Lava, vento, rabbia e amore. La Sicilia nel calice che non ti aspetti
Antonella Coppotelli
17 aprile 2026
Sicilia, terra di contrasti, di amore e rabbia. Un continente enologico in miniatura, che si svela nel calice con vitigni autoctoni unici, tra vento, lava e antichi incanti
La Sicilia mi emoziona, commuove e mi fa provare rabbia. Penso sia una delle regioni italiane che conosco meglio, la sento mia nelle viscere (sarà la presenza dei vulcano?) al pari della Campania, e ogni volta mi stupisce e si svela a me con sorpresa rinnovata, nel bene e nel male.
Sì, anche nei suoi difetti e disservizi, non posso non amarla e, pur non perdonando l’incuria in cui alcune meravigliose zone versano, trova sempre il modo per farmi tornare e conoscerla meglio.
La Trinacria non è solo mare, sole e l’abbacinante barocco ma è vento, lava, canto e incanto ancestrali che ti entrano nelle vene e lì ti si appiccicano senza andare più via.
E’ una sorprendente varietà di paesaggi che ti feriscono gli occhi per le sfumature di colori che si susseguono, spesso malamente inframezzati da scempi edilizi e e discariche a cielo aperto che ti fanno venire voglia di fermarti, inginocchiarti e chiederle scusa per questi continui maltrattamenti subiti.
E’ una terra di contrasti e contraddizioni dove non esistono vie di mezzo. Malgrado ciò, è la regione con la più ampia superficie biologica vitata in Italia, un primato che non nasce per caso ma da condizioni climatiche favorevoli e da una sensibilità crescente verso pratiche sostenibili per quanto riguarda la viticoltura.
Ma il dato più affascinante resta un altro: la vendemmia in Sicilia può durare anche quattro mesi, grazie a escursioni altimetriche, territori e microclimi che cambiano radicalmente da un punto a un altro.
Non voglio idealizzarla ma parlarvi di quest’altra “terra mia” come cantava Pino Daniele con gli occhi, i sensi e la devozione di una sua figlia adottiva che tanto la ama ed è in pena per lei, facendovela scoprire nel calice e nei suoi profumi.
La più grande isola del Mediterraneo è un continente enologico in miniatura. Qui la viticoltura non è solo tradizione: è adattamento continuo, stratificazione culturale, resilienza agricola.
Dalle coste battute dal vento alle pendici nere dell’Etna, fino alle colline assolate dell’entroterra, i vitigni autoctoni siciliani raccontano una biodiversità unica che riflette nel calice la sua enorme stratificazione e ricchezza culturali.
Per meglio orientarci in questo viaggio, seguirò una suddivisione in tre macrozone che ricalcano, in parte, i suoi principali capoluoghi di provincia.
Sicilia centro-occidentale: sole, vento e grandi bianchi mediterranei
La Sicilia centro-occidentale è la culla della viticoltura isolana più storica e diffusa. Parliamo delle provice di Palermo, Agrigento e Trapani. Quest’ultima è la più vitata di Italia. Qui il clima è caldo, ventilato, con forti influenze marine che contribuiscono a mantenere equilibrio e freschezza nei vini.
In questo contesto si esprimono alcuni dei più identitari vitigni bianchi dell’isola.
Il Catarratto, a bacca bianca, è tra i più coltivati e rappresenta un vero pilastro della tradizione siciliana. Diffuso soprattutto nel trapanese e nel palermitano, dà vita a vini freschi, agrumati, con una leggera nota salina che richiama la vicinanza al mare. Nelle versioni più curate può sorprendere per struttura e capacità evolutiva.
Accanto a lui troviamo il Grillo, anch’esso bianco, che negli ultimi anni ha vissuto una vera rinascita qualitativa. Nato come incrocio naturale tra cataratto e zibibbo, è oggi uno dei simboli del vino siciliano contemporaneo.
Si esprime con profumi di frutta gialla, erbe mediterranee e una tipica nota sapida ed è il protagonista dei grandi Marsala, il vino del sole.
L’Insolia, altro vitigno a bacca bianca, si distingue per eleganza e finezza. Diffuso tra Agrigento e Palermo, regala vini delicati, con note floreali e una tessitura più morbida rispetto a Grillo e Catarratto.
Tra i rossi emerge il Perricone, vitigno autoctono spesso sottovalutato. Coltivato soprattutto nel trapanese, è capace di dare vini strutturati, speziati, con una trama tannica importante ma ben integrata.
Infine, lo Zibibbo (bianco aromatico), noto anche come Moscato d’Alessandria, trova la sua massima espressione nelle zone più calde e ventose, come Pantelleria.
Allevato ad alberello e in modo eroico, qui diventa vino passito di straordinaria complessità, ma nelle versioni secche racconta una Sicilia più contemporanea, fatta di aromi intensi e freschezza inaspettata.
Sicilia nordorientale: l’Etna e la viticoltura eroica
Spostandosi verso nord-est, il paesaggio cambia radicalmente. Ci troviamo nelle province di Catania e Messina dinanzi a sua maestà l’Etna. Il vulcano più attivo di tutta Europa, affettuosamente chiamato “la montagna” dai siciliani, domina la scena con i suoi suoli, le altitudini elevate e un clima più fresco e continentale.
Qui la viticoltura diventa quasi eroica, fatta di terrazzamenti e condizioni estreme.
Il Carricante è il grande interprete a bacca bianca dell’Etna. Coltivato soprattutto sul versante orientale, dà vini tesi, verticali, con una spiccata acidità e note minerali che evocano pietra focaia e agrumi.
È uno dei bianchi italiani con maggiore potenziale di invecchiamento. Il territorio del comune di Milo, patria scelta del Maestro Franco Battiato tra l’altro, è l’unico nel quale è possibile produrre l’Etna Bianco Superiore.
Tra i rossi dominano i Nerelli, ovvero Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio,a bacca rossa. Il primo è il vero protagonista e provniene dalla Piana di Mascali nel catanese: elegante, complesso, spesso paragonato ai grandi rossi di clima fresco per finezza e capacità di evoluzione. Il secondo ha un ruolo complementare, contribuendo con colore e morbidezza.
Sempre in quest’area, anche se meno diffuso, si incontra il Corinto Nero, vitigno a bacca rossa raro e antico, spesso utilizzato per produzioni di nicchia che valorizzano la biodiversità locale.
Questa zona è la dimostrazione più evidente di quanto il concetto di terroir in Sicilia possa cambiare radicalmente nel giro di pochi chilometri: qui il vino non è più solo mediterraneo, ma assume tratti quasi alpini.
Sicilia centro-sudorientale: eleganza, contrasti e identità territoriale
La terza macroarea comprende territori come il ragusano, il siracusano e parte del nisseno. Qui il clima resta caldo, ma con escursioni termiche più marcate e suoli che alternano calcare, sabbia e argilla.
È la terra del Nero d’Avola, il vitigno a bacca rossa più rappresentativo della Sicilia. Diffuso soprattutto nel sud-est, è capace di esprimere diverse anime: potente e concentrato nelle zone più calde, più elegante e fresco nelle aree interne. I suoi profumi spaziano dalla frutta rossa matura alle spezie, con una struttura che lo rende adatto anche all’invecchiamento.
Accanto a lui troviamo il Frappato, rosso, che rappresenta la controparte più leggera e fragrante. Tipico del ragusano, regala vini profumati, floreali, con note di ciliegia e una beva estremamente piacevole.
Spesso viene vinificato in purezza o in blend con il Nero d’Avola per creare vini equilibrati e moderni. Quest’ultima formula è la base del Cerasuolo di Vittoria, unica DOCG della regione riconosciuta come tale nel 2005.
In questa zona si alleva anche il Syrah, vitigno internazionale a bacca rossa che ha trovato in Sicilia una seconda patria ed è per questo che lo cito (non me ne vogliano quelli bravi).
Pur non essendo autoctono, qui assume caratteristiche uniche: meno austero rispetto alle versioni francesi, più solare, con note di frutta nera e spezie dolci.
Perché la Sicilia è la patria della vera integrazione e dell’accoglienza dove tutti trovano casa e dove a tutti viene offerto un riparo pur dovendo fronteggiare innumerevoli avversità quotidiane.
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