Banca Popolare di Bari, i risarcimenti non si fermano. Oltre 311mila euro recuperati in tre casi
Marco Fabio Delzio
22 settembre 2026
Tre accordi transattivi chiusi tra maggio e luglio 2026 davanti al Tribunale di Bari. Chi ha ancora azioni BPB in portafoglio può essere ancora in tempo per recuperare le perdite.
Chi ha comprato azioni della Banca Popolare di Bari e le ha viste ridursi a poco più di zero tende a considerare la partita chiusa. I numeri degli ultimi mesi raccontano un’altra storia. Tra maggio e luglio 2026, tre pratiche seguite da Martingale Risk si sono concluse con altrettanti accordi transattivi per un totale di 311.263,50 euro riconosciuti ai clienti.
Una cantina pugliese e 35.373 azioni
Il primo caso riguarda una società vinicola pugliese che aveva in portafoglio 35.373 azioni BPB. Il commissariamento del 2019 ne ha praticamente azzerato il valore. L’analisi del fascicolo ha fatto emergere le criticità della banca che aveva venduto i titoli: obblighi di informazione e valutazione di adeguatezza disattesi, con la società mai avvisata della rischiosità e della scarsa liquidità delle azioni. Causa davanti al Tribunale di Bari, proposta della banca in corso di giudizio e risarcimento di 66.457,21 euro. Otto mesi in tutto.
Acquisti a tranche, perdita piena
Due investitori pugliesi avevano comprato azioni in più tranche tra il 2011 e il 2014. Titoli illiquidi, cioè impossibili da rivendere sul mercato quando la situazione dell’emittente è precipitata. Anche qui la banca aveva violato gli obblighi informativi e le norme sull’appropriatezza dell’investimento. L’accordo, raggiunto sempre in corso di causa, è stato di 99.259,70 euro in otto mesi.
Il recupero più alto: 145.546,59 euro
Il terzo caso, chiuso a maggio 2026, riguarda una coppia che aveva perso quasi l’intera somma investita. Gli analisti hanno contestato alla banca venditrice il mancato rispetto degli obblighi in materia di intermediazione finanziaria: nessuna tutela adeguata, nessuna informazione corretta sulla natura dei titoli. Risultato, 145.546,59 euro riconosciuti in dodici mesi.
Il punto: la banca vendeva azioni di sé stessa
Il dato più interessante non è l’importo, ma il tempo: otto, otto e dodici mesi. In tutti e tre i casi è stata la banca convenuta a farsi avanti per chiudere bonariamente. Succede quando la ricostruzione tecnica del danno è già solida nell’atto di citazione e la prospettiva di una condanna diventa concreta.
Alla base c’è un elemento che molti risparmiatori non mettono a fuoco: quelle azioni non passavano da un collocatore terzo, venivano proposte direttamente allo sportello ai correntisti dell’istituto. Emittente e intermediario coincidevano, e la banca vendeva un prodotto proprio a clienti che si fidavano di lei. In una situazione del genere il conflitto di interessi va dichiarato e gli obblighi informativi si fanno più stringenti, non meno. Invece quei titoli venivano presentati come un impiego sicuro e facilmente smobilizzabile. Non a caso, già nel 2018 la Consob aveva sanzionato l’istituto per le omissioni informative nei prospetti degli aumenti di capitale del 2014 e del 2015.
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Il cambio di nome non chiude la partita
Dal luglio 2023 la Banca Popolare di Bari si chiama BdM Banca, Banca del Mezzogiorno, dopo l’ingresso nel gruppo Mediocredito Centrale. Ma è la stessa società con una diversa denominazione: la continuità giuridica è piena e le responsabilità per le condotte di allora restano in capo all’istituto. Chi pensa che il rebranding abbia azzerato ogni possibilità di rivalsa parte da un presupposto sbagliato.
Si è ancora in tempo?
Nella maggior parte dei casi sì, ed è il secondo equivoco da sfatare. La prescrizione non decorre dalla data di acquisto delle azioni, ma dal momento in cui il danno è diventato conoscibile: per la Popolare di Bari il riferimento è il 2018, quando la crisi è emersa pubblicamente. Per questo restano aggredibili anche acquisti molto risalenti, come dimostra proprio il caso delle tranche 2011-2014.
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