Verdicchio, Lacrima e Garofanata. L’anima autoctona delle Marche
Antonella Coppotelli
10 aprile 2026
Raccontare i vitigni autoctoni delle Marche significa attraversare una regione sfaccettata, dove il legame con il territorio diventa indissolubile.
Le Marche sono una terra di equilibrio sottile e affascinante, sospesa tra la brezza salmastra dell’Adriatico e le correnti più fresche che scendono dall’Appennino.
È proprio in questa dicotomia geografica che nascono vini identitari, capaci di raccontare una regione autentica, dove il concetto di autoctono non è solo una categoria ampelografica ma una vera espressione culturale.
Qui la viticoltura si frammenta in microzone, ciascuna con una propria voce, e tra queste spicca con forza il territorio di Matelica, enclave interna che regala interpretazioni uniche, soprattutto quando si parla di Verdicchio.
Il Verdicchio: eleganza e verticalità tra Jesi e Matelica
Il Verdicchio è senza dubbio il simbolo vitivinicolo autoctono marchigiano, ma ridurlo a un’unica espressione sarebbe un errore da evitare. Le due principali denominazioni che, nella versione Riserva danno vita a due delle 4 DOCG della regiobe, Verdicchio dei Castelli di Jesi e Verdicchio di Matelica, raccontano due anime diverse dello stesso vitigno.
L’area dei Castelli di Jesi, più vicina al mare, beneficia di un clima mite e ventilato. Qui il Verdicchio si esprime con profumi più ampi, note di frutta gialla, mandorla e una tipica chiusura amaricante che lo rende immediatamente riconoscibile. È un vino che gioca sulla piacevolezza e sulla versatilità gastronomica.
Matelica, invece, è tutta un’altra storia. Situata in una valle interna parallela alla costa (e l’unica della regione), è una delle poche zone italiane a sviluppo nord-sud.
Questo comporta una minore influenza marina e una maggiore escursione termica, fino a venti gradi tra il giorno e la notte. Il risultato è un Verdicchio più teso, verticale, con una spiccata acidità e una capacità di invecchiamento sorprendente.
Qui il vino si fa più austero, quasi montano, con sentori di erbe aromatiche, agrumi e una mineralità che richiama la pietra bagnata. È una delle espressioni più pure e longeve del bianco italiano.
L’anfora del Verdicchio: icona di design e intuizione commerciale
Impossibile parlare di Verdicchio senza soffermarsi sulla sua bottiglia simbolo: la celebre anfora.
Nata negli anni Cinquanta da un’intuizione dell’imprenditore marchigiano Antonio Maiocchi, questa forma si ispira alle antiche anfore romane, evocando immediatamente un legame con la storia e la tradizione e rifacendosi alle imbarcazioni romane di stanza al porto di Ancona.
Ma dietro l’estetica c’era anche una precisa strategia commerciale: rendere il prodotto riconoscibile sugli scaffali in un periodo in cui il vino italiano iniziava a confrontarsi con i mercati internazionali.
L’anfora del Verdicchio è diventata così un simbolo pop, capace di attraversare decenni e mode, contribuendo in modo decisivo alla diffusione del vino marchigiano nel mondo. Oggi è meno utilizzata rispetto al passato, ma resta un’icona indelebile.
Vernaccia di Serrapetrona: il rosso spumante unico al mondo
Nel cuore della provincia di Macerata, tra colline alte e ventilate, nasce uno dei vini più singolari d’Italia: la Vernaccia di Serrapetrona. Questo rosso spumante DOCG nella versione secca e dolce rappresenta un unicum nel panorama enologico nazionale, non solo per il vitigno ma soprattutto per il metodo produttivo.
La particolarità risiede nella tripla fermentazione. Una parte delle uve viene fatta appassire, concentrando zuccheri e aromi. Successivamente, il vino base ottenuto da uve fresche viene unito a quello da uve appassite, dando vita a una seconda fermentazione.
Infine, avviene la presa di spuma attraverso il metodo Martinotti. Questo processo complesso genera un vino dalla struttura importante, con note di frutti rossi maturi, spezie dolci e una leggera tannicità che si intreccia con la vivacità delle bollicine.
È un rosso che sorprende, perfetto anche in abbinamento a dessert a base di cioccolato o piatti della tradizione locale.
Lacrima di Morro d’Alba: il profumo dell’emozione
Spostandosi verso la costa anconetana, nei dintorni di Morro d’Alba, si incontra uno dei vitigni più evocativi delle Marche: la Lacrima. Il nome affonda le sue radici in una caratteristica morfologica dell’acino, che a maturazione tende a spaccarsi lasciando fuoriuscire piccole gocce di succo, simili a lacrime.
Da qui nasce il nome Lacrima di Morro d’Alba, un rosso aromatico e intensamente profumato, che conquista per le sue note floreali di rosa e viola, accompagnate da sentori di frutti di bosco.
È un vino dalla struttura media, con tannini morbidi e una freschezza che lo rende estremamente piacevole.
La sua identità olfattiva lo rende quasi unico nel panorama italiano, avvicinandolo per certi versi a varietà aromatiche più note, pur mantenendo una personalità ben distinta.
Garofanata: il recupero di un’antica identità
Meno conosciuta ma estremamente interessante è la Garofanata, vitigno autoctono marchigiano riscoperto negli ultimi anni grazie al lavoro di recupero di alcuni produttori e istituti di ricerca.
Il nome deriva dal profumo caratteristico che ricorda il garofano, una nota speziata e floreale che emerge con eleganza nel profilo aromatico del vino.
Allevata in piccole quantità nell’entroterra, la Garofanata dà vita a vini rossi di buona struttura, con tannini presenti ma ben integrati e una complessità aromatica che la rende particolarmente interessante per gli appassionati alla ricerca di rarità.
È un esempio concreto di come le Marche stiano riscoprendo e valorizzando il proprio patrimonio ampelografico, puntando su identità e biodiversità.
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