Il punto di vista della GenZ sulla politica

Il punto di vista della GenZ sulla politica

di Marta De Vivo e Paolo Di Falco

“Tante le sfide che ci attendono: dalla lotta ai cambiamenti climatici ai virus”, l’intervista a Barbara Gallavotti

Paolo Di Falco

28 giugno 2022

Dai cambiamenti climatici alla pandemia passando per il Dna: tante sono le sfide vitali per la nostra sopravvivenza che ci attendono ne abbiamo parlato con Barbara Gallavotti.

L’umanità deve fare delle scelte essenziali, deve contrastare con forza il cambiamento climatico”. Queste le parole pronunciate dal Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi in occasione del Pre-Cop26 Parliamentary Meeting su cui i maturandi, la scorsa settimana, erano chiamati a riflettere all’interno della prima prova scritta d’italiano. Quello del cambiamento climatico è uno dei temi cruciali per la nostra sopravvivenza su cui, nonostante la pressione della comunità scientifica e dei tanti giovani attivisti sparsi in tutto il globo, non si sta facendo abbastanza.

Tante le vuote promesse, troppi “bla bla bla”, come aveva avuto modo di dire l’anno scorso Greta Thunberg a Milano, e nel frattempo diverse sono le conseguenze: per esempio, secondo le stime fatte da uno studio pubblicato su International Migration Review entro la fine del secolo i migranti climatici cresceranno del 200% rispetto a ora. Nel complesso la ricerca, inoltre, sottolinea che è meglio prevenire che curare: i costi economici e sociale di mitigazione dei cambiamenti climatici sono sicuramente inferiori rispetto a quelli che dovremo affrontare se continueremo a non fare nulla per proteggere il Pianeta. Questo principio, d’altronde, è anche valido per la tragica esperienza da cui stiamo uscendo ovvero la pandemia causata dal nuovo Coronavirus.

Su questi temi abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la scrittrice e divulgatrice scientifica Barbara Gallavotti che, oltre ad aver pubblicato davvero tanti libri molto interessanti come l’ultimo, «Confini Invisibili», da più di vent’anni lavora nel mondo dell’informazione e della divulgazione scientifica attraverso trasmissioni televisive di approfondimento come Superquark, Ulisse e La Quinta Dimensione dove ci parla della conoscenza, della capacità di osservare e indagare la natura per anticipare le sfide del futuro.

Ma, innanzitutto, cosa sono i cambiamenti climatici? Così come ci dice la dottoressa Barbara Gallavotti: “I cambiamenti climatici sono un’alterazione delle condizioni dell’atmosfera del nostro Pianeta che fanno in modo che il clima sia diverso da quello degli ultimi anni, da quello a cui eravamo abituati. Questo in realtà è un cambiamento che è iniziato molto tempo fa a causa dell’accumularsi nell’atmosfera di gas serra prodotti dall’uomo e quest’ultimi hanno cominciato ad essere molti a partire dalla rivoluzione industriale ovvero, per intenderci, dal 1850. L’immissione di gas serra, in particolare di anidride carbonica ma non solo, nell’atmosfera ha fatto sì che ci fosse un’alterazione del clima di cui si sono sentiti gli effetti nel corso del tempo ma soprattutto negli ultimi 25 anni: abbiamo visto un innalzamento delle temperature medie progressivamente sempre più alto e difatti abbiamo superato di 1° l’innalzamento della temperatura media del pianeta oggi rispetto a quello che si aveva nel 1850. Questo significa che se questo processo continuerà e, secondo gli esperti, se supereremo 1,5° ci sarà un tale cambiamento delle condizioni generali della terra da mettere a serio rischio la sopravvivenza di molte specie tra le quali la nostra”.

Le conseguenze dei cambiamenti climatici

Tante le conseguenze concrete sulla nostra vita quotidiana: “Sono aumentate notevolmente le ondate di calore nelle città e questo significa che sono aumentati in maniera molto palpabile i decessi delle persone dai 65 anni in su dovuti alle conseguenze di un calore eccessivo. Se poi andiamo a guardare le nostre montagne ci accorgiamo che i ghiacciai non sono più dell’estensione di un tempo e non ci torneranno mai nella nostra vita. L’altra cosa che vediamo in questi giorni è la siccità che è dovuta in parte al fatto che piove poco, in parte al fatto che sia tutto un po’ sregolato. Proprio quest’inverno per la trasmissione che ho condotto su Rai3 eravamo stati sulle Dolomiti verificando che a passo Rolle non c’era neve. Una sensazione molto strana perché c’era neve sulle quote più alte ma ad una quota dove normalmente si è abituati a vedere la neve non c’era e questo cosa significa? Significa che nevica di meno, la neve si scioglie prima, alimenta in tempi non ottimali i corsi che vanno a valle e quando arriva la stagione in cui molte colture avrebbero bisogno di acqua, l’acqua non c’è perché appunto non la ricevono dai nevai. Tutti questi effetti che noi sentiamo sono comunque molto più lievi rispetto a quelli che si sentono in Paesi molto più svantaggiati dei nostri: l’emergenza climatica è qualcosa di veramente tangibile in molte zone dell’Africa, dell’Asia e questa è innanzitutto una tragedia umanitaria ma anche una tragedia economica che fa sì che molte persone siano costrette a cercare delle alternative fuori dal loro Paese e quindi la ricaduta ha tutti una serie di effetti che include anche i profughi climatici, persone che non possono più vivere dove hanno sempre vissuto in quanto le condizioni dell’ambiente dove vivevano sono diventate insostenibili perché, per esempio, non si riesce più a coltivare la terra, non si riesce più a gestire l’ambiente in modo da poter vivere”.

Sono tutte pessime notizie” – continua la Gallavotti – “però non dobbiamo dimenticare che è anche una grande occasione: innanzitutto è un occasione per la nostra, la vostra generazione di salvare il pianeta perché si possono prendere delle iniziative fermando i cambiamenti climatici per dare un futuro alla nostra specie sulla terra ma, come ha detto anche Greta durante l’ultima riunione di Youth for Climate a Milano, i cambiamenti climatici sono anche una straordinaria opportunità di sviluppo economico perché riuscire a vivere in modo soddisfacente senza incidere sull’ambiente richiede tecnologia, posti di lavoro, specializzazioni e richiede, a mio avviso, lo spostamento del ruolo delle persone da consumatori a fruitori. Un’altra cosa che potrebbe far muovere l’economia anziché il consumo, è appunto la fruizione di un’aria più pulita, un ambiente più favorevole, la possibilità di passare il tempo libero in modo più piacevole: sono tutti beni che hanno un valore. Infatti dobbiamo abituarci a dare più valore a queste cose che consideravamo scontante ma che così scontante non sono dato che molti di noi non se le possono permettere”.

La lotta ai cambiamenti climatici: il ruolo dei governi

Di fronte a questo preoccupante scenario, i governi di tutto il mondo cosa stanno facendo? “In realtà non stanno facendo abbastanza: è una situazione resa complessa dal fatto che secondo gli esperti le tecnologie per affrontare i cambiamenti climatici ci sono e ci sono anche le conoscenze che servono a capire cosa fare per affrontarli tuttavia siamo in un vicolo cieco perché siamo in un sistema economico per cui questo passaggio delle persone da consumatori a fruitori, questa rivoluzione economica che bisognerebbe fare per rinunciare ai combustibili fossili e passare a forme di energia sostenibili richiede ovviamente una complessissima riorganizzazione anche delle persone che lavorano: servono delle nuove competenze. In qualche modo i fisici direbbero che siamo quasi in un buco di potenziale, dobbiamo uscire dal buco in cui ci siamo infilati e questo richiede uno sforzo per arrivare al suo esterno dove invece avremo delle opportunità straordinarie. Dobbiamo anche tener presente che non abbiamo un passato aureo a cui tornare perché prima della rivoluzione industriale le tecnologie non erano particolarmente avanzate e si viveva male”.

Nel 1901 le persone in Italia non avevamo certo l’impatto pesante sul pianeta che ha oggi ciascuno di noi però l’aspettativa di vita era di 40 anni alla nascita, il cibo lo lavoravano 7 lavoratori su 10, i giornalisti erano una rarità così come le persone che lavorano negli uffici, i creativi non esistevano perché la maggioranza della forza lavoro era necessaria sui campi e non è a quello che noi vogliamo tornare: noi vogliamo arrivare ad una condizione in cui, pur mantenendo le conquiste di benessere che abbiamo avuto come le ferie, il tempo libero, tutte cose che all’epoca non esistevano e che anzi dovremmo allargare a quella enorme fetta di umanità che ancora non le ha, la nostra vita dovrebbe incidere sull’ambiente molto meno di quanto non faccia adesso. Dobbiamo vedere la lotta ai cambiamenti climatici come una continuazione dell’avanzamento tecnologico che abbiamo vissuto finora non come una rinuncia all’avanzamento tecnologico ed un ritorno al tempo in cui la vita era durissima”.

La pandemia e i cambiamenti climatici

A collegare i cambiamenti climatici con l’esperienza della pandemica c’è un filo sottile: “Penso che in qualche modo, purtroppo, la pandemia sia stata la prova generale di quello che dobbiamo fare per affrontare i cambiamenti climatici perché la pandemia ci ha dimostrato alcune cose: ci ha dimostrato innanzitutto che i problemi globali si affrontano insieme come umanità. Se stiamo combattendo così tanto con il virus e, probabilmente, continueremo a farlo per molto tempo, è anche perché non tutta la popolazione del Pianeta si è protetta contemporaneamente e ugualmente dalle infezioni. Il virus più circola e più opportunità ha di mutare, di diventare più pericoloso. Abbiamo visto le forme che stiamo cercando di affrontare adesso come Omicron comparire in zone del mondo dove l’assistenza sanitaria è non certo ai nostri livelli e dove molte persone vivono con malattie che mettono in crisi il sistema immunitario per lungo tempo come, per esempio, l’Aids. Queste sono condizioni di debolezza che per il virus rappresentano un’opportunità perché una persona che non ha la giusta assistenza sanitaria e che magari ha un sistema immunitario indebolito per cui si trova a confrontarsi con il virus molto a lungo è per il virus una sorta di palestra nella quale può evolvere forme nuove anche perché i virus non conoscono confini”.

L’abbiamo visto: non c’è modo di tenere il virus confinato in una zona del mondo, basta un uomo d’affari, un turista, un viaggiatore. Un virus respiratorio così contagioso può essere portato in qualsiasi parte del mondo e quindi se non si riesce ad affrontarlo tutti insieme garantendo a tutti le stesse opportunità di protezione è evidente che non riusciremo mai a vincere il nostro confronto con il coronavirus. La stessa cosa, molto più in grande, vale per i cambiamenti climatici che sono un problema di tutti noi: se non riusciremo a mettere tutta l’umanità nelle condizioni di non dover vivere deforestando ampie zone del pianeta, di non dover vivere bruciando dei combustibili fossili come il carbone che sono facilmente accessibili, di potersi preoccupare del futuro anziché sempre del presente che rappresenta un ostacolo alla sopravvivenza, se non saremo tutti in questa condizione non potremo affrontare il problema dei cambiamenti climatici ma, non è solo questo. Affrontare i cambiamenti climatici richiede molta creatività, molta capacità: non possiamo permetterci di rinunciare alla forza creativa di buona parte dell’umanità perché quell’umanità è preoccupata di riuscire a sopravvivere al giorno presente”.

Il coronavirus e gli altri virus

Il nostro è un mondo pieno di microbi: alcune stime, per esempio, suggeriscono che ne esistano 1000 miliardi di specie contro, per farci un’idea, i mammiferi di cui esistono solamente 7.000 specie. Tra l’altro solo in tempi abbastanza recenti, nel 19° secolo, abbiamo capito che essi possono essere la causa delle più terribili malattie: viene così spontaneo chiedersi com’è stato possibile che nel 21° secolo il mondo globalizzato della rivoluzione tecnologica permanente sia stato messo in ginocchio da un piccolissimo microbo. “In realtà” – ci dice la dott.ssa Gallavotti – “forse siamo stati fortunati che non ci era ancora accaduto prima: se vogliamo abbiamo avuto diverse prove generali, diverse dimostrazioni della capacità di virus molto pericolosi di fare il salto di specie ovvero di passare dalla specie serbatoio in cui si trovano abitualmente cambiare e diventare in grado di infettare le persone per poi passare da una persona all’altra. L’HIV, per esempio, il primo caso è del 1959: non se n’era accorto quasi nessuno fino agli anni 80’ quando evidentemente c’è stato un salto di specie più di successo degli altri e il virus si è diffuso ma siccome ha modalità di diffusione particolare, non è come un virus respiratorio che si contagia facilmente come il coronavirus, quella volta l’epidemia devastante ha fatto moltissime vittime ma evidentemente è stata contrastata con metodi diversi da quelli che sono stati necessari questa volta. Poi Ebola che ha fatto il salto di specie molte volte negli ultimi anni ma, essendo un virus molto letale, chi era infettato stava subito così tanto male e quindi era così facile da individuare che il virus non ha avuto modo di viaggiare. In sostanza, chi si infettava non era nella condizione di muoversi e quindi questo ha impedito la diffusione di Ebola.

La SARS ancora una volta un virus pericolosissimo, molto simile a SARS-CoV-2, ma tale per cui probabilmente aveva pochissima diffusione da asintomatici e quindi ancora una volta è stato relativamente facile: è stato possibile isolare le persone positive e contenere l’infezione fortunatamente perché era molto più letale di quanto non sia stato il nuovo Coronavirus. Ma questo per dire che salti di specie ne accadono in continuazione e ogni volta è come giocare alla roulette russa: si preme il grilletto e si spera che non sia la volta in cui parte la pallottola fatale. Questa volta è partita e non è vero che siamo stati sorpresi: la comunità scientifica se lo aspettava da molto tempo tant’è che erano in corso dei progetti di ricerca volti a cercare di studiare i virus presenti nel mondo animale e studiarli in anticipo in modo da essere pronti a contrastarli qualora avessero fatto il salto di specie e avessero imparato a contagiare l’uomo. I ricercatori avevano chiamato uno di questi progetti Predicte, un tentativo di rendere la sfera di cristallo un po’ meno opaca che dà l’idea di quanto difficile sia fare questo tipo di previsione: non solo è difficile, è anche costoso. Infatti Predicte è stato chiuso nel marzo del 2020 proprio per mancanza di fondi e proprio quando noi, in contemporanea, ci chiudevamo dentro casa perché eravamo alle prese con il nuovo Coronavirus. E quanta è costata l’epidemia di Covid? È una cifra che è ancora difficile da calcolare e sicuramente, in ordine di grandezza, è superiore a quello che sarebbe stato il costo necessario per fare un’indagine approfondita dei possibili agenti infettivi potenzialmente pericolosi quindi anche qui dobbiamo imparare a giocare in anticipo perché non possiamo permetterci di fare diversamente.

Ma c’è il rischio che ci siano altre pandemie?Beh sicuramente ci saranno altri salti di specie: i ricercatori hanno già una serie di sospettati “guardarti a vista” di agenti infettivi che sono poi quasi sempre i virus perché contro i batteri, in genere, abbiamo gli antibiotici e proprio per questo a fare paura sono sostanzialmente i virus. Che questo porti a una pandemia terribile come quella che abbiamo vissuto in questi anni a mio avviso non è necessario perché nel frattempo, durante l’esperienza pandemica, abbiamo sviluppato della tecnologia per mettere a punto dei vaccini in maniera molto rapida, sono i vaccini a Rna: ormai abbiamo imparato come si fa e ce lo terremo da parte in un futuro quando e se verrà l’occasione di averne bisogno. Tra l’altro un miliardo e mezzo di persone vive entro 5 km da una foresta che ospita animali che potrebbero avere nel loro corpo virus capaci di fare il salto di specie. Quindi, ancora una volta, la nostra pressione sugli ambienti selvatici di cui dovremmo rispettare i confini invisibili, come scrivo nel libro, ci porta a esporci al rischio anche di contatto con agenti infettivi pericolosi ma quello che abbiamo imparato con il nuovo Coronavirus, il sistema di sorveglianza che abbiamo imparato a mettere su, le conoscenze anche sul sistema immunitario e anche il grosso interesse che c’è stato per l’epidemiologia, la virologia, l’immunologia spero che ci aiuterà in futuro a evitare una situazione come quella che abbiamo vissuto anche se dovessimo andarci incontro”.

La comunicazione durante la pandemia

Durante l’esperienza pandemica però, dal punto di vista dell’informazione e della comunicazione, abbiamo visto come spesso diversi membri della comunità scientifica si andavano a contraddire tra loro: un errore di comunicazione o qualcosa di normale di fronte ad un virus sconosciuto? “Un po’ tutt’e due”, secondo Barbara Gallavottti. “Di fronte a un virus sconosciuto è normale che i ricercatori abbiano una base di conoscenze condivise che sono considerate vere e che sono condivise dalla comunità scientifica, per esempio, in questo caso che si trattava di un virus, che era un virus a Rna, che aveva certe caratteristiche… e poi discutano sulle ipotesi che riguardano quello che ancora non si sa di volta in volta. Per esempio all’inizio dell’epidemia non si sapeva come si trasmetteva questo virus, si riteneva che analogamente alla SARS si trasmettesse da persone asintomatiche e da qui la scarsa preoccupazione per proteggersi da coloro che potevano essere asintomatici: ecco perché le mascherine all’inizio erano sconsigliate e poi si è capito che erano necessarie. Tutto questo si è capito col tempo attraverso una discussione nella comunità scientifica e noi cittadini, per la prima volta nella storia probabilmente, abbiamo assistito in parte a questa discussione perché è stata portata subito sugli schermi televisivi interrogando ricercatori e scienziati che, essendo abituati a parlare con persone che hanno le loro stesse conoscenze non sono abituati a mettere un chiaro limite tra le ipotesi e le conoscenze condivise perché tra scienziati non v’è ne bisogno: tutti sanno quali sono le conoscenze condivise e quali sono le cose in dubbio.”

“Forse quello che abbiamo capito è che serve anche la divulgazione scientifica, serve anche quel livello intermedio che esiste in tutti gli altri campi del giornalismo di chi, in qualche modo, si pone a metà fra il mondo che è protagonista della vicenda che viene narrata e i cittadini che hanno bisogno d’informazione. Nelle partite di calcio, per dirla con un paragone semplice, tutti vogliamo sentire il grande campione o il grande allenatore ma poi c’è anche il giornalista sportivo che siede sulle tribune dalla parte degli spettatori, guarda la partita senza prendere parte e la racconta e la contestualizza. Così come c’è anche nella politica: di politica non parlano solo i politici ma anche i giornalisti specializzati così come di teatro non parlano solo i grandi attori ma parlano anche i critici teatrali e la stessa cosa anche nella scienza. Non si capisce perché la scienza dovrebbe essere l’unico campo che non ha bisogno di questo sforzo di contestualizzazione.”

Le sfide che ci attendono

“Tornando a quello su cui abbiamo aperto la nostra conversazione, chiaramente la sfida più importante che ci attende è di garantirci un futuro su questo pianeta e poi ci sono tutte le sfide di entità minore che a volte servono a questo scopo qui come, per esempio, tutte quelle che riguardano la medicina. Nella mia trasmissione affrontavo quattro temi: uno era i cambiamenti climatici, l’altro era la necessità di contrastare, di convivere o di conoscere tutto il piccolo mondo dei microbi che non sono solo agenti infettivi, molti sono anche utili. Poi c’era una puntata che riguardava la possibilità di aumentare il tempo della nostra giovinezza perché in genere pensiamo che vogliamo vivere più a lungo ma in realtà nessuno di noi vuole vivere più a lungo: noi vogliamo essere sani, in forza, stare bene più a lungo. È questa la vera e propria sfida della medicina e anche, in parte, della biologia: capire perché il corpo invecchia e come evitare che questo comporti un indebolimento e una perdita di salute.”

“L’ultima puntata riguardava il Dna, un’altra interessantissima sfida: una delle cose che ci ha insegnato questa pandemia è che quest’ultimo interagisce con molte altre molecole come l’Rna, lo stesso che purtroppo fa da patrimonio genetico al nuovo Coronavirus per una serie di motivi: è capace di cambiare e di rendere il coronavirus capace di mutare molto velocemente e quindi sappiamo che il Dna è un qualcosa che abbiamo bisogno di conoscere meglio sia per evitare delle malattie ma soprattutto per conoscere meglio noi stessi. Studiare il Dna ci insegna che tutti gli esseri umani condividono sostanzialmente il 99.9% del loro patrimonio genetico e ci insegna anche che le diversità tra noi esistono evidentemente perché siamo tutti diversi ma non esistono in maniera così netta da differenziarci in gruppi, che noi siamo tutto un continuo e che, per esempio, le differenze che ci sono tra noi per il colore della pelle sono il semplice risultato degli adattamenti: noi europei siamo più chiari di quanto non siano ai tropici perché abbiamo bisogno di assorbire più raggi del sole per poter fissare la vitamina D dato che viviamo a latitudini in cui i raggi del sole sono più scarsi di quanto non lo siano ai tropici o all’equatore e quindi abbiamo bisogno di riceverne di più per la salute delle nostre ossa e così via…. Quindi le sfide che ci aspettano sono fondamentalmente delle sfide di conoscenza di convivenza all’interno della nostra specie e tra la nostra specie e le altre che abitano il Pianeta.”

Partecipa alla discussione

Marta De Vivo

Classe 2001, blogger e appassionata di politica

Paolo Di Falco

18 anni, di Siracusa. Ho creato La Politica Del Popolo, un sito di news gestito da giovani.