Vino del Lazio: perché la biodiversità non basta? Svelati i due binari che ci dividono dai rivali stranieri (e non solo)
Antonella Coppotelli
15 maggio 2026
Intervista a Gulini (AIS Lazio): il vino laziale sconta l’eredità dei “vini da trattoria”. La rinascita passa superando la frammentazione e la «comfort zone» di Roma.
Più approfondisco la conoscenza del vino, più emergono le enormi falle di una comunicazione e di una narrativa a esso legata.
A ogni masterclass o evento cui partecipo viene puntualmente posto l’accento sull’incredibile biodiversità dei nostri vitigni autoctoni paragonata di contro e in riduzione rispetto a quella francese o straniera.
Con la differenza che i cugini di Oltralpe o gli “zii d’America”, per non parlare di quelli australiani, hanno saputo posizionarsi nel mondo con una narrativa più coerente ed egalitaria.
Non voglio edulcorare alcun concetto né usare mezzi termini. Sebbene sia una novellina del settore e troppe degustazioni, approfondimenti e incontri ancora dovrò fare, avverto già stanchezza e noia rispetto a una pomposità di linguaggio che si autoincensa costantemente senza però essere mai realmente critico e proattivo.
Parliamoci chiaro: l’Italia è un paese meraviglioso ma non siamo capaci di comunicarlo, il tutto si riduce a un racconto macchiettistico e folkloristico, stile spaghetti, pizza e mandolino.
Prendetemi pure per presuntuosa, ma per me queste tematiche che comprendono la cultura del vino sono una cosa seria e raccontarle con altrettanto spessore all’universo mondo richiede preparazione e capacità di fare sistema, uscendo dal proprio stretto confine campanilistico o circoletto magico. Quindi voglio parlare chiaro, senza troppi fronzoli o prese in giro.
Chi fa parte di questo mondo che, ripeto, non riguarda solo quanto viene versato nel calice ma tutto quello che ruota intorno a esso, indotto turistico ed economico compreso, deve ammettere una certa incapacità nel saperlo raccontare o, ancora peggio, nel dirigere la comunicazione verso alcune realtà a discapito di altre magari più piccole, qualitativamente migliori ma meno potenti o abbienti.
In questo pezzo, non vi parlerò di vitigni autoctoni di una specifica regione, ma voglio porre l’accento sulla necessità di riabilitare le eccellenze enologiche, partendo dal Lazio, attraverso una corretta narrazione che comprenda anche una sana dose di senso critico.
Per anni il vino della nostra regione, identificato con quello dei Castelli, è stato diffuso come prodotto di serie B, complici una scarsa cultura di comunicazione abbinata anche a pratiche di servizio non sempre limpide che ci hanno identificato (e forse continuano a farlo) come la perenne “società dei magnaccioni”.
La reale situazione, però, non è più così, abbiamo un territorio ricco e prodigo che ci regala vini importanti. I Castelli Romani sono stati eletti Citta del Vino nel 2025 e, malgrado la comunicazione sia stata vergognosamente (e lo sottolineo a più riprese) affidata all’intelligenza artificiale, c’è chi si sta dando da fare per risollevare le sorti di un territorio.
Ho portato avanti questa riflessione con Fabrizio Gulini, Responsabile AIS della Didattica del Lazio, che in maniera schietta e sincera ci ha fornito il suo punto di vista.
Fabrizio Gulini
Responsabile Didattica AIS Lazio
Forse tutti dovremmo ripartire da questa sana onestà intellettuale e metterci seriamente al lavoro.
D: Fabrizio, per anni il vino laziale è stato vittima di stereotipi legati ai “vini da trattoria” o alle produzioni di massa dei Castelli Romani. Secondo te il Lazio sta ancora pagando quell’eredità oppure il mercato ha finalmente cambiato look?
R: Indubbiamente i Castelli Romani pagano ancora questa eredità, mentre le altre realtà laziali hanno iniziato ad emergere. I primi segni di rinascita sono partiti dalla Ciociaria dove i produttori locali hanno fatto un ottimo lavoro, innalzando le tre denominazioni del cesanese al rosso più rappresentativo del Lazio.
Medesimo impegno e lavoro è stato speso dalla Tuscia, che ha saputo valorizzare i vini dei calanchi e tufi che stanno dando vita a bianchi molto longevi. La zona di Roma e dei Castelli Romani sta ancora soffrendo, perché purtroppo la capitale assorbe tutto lo sfuso prodotto, permettendo ai vignaioli di realizzare il massimo profitto con il minimo impegno.
Ovviamente, ci sono aziende sul vulcano laziale che hanno fatto un grande cambiamento qualitativo e realtà che stanno nascendo dove l’avvio viene fatto secondo le regole moderne della viticoltura di qualità.
Questo sta creando una spaccatura importante, da un lato la produzione di massa che alimenta le osterie romane e castellane con il vino sfuso e dall’altro le aziende che producono grandi vini bianchi con elevate capacità di evoluzione.
Purtroppo l’attenzione dei consumatori verso questi vini è ancora molto bassa, sebbene l’istituzione della Roma Doc (2018) stia cominciando a far parlare di sé positivamente, spingendo soprattutto i mercati esteri a porre l’attenzione sui vini che portano il nome della capitale.
D: Molte regioni italiane sono riuscite a costruire un racconto forte attorno ai propri autoctoni. Il Lazio, nonostante una biodiversità importante, sembra ancora faticare. È un problema di comunicazione, di visione o di eccessiva frammentazione produttiva?
R: È prima di tutto un problema di comunicazione, strettamente legato alla mancanza di una visione di sistema e alla frammentazione produttiva.
Le regioni italiane che oggi dominano i mercati si sono mosse su due binari ben precisi: chi disponeva di una forte storicità ha puntato tutto sulle radici culturali; chi non l’aveva ha colmato il divario con una massiccia attività di marketing strategico, investendo in press tour, convegni e degustazioni capaci di accendere i riflettori sulle potenzialità del territorio.
Nel Lazio la biodiversità c’è, ma manca ancora la capacità di fare squadra. La frammentazione in piccole realtà isola i singoli sforzi commerciali: ogni produttore lavora per se stesso e non comunica con i propri vicini, arrivando purtroppo, in certi casi, persino a denigrarli.
Senza una regia comune e una narrazione corale capace di superare questi vecchi individualismi, anche gli autoctoni più straordinari faranno sempre fatica a imporsi sulla scena nazionale e internazionale.
D: Il Cesanese viene spesso indicato come il rosso simbolo del Lazio, ma ha davvero espresso tutto il suo potenziale oppure siamo ancora lontani da una piena consacrazione qualitativa e identitaria?
R: Siamo ancora lontani da una piena e totale consacrazione, ma la strada intrapresa è quella giusta. I margini per migliorare esistono sempre: senza una sfida continua nella ricerca e nella sperimentazione in vigna non si cresce.
Molte aziende virtuose sono ormai da anni stabilmente ai vertici qualitativi delle denominazioni, eppure in Ciociaria persistono ancora sacche di produzione di massa legate al passato.
La nota positiva è che l’eccellenza espressa dai produttori top sta finalmente iniziando a mettere in ombra e a nascondere le produzioni meno rilevanti, trainando l’intera identità del Cesanese verso l’alto.
D: Negli ultimi anni tanti giovani produttori stanno tornando ad investire sugli autoctoni laziali con approcci più contemporanei e territoriali. Questo sta creando una vera rivoluzione culturale oppure si tratta ancora di una nicchia troppo piccola per cambiare l’immagine della regione?
R: La ricerca e la valorizzazione dei vitigni autoctoni giocano un ruolo cruciale nell’elevare l’immagine della nostra regione. Tuttavia, assistiamo a un fenomeno parallelo: molti giovani produttori per ‘valorizzare’ gli autoctoni, si stanno lanciando nel mondo dei vini naturali, ma spesso senza possedere le necessarie competenze tecniche.
Sposo fermamente la tesi di un grande esperto del settore, secondo cui per approcciare la vinificazione naturale servono conoscenze di biologia e microbiologia persino più profonde rispetto a quelle richieste per la produzione convenzionale.
Senza rigore scientifico, il rischio è che la spinta identitaria dei nostri autoctoni venga penalizzata da esecuzioni tecnicamente deboli, frenando quella rivoluzione culturale che il Lazio merita.
D: Se oggi dovessi essere completamente sincero con un consumatore appassionato di vino: qual è l’errore più grande che il Lazio del vino non può più permettersi di fare nei prossimi dieci anni?
R: Se devo essere completamente sincero, l’errore più grande che il Lazio non può più permettersi è vivere nella ’comfort zone’ del mercato romano.
Continuare a considerare la Capitale come uno sbocco commerciale scontato, pronto ad assorbire qualsiasi volume di vino sfuso o di bassa qualità a prezzi minimi, è un suicidio identitario che ha già fatto fin troppe vittime.
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