Il punto di vista della GenZ sulla politica

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di Marta De Vivo e Paolo Di Falco

Morire per informare e raccontare: cresce il numero dei giornalisti assassinati per la loro professione

Paolo Di Falco

28 aprile 2021

Morire per informare e raccontare: cresce il numero dei giornalisti assassinati per la loro professione

Due sono i giornalisti spagnoli assassinati in Burkina Faso ma, purtroppo non i soli: sono ben 3000 i giornalisti che negli ultimi 25 anni hanno perso la loro vita per raccontare la verità.

In questo 2021 si continua ancora a morire per la propria professione e troppe volte si paga con la propria vita l’essere giornalista, ovvero documentare e raccontare ciò che accade in questo nostro mondo globalizzato di cui sappiamo veramente poco. E’ il caso di David Beriain, volto noto anche in Italia per alcuni documentari realizzati nella trasmissione “Clandestino” e del collega Roberto Fraile che insieme a Rory Young, direttore della fondazione per la fauna Chengeta Wildlife Foundation, erano stati sequestrati lunedì 26 aprile mentre si trovavano in Burkina Faso al seguito di una pattuglia anti-bracconaggio per realizzare un servizio sulla caccia illegale e sono stati giustiziati, forse, da un gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani. Ma, quanti sono coloro che negli ultimi anni hanno dato la vita per informarci?

Tremila giornalisti uccisi in 25 anni

Giornalista 1

Secondo un dossier elaborato dall’Unesco e dall’agenzia Ossigeno sono ben 1.200 i reporter che sono stati uccisi dal 2005 al 2019. In media, sottolinea ancora l’Unesco, ogni 4 giorni è stato ucciso un giornalista e tra essi possiamo trovare ben 30 italiani. A completare questo triste rapporto c’è quello della International federation of journalists (Ifj) che ci mostra come negli ultimi 25 anni circa 3mila giornalisti e addetti all’informazione hanno perso la loro vita cercando di seguire e raccontare guerre, rivoluzioni, criminalità e corruzione.

Anche questo 2021 non è sicuramente iniziato nel migliore dei modi: il 1° gennaio si è aperto con l’uccisione in Afghanistan del reporter ventottenne Bismillah Adil Aimaq, direttore della Radio Sada-e-Ghor che ha pagato con la sua vita i post che pubblicava su Facebook attraverso cui ha cercato di coprire le notizie e la politica locale a Ghor. Sempre in Afghanistan sono ben 15 i giornalisti assassinati negli ultimi sei mesi, giornalisti che stavano cercando di raccontare quello che accade in un paese alle prese con un delicato processo di pacificazione fra governo eletto e talebani, avviato lo scorso anno.

Giornalisti assassinati, nella maggior parte dei casi, mentre si recavano a lavoro come la giornalista televisiva Malala Maiwand o il presentatore Yama Siawash, ucciso con un’autobomba o ancora la giornalista Aliyas Dayee di Radio Liberty o ancora le tre giovani ragazze, Mursal (25), Sadia (20) e Shanaz (20) che, come riporta il The New York Times, lavoravano come doppiatrici per la Enikass Radio and TV, un’emittente radiotelevisiva afghana, e che mentre tornavano a casa da lavoro sono state freddate a Jalalabad nella serata dello scorso 2 marzo.

Arrestati perché rei di fare quello che la loro professione prevede: informare

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Da un altro bilancio stilato nel 2020 da “Reporters Sans Frontières” emerge anche un altro dato: sono all’incirca 387 i giornalisti che sono stati fermati e/o detenuti durante l’ultimo anno. Sono sempre di più i regimi che pensano di bloccare l’informazione arrestando chi la fa, arrestando tutte le voci critiche e così il numero dei giornalisti dietro le sbarre continua a crescere e a raggiungere livelli storicamente alti. Ben il 61% del totale dei giornalisti privati della libertà è incarcerato in uno dei seguenti cinque Paesi: Siria (27), Vietnam (28), Egitto (30), Arabia Saudita (34) e Cina (117).

Durante la primavera del 2020, in piena pandemia, c’è stato un aumento significativo delle violazioni della libertà di stampa e il numero di giornalisti arrestati si è quadruplicato tra marzo e maggio 2020. Questo significativo incremento è dovuto soprattutto a leggi specifiche ed eccezionali adottate per far fronte alla pandemia ma che hanno consegnato un eccessivo potere nelle mani di regimi e dittatori anche molto vicini all’Europa e che hanno, letteralmente, aperto la strada alla censura delle diversi voci critiche isolando l’informazione, comprando interi giornali ed emittenti televisive e arrestando coloro che continuavano a far valere il loro diritto di cronaca.

Martiri moderni della verità

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Da questa serie di rapporti emerge sicuramente un quadro agghiacciante, un quadro che ci mostra come quelle notizie, quelle informazioni, quelle inchieste e quei documentari che noi vediamo in rete o in televisione troppo spesso sono costate la vita a chi ha fatto della verità una propria ragione di vita, a chi perde la propria vita con un microfono o una telecamera in mano che raccontano ciò che molti vorrebbero tenere nascosti.

Al contrario di quello che si può pensare però, oggi, i giornalisti che vengono uccisi in zone di pace sono sempre di più rispetto a quelli che muoiono in zone di guerra, Proprio nel 2020 il 68% ha trovato la morte in Paesi formalmente in pace e, questo dato, ci fa capire come l’informazione viene perseguitata anche nelle democrazie liberali, come la professione del giornalista non è sempre apprezzata, come anche nel 2021 si può essere martiri della libertà e della verità.

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Marta De Vivo

19 anni, blogger, bilingual, pensatrice, parlatrice. Founder @martaforfew

Paolo Di Falco

18 anni, di Siracusa. Ho creato La Politica Del Popolo, un sito di news gestito da giovani.

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