Mercato obbligazionario

Debito pubblico a 1.400 miliardi. Come sta il mercato dei titoli di Stato di Israele?

Redazione Money Premium 26 agosto 2026

I mercati hanno riaperto il rubinetto obbligazionario dopo Gaza e l’Iran. Ecco chi sta comprando il debito di Israele nonostante un debito in crescita.

Il debito nazionale di Israele ha smesso da tempo di essere un dato da bilancio per diventare un ritratto politico. Alla fine del 2024 il debito del governo centrale era salito a 1.329,3 miliardi di shekel; dodici mesi dopo, a fine 2025, aveva raggiunto 1.416,2 miliardi, mentre il debito pubblico complessivo, enti locali compresi, toccava 1.444,4 miliardi, pari al 68,4 per cento del PIL.

L’impennata del debito pubblico

Nel primo trimestre del 2026 lo stock era già a 1.448,6 miliardi, di cui 1.233,8 miliardi in valuta locale e 214,8 miliardi in valuta estera. Il Ministero delle Finanze parlava ancora, a fine agosto 2026, di una massa intorno a 1.400 miliardi di shekel, in aumento rispetto ai circa 1.070 miliardi precedenti all’attacco del 7 ottobre 2023. Il Fondo Monetario Internazionale, nella consultazione Article IV conclusa a giugno e pubblicata il 1° luglio 2026, vedeva il debito pubblico al 70,1 per cento del PIL nel 2026 e al 70,7 nel 2027, con una traiettoria che, in assenza di un consolidamento credibile, poteva avvicinarsi al 74 per cento verso il 2031.

La Bank of Israel, nello staff forecast di luglio 2026, era meno cupa solo a una condizione: se il bilancio della difesa non fosse stato gonfiato oltre la riserva già iscritta, il rapporto debito-PIL poteva stabilizzarsi intorno al 69 per cento nel 2026 e nel 2027. Quella condizione, ad agosto, era già in discussione.

L’impatto fiscale delle guerre

La guerra ha riscritto la fiscalità. La banca centrale ha stimato in circa 350 miliardi di shekel la spesa per i conflitti a Gaza, in Libano, in Siria e su altri fronti tra il 2023 e il 2026, esclusa la campagna iraniana iniziata a fine febbraio; ad aprile il Tesoro ha aggiunto altri 35 miliardi per lo scontro con l’Iran. La difesa ha assorbito 249 miliardi di shekel secondo il rapporto della Bank of Israel e ha quasi raddoppiato il proprio peso sul prodotto, dal 5,2 per cento del PIL nel 2023 a oltre l’8 per cento nel 2024.

Per il 2026 il quadro è rimasto instabile fino all’estate: dopo un’intesa iniziale intorno a 112 miliardi, il bilancio della difesa è salito verso i 143-144 miliardi e, a metà agosto, Benjamin Netanyahu e Bezalel Smotrich discutevano un’ulteriore iniezione da decine di miliardi che avrebbe potuto spingere la spesa militare verso i 183-184 miliardi, il secondo livello più alto della storia dopo il 2024. La stessa banca centrale avvertiva che un aumento fino a 183 miliardi avrebbe portato il deficit dal 4,9 al 5,5 per cento del PIL e aggiunto circa 0,3 punti all’inflazione. La raccolta fiscale ha tenuto: nel 2025 le entrate tributarie hanno toccato il record di 509,3 miliardi di shekel, in crescita del 12 per cento sul 2024. Ma difesa e servizio del debito corrono più veloci delle imposte.

Chi possiede il debito di Israele?

Con una popolazione ancora sotto i dieci milioni, la profondità del mercato di Tel Aviv è ciò che consente allo Stato di emettere su scala bellica senza dipendere da un creditore estero unico. Ogni trattenuta sullo stipendio a Haifa, Herzliya o Petah Tikva diventa, in parte, credito allo Stato. È un meccanismo tipico delle economie avanzate, ma qui assume un significato particolare: il lavoratore che mette da parte la pensione finanzia, lo sappia o no, le campagne in corso.

Gli Israel Bonds rappresentano lo strumento più importante per il finanziamento pubblico di Israele. A maggio 2026 le vendite cumulate superavano i 57 miliardi di dollari. Dal 7 ottobre 2023 l’organizzazione ha raccolto circa 8 miliardi a livello globale, con un ritmo annuo intorno ai 2,5 miliardi, di cui l’80-85 per cento proveniente dagli Stati Uniti. Circa metà delle vendite va a investitori istituzionali, tra cui fondi pensione e tesorerie statali e municipali; l’altra metà a famiglie, federazioni ebraiche, fondazioni e sindacati. Palm Beach County, in Florida, è diventata il maggiore investitore singolo, con un impegno complessivo portato a un miliardo di dollari. Questi titoli non sono negoziabili e vanno tenuti a scadenza: chi li compra accetta un premio di lealtà, un rendimento che include identità e appartenenza oltre il puro calcolo di liquidità. Nel settantacinquesimo anno del programma, però, è comparsa una crepa europea. Dal 1° settembre 2026 il Lussemburgo ha smesso di approvare i prospetti necessari per offrire Israel Bonds nell’Unione europea, dopo aver sostituito soltanto un anno prima l’Irlanda. Nell’UE questi titoli restano una quota minoritaria, ma nel 2024 e nel 2025 avevano comunque raccolto più di 2,5 miliardi di dollari l’anno. Senza un nuovo Stato membro disposto a certificare i prospetti, il canale continentale resta incerto.

A gennaio 2026 Israele ha collocato 6 miliardi di dollari in tre tranche a 5, 10 e 30 anni, la prima grande emissione dopo il cessate il fuoco a Gaza: 2,25 miliardi al 4,500 per cento in scadenza nel 2031, 2 miliardi al 5,000 per cento nel 2036 e 1,75 miliardi al 5,875 per cento nel 2056. La domanda ha raggiunto 36 miliardi, sei volte l’offerta, da oltre trecento investitori in più di trenta Paesi. I consorzi includevano Bank of America, Citi, Deutsche Bank, Goldman Sachs e JP Morgan. Gli spread sui Treasury statunitensi si erano ristretti verso i 90-125 punti base, un recupero rispetto alle emissioni del 2024 e un ritorno vicino ai livelli prebellici. Nella platea comparivano di nuovo fondi sovrani dei Paesi degli Accordi di Abramo, non come veicoli satelliti ma attraverso i bracci principali. Lo stesso appetito ha resistito ai declassamenti del 2024 e al parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 sulle relazioni economiche legate ai territori palestinesi occupati. Il capitale, anche in un anno di tensioni regionali e di campagna elettorale interna, ha seguito una logica propria. A fare da rete di sicurezza resta il programma statunitense di garanzie sui prestiti, attivo dal 2003 fino a 3 miliardi di dollari l’anno: non un possesso diretto del debito, ma un segnale di ultimo resort che Washington sta dietro il credito israeliano.

Quanto rendono i titoli di Stato israeliani?

I rendimenti dei titoli di Stato israeliani, ad agosto 2026, stanno scendendo rispetto ai livelli della primavera e rispetto a un anno fa, anche se restano soggetti a oscillazioni giornaliere legate alle notizie di guerra e alle attese di politica monetaria.Il benchmark a dieci anni, misurato sui titoli a tasso fisso non indicizzati, ha chiuso il 25 agosto intorno al 3,85 per cento, in calo di circa 0,02 punti rispetto alla seduta precedente, di 0,05 punti rispetto al mese precedente e di circa 0,30 punti rispetto a un anno prima. I dati mensili dell’OCSE e delle serie storiche mostrano un percorso discendente chiaro: ad aprile il rendimento a dieci anni era ancora sopra il 4,0 per cento, a maggio al 3,98 e a giugno era sceso al 3,81.

Sul tratto breve della curva, il biennale si muoveva intorno al 3,41-3,42 per cento, il quinquennale intorno al 3,60 e il trentennale intorno al 4,40. La curva resta quindi inclinata positivamente, ma a livelli più bassi di quelli registrati nei mesi di maggiore tensione fiscale e militare.Questo movimento al ribasso dei rendimenti coincide con i tagli della Bank of Israel, che ha portato il tasso di riferimento al 3,50 per cento, e con un’inflazione moderata intorno all’1,5 per cento a luglio. In termini di costo del nuovo debito, la discesa delle rese rende meno oneroso il rifinanziamento sul mercato interno, dove continua a concentrarsi la maggior parte delle emissioni.

Sul mercato internazionale in dollari, l’emissione da 6 miliardi di gennaio 2026 aveva già mostrato spread di 90-125 punti base sui Treasury americani, un recupero rispetto al 2024; i dati di metà 2026 sul premio di rischio e sugli spread in dollari indicavano un ulteriore restringimento rispetto ai picchi bellici, anche se le notizie di aumento della spesa per la difesa e di riapertura del bilancio 2026 possono di nuovo ampliare i margini.

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