Lombardia nascosta. I vitigni autoctoni che non ti aspetti, oltre la Franciacorta
Antonella Coppotelli
30 gennaio 2026
Dall’erbamatt nel Franciacorta alla Turbiana della DOC Lugana, passando per il Groppello e il Lambrusco Viadanese: la vera complessità e l’eccellenza discreta della viticoltura autoctona lombarda.
Quando si parla di vino lombardo, l’immaginario collettivo corre veloce verso la Franciacorta. Un territorio che ha saputo costruire negli anni una reputazione solida, riconoscibile, internazionale e che fin da subito ha potuto puntare sulla qualità. Eppure anche nei ferrei disciplinari del Franciacorta c’è la possibilità dal 2017 di utilizzare una piccola percentuale di erbamatt, un antico vitigno autoctono della zona bresciana da poco riscoperto.
Fermarsi in una delle reggie delle bollicine nostrane, però, significa perdere di vista una parte fondamentale dell’identità enologica della regione. La Lombardia custodisce infatti un patrimonio di vitigni autoctoni spesso poco raccontati, ma centrali per comprendere la sua vera complessità viticola.
Una regione plurale, non un solo modello
Dal punto di vista enologico, la Lombardia è una regione discontinua. La presenza di catene montuose, fiumi, grandi laghi, pianure e colline crea determinati microclimi che si riflettono direttamente nella viticoltura.
Questo ha avuto come conseguenza nel corso del tempo la formazione di aree produttive distanti tra loro e delimitate proprio da confini naturali quali corsi d’acqua e montagne.
Possiamo, quindi, affermare che, malgrado la vastità geografica della regione, si siano formate delle “isole enologiche” sparse come le macchie di un leopardo dove a primeggiare è la qualità.
Ma non è tutto; la varietà geografica lombarda ha favorito nel tempo lo sviluppo di vitigni locali adattati a contesti molto specifici, spesso lontani dai riflettori mediatici e da una commercializzazione che possa superare i confini regionali.
Oltre la Franciacorta: il valore della biodiversità viticola
La forza della Franciacorta ha contribuito a definire l’immagine del vino lombardo, ma ha anche finito per oscurare altre espressioni di grande valore.
Negli ultimi anni, tuttavia, si sta assistendo a una rinnovata attenzione verso la biodiversità viticola regionale.
Sempre più produttori stanno riscoprendo varietà storiche, spesso allevate in passato per consumo locale, riconoscendone il potenziale qualitativo.
Questa operazione non è un semplice recupero ampelografico, ma un progetto culturale che restituisce profondità al racconto del territorio.
I vitigni autoctoni lombardi da riscoprire
La riscoperta dei vitigni autoctoni in Lombardia è oggi uno degli elementi più interessanti del panorama enologico regionale. Accanto a denominazioni affermate, si sta sviluppando una nuova narrazione fatta di piccoli territori, produzioni limitate e interpretazioni autentiche. Ve ne presento alcuni di seguito con l’augurio e la speranza di poterli assaporare presto e conoscerli di persona.
Il Groppello (bacca nera) rappresenta una delle espressioni più autentiche della viticoltura lombarda. Coltivato storicamente sulle colline moreniche del Garda, questo vitigno offre vini di grande eleganza, caratterizzati da una trama tannica fine, freschezza e una spiccata bevibilità. Nelle interpretazioni contemporanee, il Groppello sta dimostrando una sorprendente capacità di dialogare con stili moderni, mantenendo però una forte impronta territoriale e una grande raffinatezza.
Il Marzemino lombardo (bacca nera) è passato da vitigno di uso semplice e quotidiano a una base importante per vini di qualità. In alcune zone, soprattutto in contesti collinari ben esposti, questo vitigno esprime profili aromatici complessi e una struttura più solida di quanto comunemente si creda. La sua riscoperta è un esempio concreto di come un vitigno autoctono possa essere rivalutato attraverso una gestione agronomica più attenta e vinificazioni mirate.
Il Lambrusco Viadanese rappresenta una delle espressioni più autentiche del Lambrusco lombardo. A differenza di altre tipologie di Lambrusco più conosciute, il Viadanese mantiene un profilo più rustico e territoriale. La sua riscoperta passa anche da una rilettura qualitativa che ne valorizza l’equilibrio e la versatilità gastronomica.
Il Lambrusco Grappello Ruberti è una varietà storica coltivata nell’Oltrepò mantovano, dal profilo elegante, meno esuberante rispetto ad altre tipologie con un tocco di piccantezza che lo rende identitario.
Tra i vitigni autoctoni a bacca bianca merita attenzione la Turbiana, protagonista della DOC Lugana, che dopo essersi adattata ai suoili argillosi del bacino meridionale del Lago di Garda, offre uve cariche di zuccheri ma con grande acidità.
Di questo spettacolare vitigno, che posso tranquillamente annoverare tra i miei preferiti, ne parlava già Catullo nel I secolo a.C. e a oggi dà vita a uno dei vini bianchi italiani più esportati.
Questi vitigni esprimono vini di grande equilibrio, capaci di coniugare freschezza, sapidità e capacità evolutiva, dimostrando come l’eccellenza lombarda non sia legata a un’unica tipologia di vino.
Vitigni autoctoni e nuova eccellenza lombarda
Nel quadro più ampio dei vitigni autoctoni italiani, la Lombardia rappresenta un bel caso capace di unire successo commerciale e ricerca identitaria.
La convivenza tra un modello consolidato come la Franciacorta e le altre zone di eccellenza della regione, quali Valtellina, Oltrepo Pavese e Scanzo, e una viticoltura più discreta ma profonda dimostra la maturità del sistema vitivinicolo regionale.
Avere il privilegio di raccontarlo significa restituire complessità a una regione che ha molto più da offrire di quanto spesso si pensi.
I vitigni autoctoni rappresentano il filo conduttore di questo racconto, capace di unire passato e presente, memoria agricola e visione enologica con l’obiettivo di costruire un futuro che non dimentichi le proprie radici.
Scoprirli significa comprendere meglio non solo il vino lombardo ma soprattutto il valore della diversità che rende unico il patrimonio vitivinicolo italiano.
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