Note di Vino

Note di Vino

di Antonella Coppotelli

Cuore verde e uve antiche. L’Umbria e i suoi vitigni autoctoni

l vino umbro tra storia e complessità. Dal potente Sagrantino al Trebbiano Spoletino, il «Miles Davis del vino», una varietà viva che ribalta ogni aspettativa sui bianchi.

Cuore verde e uve antiche. L'Umbria e i suoi vitigni autoctoni

C’è un’Umbria che non alza la voce, ma lascia il segno. È quella dei paesaggi stratificati, delle vigne che disegnano colline morbide e di una viticoltura che affonda le radici nella storia etrusca. Un cuore verde che, però, rischia ancora oggi di essere raccontato troppo poco.

Lo conferma con lucidità anche Pietro Marchi, Presidente di AIS Umbria, incontrato durante l’evento Esperienze di Vitae del Centro Italia 2026, tenutosi di recente a Perugia, uno dei momenti più significativi per comprendere lo stato dell’arte del vino del Centro Italia:

Non credo che questa discrezione sia un vantaggio, è una situazione da superare. Eventi come questo servono proprio a farci conoscere fuori dai confini.

Pietro Marchi Pietro Marchi Presidente AIS Umbria

Ed è proprio da qui che bisogna partire: dalla necessità di raccontare un’identità forte, costruita sui vitigni autoctoni e su una coerenza territoriale che poche regioni possono vantare.

Lago Trasimeno e Colli Perugini: Gamay del Trasimeno

Intorno al Lago Trasimeno, l’Umbria cambia respiro. Il clima si fa più mite, quasi mediterraneo, e i suoli raccontano una vocazione agricola antica. È qui che vive il Gamay del Trasimeno, uno dei vitigni rossi più emblematici e al tempo stesso più fraintesi della regione.

Il nome richiama la Francia, ma il legame è solo apparente. Non ha nulla a che vedere con il Gamay del Beaujolais: il vitigno umbro appartiene geneticamente alla famiglia della Grenache e si distingue per struttura, calore alcolico e un profilo aromatico più maturo e avvolgente.

Se il Gamay francese gioca sulla freschezza e sulla beva immediata, quello del Trasimeno racconta una dimensione più ampia, fatta di frutto pieno, spezie leggere e una trama tannica che, pur gentile, conferisce profondità.

È un vitigno che negli ultimi anni ha trovato nuova consapevolezza, diventando simbolo di una rinascita territoriale che guarda all’autoctono come leva identitaria.

Montefalco e il suo Sagrantino

Nel cuore più interno della regione, tra Montefalco e Bevagna, il paesaggio si fa più severo e il vino segue questa linea. Qui nasce il Sagrantino, uno dei rossi più potenti e identitari d’Italia che dà vita quasi di diritto al “vino del cuore” grazie all’alta concentrazione di resveratrolo contenuta nel vitigno.

Vitigno austero, caratterizzato da una concentrazione tannica tra le più elevate al mondo, il Sagrantino è da sempre legato a una dimensione quasi sacrale del vino. Oggi, però, la sua evoluzione stilistica è evidente con l’obiettivo di rendere questo vino più leggibile, senza snaturarne la profondità.

Il risultato è un rosso che resta monumentale, ma che oggi sa dialogare meglio con il gusto contemporaneo.

Colli Martani e Spoleto: Trebbiano Spoletino

Tra Spoleto e i Colli Martani si gioca una delle partite più interessanti del vino umbro contemporaneo. Il protagonista è il Trebbiano Spoletino, un bianco che ha saputo ribaltare ogni aspettativa.

Non è un vitigno neutro, ma una varietà viva, dinamica, capace di esprimere una sorprendente complessità. E proprio su questo punto Pietro Marchi offre una chiave di lettura illuminante:

È un vitigno trasversale, con una musicalità che cambia molto. Oggi lo troviamo in versioni spumantizzate, come bianco fermo, ma anche macerato. In alcuni casi è quasi un rosso travestito da bianco.

Poi l’immagine che sintetizza tutto:

Mi piace pensarlo come una sorta di Miles Davis del vino.

Sì, perché non dimentichiamo che l’Umbria è la patria di una delle manifestazioni jazzistiche più importanti al mondo. E il paragone con il mondo musicale, è forse la definizione più efficace per raccontare il Trebbiano Spoletino, il cui sorso mi ha latteralmente conquistata e avvolta fin dalle prime volte.

Un vitigno capace di improvvisare, di cambiare ritmo, di evolvere nel tempo, esattamente come le sonorità del grande jazz. Dalle note agrumate e floreali delle versioni più fresche fino alle sfumature più profonde e materiche delle macerazioni, rappresenta oggi la frontiera più contemporanea dell’Umbria del vino.

Orvieto e Todi: Grechetto

Tra Orvieto e Todi si entra in una dimensione dove storia e vino si intrecciano in modo indissolubile. È qui che il Grechetto trova la sua espressione più autentica.

Un vitigno antico che nel tempo ha saputo adattarsi perfettamente ai suoli umbri. Vini strutturati, con buona alcolicità e un profilo aromatico che alterna frutta bianca, note erbacee e richiami alla mandorla.

Ma è soprattutto il contesto storico a fare la differenza. Come sottolinea il Presidente AIS Umbria:

C’è una tradizione storica molto importante, dagli etruschi alla zona di Orvieto. In molte denominazioni il parametro storico ha un rilievo fondamentale, e ancora oggi alcune produzioni mantengono ricordi di come si faceva il vino a quei tempi.

Il Grechetto diventa così il ponte tra passato e presente. Un vitigno che non ha bisogno di reinventarsi, ma solo di essere interpretato con consapevolezza.

Umbria: identità da raccontare, non da costruire

L’Umbria del vino non deve inventarsi nulla. Deve solo raccontarsi meglio.

È una regione che troppo spesso viene ridotta alla definizione di “cuore verde”, ma che racchiude molto di più. Lo ribadisce con chiarezza Pietro Marchi:

Oltre al cuore verde c’è una storia molto importante. Bisogna superare questo limite di vedere l’Umbria solo come una regione verde.

E forse è proprio qui il punto centrale emerso durante Esperienze di Vitae 2026: il futuro del vino umbro passa dalla capacità di valorizzare le proprie radici, senza restare chiuso perché è un territorio che non ha bisogno di imitare, ma solo di essere ascoltato.

Antonella Coppotelli

Responsabile Area Marketing & PR Money.it

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