi alle rotte illegali».

Tra l’altro, sottolinea Cecilia Strada, «in questo caso stiamo parlando di persone che scappavano da paesi come Afghanistan, Iran e Pakistan: davvero dobbiamo spiegare perché il rischio di morire in mare è preferibile a quello di morire in terra? Mi ricordo una vignetta di qualche anno fa di Staino e la domanda era: ‘ma perché si mettono in mare se sanno che poi forse moriranno?’ La risposta è per il forse: quando quello che hai dietro è talmente brutto non puoi che andare avanti. Per questo le parole del ministro mi hanno un po’ ferita: nascere nella culla giusta è una questione di fortuna, non c’è merito. La dichiarazione universale dell’uomo dice che tutti quanti nasciamo liberi e uguali in dignità e diritti. Nasciamo sì ma poi è la culla in cui ci appoggiano a fare differenza: la culla in cui siamo nati noi ti dà immediatamente diritto ad un passaporto con cui puoi chiedere visti e per la maggior parte dei paesi non devi neanche farlo…Le culle degli altri ti abbandonano nelle mani dei trafficanti sulle rotte illegali».

La criminalizzazione dei «taxi del mare»

Nell’atteggiamento del governo c’è anche un paradosso: da un lato si «esprime cordoglio per le morti in mare ma contemporaneamente si continuano a varare i decreti che ostacolano le attività delle navi di soccorso. Quest’ultime, in pratica, vengono ostacolate assegnando loro un porto di sbarco a 900-1000 miglia nautiche dalla zona in cui si trova la nave. Questo significa condannare una nave di soccorso a buttare via 10 giorni per andare e tornare nella zona di soccorso. Evidentemente ostacolare le navi di soccorso spedendole su e giù per la penisola significa tenerle lontane dalle zone in cui c’è bisogno oltre, ovviamente, a prolungare la sofferenza delle persone che sono a bordo».

Difatti in questi anni, piuttosto che cercare soluzioni strutturali al fenomeno migratorio si è preferito andare avanti con la «propaganda perché governare i flussi migratori è difficile. È molto più soddisfacente per chi ha interesse a farsi votare parlare di qui e ora, è molto più semplice dire ‘la colpa è delle navi di soccorso, puniamo loro e così risolveremo il problema’. Uno slogan che parla alla pancia che tutti possono capire. Spiegare il fenomeno e trovare le soluzioni è molto più complesso. Da un lato quindi c’è la propaganda che fa vedere come si sta facendo qualcosa quando in realtà quello che si sta facendo è semplicemente punire le navi di soccorso condannando qualcuno a rimanere senza soccorsi. Però la domanda rimane: perché proprio le navi di soccorso?»

La criminalizzazione delle navi di soccorso, ribadisce Cecilia Strada, «comincia nel 2017 con ‘i taxi del mare’ di Luigi Di Maio ma perché? Se consideriamo quante sono le persone che arrivano sbarcate dalle navi di soccorso in Italia vediamo che, dati alla mano, si attestano intorno al 10%. Di questi la maggior parte è solo di passaggio: certamente non è fermando le navi che si fermano gli arrivi. Io non penso che dia tanto fastidio il fatto che salviamo persone perché si spera che quando si arriva a salvare vite umane nessuno abbia qualcosa da obiettare. Secondo me quello che dà molto fastidio è il fatto che noi parliamo della responsabilità che l’Europa e l’Italia hanno in tutto questo».

«Noi raccontiamo»– prosegue – «le testimonianze dei profughi che salviamo, raccontiamo gli abusi che hanno subito, raccontiamo le loro storie. Tanti di loro ci dico di aver già provato ad attraversare il mare e di essere stati respinti dalla guardia costiera libica che paghiamo con le nostre tasse. Dal 2017 ad oggi centinaia di milioni di euro sono stati dati alla Libia dall’Italia per operare una violazione dei diritti umani come i respingimenti in mare. Il nostro racconto chiama in causa le responsabilità di tutti, anche le responsabilità di usare le nostre tasse per riconsegnare le persone nelle mani dei trafficanti di essere umani che è poi quello che succede con i respingimenti della guardia costiera libica».

I salvataggi in mare

Tanta è anche la retorica sui salvataggi in mare da parte delle Ong ma, come avvengono? «Noi sostanzialmente prepariamo le navi» - ci dice Cecilia Strada – «questo vuol dire non solo occuparsi del materiale di soccorso ma anche pensare ad avere vestiti di ricambio, giocattoli, biberon e latte in polvere nelle stive. Navighiamo in acque internazionali e aspettiamo che arrivino le segnalazioni: queste generalmente arrivano attraverso il canale 16 che è il canale delle emergenze marino dove sono sintonizzate tutte le navi, attraverso Naftex che è un sistema di diffusione delle allerte sulla sicurezza da parte delle autorità; arrivano segnalazioni anche da parte di Alarm Phone, un’associazione di volontari che raccoglie le richieste che partono direttamente dalle barche in difficoltà e che vengono girate alle autorità con delle mail dove mettono in cc anche le navi di soccorso oppure arrivano dagli aerei di monitoraggio di alcune associazioni che sono una parte importantissima della flotta civile visto che un aereo può coprire molto più mare rispetto ad una nave».

«Anche Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, ha gli aerei ma evidentemente non li usano per segnalare le imbarcazioni in difficoltà alle navi di soccorso visto che nessuno di noi ha mai ricevuto una segnalazione da Frontex, li segnalano però alla guardia costiera libica. Nel naufragio di Crotone sarà da capire qual è stato il ruolo di Frontex visto che loro avevano visto l’imbarcazione però, come da comunicato, hanno ritenuto che non fosse in difficoltà. Adesso parlare di 200 persone su una barca evidentemente inadatta a trasportarle, indipendentemente dalle condizioni meteo marine che poi sono tragicamente peggiorate, per definizione direi che si tratti di una barca in difficoltà. L’ultimo strumento per le segnalazioni sono ovviamente i nostri corpi visto che noi osserviamo il mare tutto il giorno e la notte con binocoli e visori notturni e ascoltiamo perché a volte, a cause delle onde, non riesci a vedere le barche molto piccole ma senti le grida di chi chiede aiuto».

«Poi si procede al soccorso con i gommoni ed è abbastanza complicato: è una situazione in cui tutto può cambiare da un momento all’altro perché basta che le persone si spaventino magari perché pensano che tu sei la guardia costiera libica oppure siano agitate visto che si trovano in una situazione molto stressante. Può succedere che tutti quanti si spostino su un lato dell’imbarcazione rischiando che questa si capovolga. Il soccorso non si conclude quando li portiamo a bordo delle navi perché, dicono le convenzioni internazionali, il soccorso si conclude soltanto con lo sbarco in un porto sicuro. A bordo sostanzialmente tutte le donne che incontriamo sono state violentate e, proprio per questo, abbiamo un piccolo container sul ponte della nostra nave in cui alloggiamo le persone più fragili, le donne sole, le donne con bambini molto piccoli…Come dico sempre quando alloggiamo una donna soccorsa a bordo della nostra nave, quella è la prima notte che una donna può passare dopo mesi o forse anni in cui è sicura che nessuno la sveglierà per stuprarla come invece succede in Libia».

«Incontriamo» – conclude – «tanta disperazione e tanto sollievo collegato all’essere finalmente in salvo e in dirittura d’arrivo in Europa. La maggior parte delle persone che incontriamo non ha la minima intenzione di stare in Italia, quest’ultima semplicemente è la porta dell’Europa. Infatti la maggior parte delle persone lasciano il nostro paese e non vengono rimandate indietro nonostante i regolamenti di Dublino. Le storie delle persone che salviamo sono le più varie: c’è chi scappa da un matrimonio combinato, c’è chi fugge perché è un oppositore politico. C’è chi semplicemente ha fame o chi ancora più semplicemente sogna una vita migliore. Ci sono ragazzi che vogliono venire in Europa per studiare e mandare soldi a casa per mantenere i fratellini, ci sono minori non accompagnati: quanta disperazione deve avere una famiglia per decidere di lasciare la mano di un ragazzino di 14 anni e lasciargli affrontare un viaggio del genere da solo? Evidentemente è una disperazione che noi non possiamo capire e quando non capiamo potremmo anche stare zitti anziché giudicarla».

L’assenza di canali legali per entrare in Europa

Questo naufragio avviene a 10 anni dal tragico naufragio di Lampedusa: nel Mediterraneo in dieci anni sono morte circa 26.000 persone, 225 solamente nel 2023. C’era chi chiamava le ong «taxi del mare» dicendo che si può entrare in Europa senza affidarsi ai trafficanti ma, come si può entrare legalmente in Europa nel momento in cui le richieste di visto sono quasi del tutto ignorate? Oppure, come si fa a non attraversare il Mediterraneo nel momento in cui le frontiere greche e balcaniche sono inaccessibili? «Esattamente, c’è questa carenza di canali legali: sono moltissimi anni che in Italia non c’è più un reale decreto flussi difatti i piccolissimi numeri di tale decreto servono a regolarizzare chi è già qui, non certo a fare arrivare persone».

«La rotta balcanica è faticosissima e pericolosissima. In questi giorni leggevo che molte persone dicevano: ‘ma se sono veramente così disperati perché non si sono fermati nel primo paese che hanno incontrato, perché hanno percorso la rotta ionica?’ La motivazione è questa: perché poi la Grecia è un paese che li blocca. Oppure, ‘come hanno pensato che fosse sicuro mettere dei bambini su un barcone?’ La rotta ionica è proprio scelta dalle famiglie visto che la rotta balcanica è troppo faticosa e pericolosa per i bambini. Fintanto che non decideremo di aprire le porte in qualche parte nella nostra Europa ci saranno queste tragedie che hanno evidentemente una responsabilità e questa non è sicuramente delle persone che scappano. Poi se penso che queste persone venivano dall’Afghanistan, io ho lavorato tanti anni lì. Stiamo giudicando famiglie che scappano dall’Afghanistan e noi probabilmente lì fuori dalle mura dell’ambasciata, se non protetti da un’ampia scorta militare, dureremmo tre ore prima di chiamare l’esercito e chiedere un’evacuazione d’emergenza. Non si può fare finta di non sapere».

«Ognuno poi ha la sua disperazione, sicuramente noi non vorremmo stare in mare: non sognavamo fin da piccoli di andare a fare soccorso in mare. Noi, la flotta civile abbiamo deciso che fosse una necessità essere in mare visto che non ci sono più, da Mare Nostrum in poi, missioni di soccorso degli stati e quindi siamo stati costretti a stare in mare; c’è un vuoto in questo momento di diritti, di legge, di soccorso statale nel centro del mediterraneo dove la gente viene lasciata morire. Speriamo di diventare presto inutili: lo saremo quando si apriranno canali di accesso legali e solo lì si riuscirà veramente a stroncare i dannati trafficanti di essere umani».

Migranti di serie A e di serie B

Inoltre, è già passato un anno dall’inizio della guerra in Ucraina e non si può notare l’atteggiamento del tutto diverso con cui sono stati accolti i profughi ucraini rispetto ai migranti che passano per il Mediterraneo. «Ritengo che l’accoglienza dei profughi che scappavano dall’Ucraina sia stata più che doverosa ovviamente» ci dice Cecilia Strada. "Abbiamo mostrato una faccia giusta dell’Italia perché chi scappa da un paese in guerra ha il diritto di essere accolto però fa un po’ sorridere che nel primo mese di accoglienza abbiamo accolto circa 100.000 persone in fuga dall’Ucraina, esattamente il numero di quelli che erano arrivati via mare nell’intero anno precedente. Qualcuno è un profugo d’accogliere e gli altri sono «un’invasione» perché non riusciamo a percepire le persone che attraversano il mare come simili a noi, perché loro sono poveri e neri, perché nella maggior parte dei casi non ci vengono neanche raccontate le loro storie".

«Giustamente ci sono state raccontate le storie di chi fuggiva dall’Ucraina e se tu mi racconti che lei è un’insegnante di storia dell’arte del liceo che ha visto la sua casa distrutta io posso immedesimarmi, posso capire che è molto simile a me. Della maggior parte delle persone che attraversa il Mediterraneo non sappiamo neanche i loro nomi, nessuno ce li racconta e quando muoiono sono soltanto numeri: 38 cadaveri recuperati, 76 persone morte e riportate dal mare sulle coste libiche… Sulle navi di soccorso quando li incontri sono loro, sono esattamente uguali a te nonostante abbiano la pelle nera. Un’altra cosa che mi impressiona sempre è che a bordo i bambini si mettono a cantare le stesse canzoncine dei cartoni animati che cantano i nostri bambini visto che guardano gli stessi programmi e amano gli stessi personaggi. Nel primo soccorso che abbiamo fatto nella penultima missione della ResQ People uno dei primi ragazzi che abbiamo tirato a bordo ha guardato le sue scarpe e poi le mie ed erano le stesse, roba a poco prezzo da Decathlon. Era molto impressionato perché avevamo le stesse scarpe, ha bloccato la fila di quelli che stavano salendo e continuava a dirmi che erano uguali come se fosse la cosa più importante del mondo in quel momento e per lui forse lo era».

"Quando incontri le persone in mezzo al mare o sulle frontiere di terra ti rendi conto che non c’è più «invasione» e a me piacerebbe moltissimo che tutti quelli che ci offendono, ci calunniano o insultano sui social potessero fare un giro a bordo delle nostre navi. Se davvero riuscissero a vivere, ad annusare, a guardare negli occhi queste persone e non attraverso le lenti della propaganda scenderebbero chiedendosi una sola cosa: come possiamo dare una mano?"

Paolo Di Falco

18 anni, di Siracusa. Ho creato La Politica Del Popolo, un sito di news gestito da giovani.

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