Il mercato dell’alluminio resta segnato da una forte tensione fisica, soprattutto in Occidente, ma lo squilibrio tra domanda e offerta appare meno strutturale di quanto suggeriscano le scorte ai minimi storici.
Partiamo dall’inizio: la guerra con l’Iran ha sottratto al mercato circa 2 milioni di tonnellate annue di capacità produttiva nel Golfo, colpendo uno dei principali poli esportatori mondiali. La conseguenza è stata immediata, con le scorte registrate al London Metal Exchange (LME) che si sono dimezzate dall’inizio dell’anno, fino a circa 250 mila tonnellate, il livello più basso dal 1990. Davvero preoccupante, considerato che rispetto a quella data i volumi sul mercato sono cresciuti enormemente.
La disponibilità effettiva del metallo è però ancora più limitata di quanto indichi il dato aggregato sulle scorte. A fine luglio circa il 95% del metallo presente nei magazzini LME era di origine russa, quindi difficilmente utilizzabile dai compratori europei e statunitensi. Il risultato è stato un forte aumento dei premi fisici e una corsa al metallo effettivamente consegnabile.
La tensione non si è però trasformata in una spirale permanente dei prezzi. L’alluminio a tre mesi sul LME, dopo aver raggiunto a inizio giugno un massimo quadriennale di 3.787,50 dollari per tonnellata, è tornato nell’area dei 3.270-3.300 dollari, poco sopra i livelli precedenti all’inizio del conflitto. Il mercato sta quindi distinguendo tra una grave dislocazione regionale dell’offerta, come quello attuale, e un deficit globale destinato a durare.
A fare da ammortizzatore, oggi, rispetto alla turbolenza innescata da Hormuz, è soprattutto la Cina. Nel primo semestre la produzione cinese di alluminio primario è aumentata del 2,2%, mentre la domanda interna è rimasta sostanzialmente ferma, penalizzata in particolare dalla debolezza delle costruzioni. Gli impianti stanno lavorando vicino al tetto produttivo nazionale di 45 milioni di tonnellate annue e l’eccesso relativo di offerta si sta riversando sui mercati esteri. Le esportazioni di leghe sono quasi raddoppiate a 238.500 tonnellate nei primi sei mesi, mentre quelle di semilavorati sono salite del 18% a 3,2 milioni di tonnellate. A giugno i semilavorati esportati hanno toccato il record mensile di 695 mila tonnellate.
Questi flussi non sostituiscono perfettamente il metallo primario perso nel Golfo. Ma l’aumento delle esportazioni cinesi di leghe e semilavorati riduce il fabbisogno di alluminio grezzo nei Paesi importatori. Un produttore occidentale che acquista dalla Cina barre, tubi o altri prodotti già lavorati ha infatti bisogno di meno metallo primario da trasformare localmente. È anche questo meccanismo che sta attenuando lo squilibrio tra domanda e offerta e riducendo il premio geopolitico sui prezzi.
Sul lato dell’offerta le prospettive stanno migliorando. Uno dei principali impianti degli Emirati punta a tornare ai livelli produttivi prebellici nel primo trimestre del 2027, mentre aumentano le spedizioni dall’Indonesia. In Australia, inoltre, il sostegno pubblico consentirà di mantenere operativa la grande fonderia di Tomago, con una capacità di circa 590 mila tonnellate annue.
Il quadro è quindi duplice. Nel breve periodo l’alluminio fisico resta scarso in Occidente e le scorte estremamente basse rendono il mercato vulnerabile a nuove interruzioni. Ma, se la produzione del Golfo continuerà a recuperare e la Cina manterrà elevati i flussi verso l’estero, il bilancio mondiale potrebbe passare gradualmente da deficit a surplus. In questo scenario la pressione sui prezzi sarebbe al ribasso, anche se la scarsità di metallo immediatamente disponibile e gli elevati costi energetici continuerebbero a sostenere premi e quotazioni rispetto ai livelli precedenti alla crisi.
Insomma, la situazione è complessa e si viaggia sul filo. Ogni giorno può essere buono per un cambio drastico di prospettiva.