Il mercato del rame entra nel secondo trimestre con il vento in poppa. Le importazioni cinesi di rame raffinato sono destinate ad aumentare nei prossimi mesi, spinte da una domanda che ha acquisito uno slancio inatteso e da una produzione interna che rischia di contrarsi per via della manutenzione programmata degli impianti di fusione.
La combinazione tra questi due fattori crea le condizioni per una pressione sui prezzi, che venerdì sono saliti al livello più alto dal 29 gennaio, data in cui avevano stabilito il record storico di 14.527,50 dollari alla tonnellata. Un segnale che il mercato non ha dimenticato quel massimo e che le forze rialziste stanno rapidamente prendendo corpo.
La domanda cinese è tornata con una forza che ha sorpreso anche gli operatori più esperti. La Cina, in altri termini, è meno sensibile ai prezzi rispetto al passato, con le scorte onshore che hanno subito il calo più ampio e rapido mai registrato. È un cambiamento di comportamento significativo, considerato che nei trimestri precedenti i compratori cinesi tendevano a rallentare gli acquisti quando i prezzi salivano oltre certe soglie, contribuendo a smorzare i picchi di prezzo. Oggi quella sensibilità sembra essersi affievolita, segno che la domanda sottostante è abbastanza robusta da giustificare acquisti anche a livelli elevati.
I dati di magazzino e doganali confermano la svolta in modo inequivocabile. Le scorte di rame alla Borsa futures di Shanghai sono scese del 5,6% in una settimana a 181.333 tonnellate, il livello più basso da gennaio, e la tendenza al ribasso appare tutt’altro che esaurita. Sul fronte delle importazioni, aprile ha portato in Cina 452.000 tonnellate di rame raffinato, il 9% in più rispetto a marzo e il livello massimo da settembre. Il volume importato nel solo mese di aprile supera il totale cumulato dei primi tre mesi dell’anno. Una accelerazione di questa portata riflette un cambiamento strutturale nel ritmo degli acquisti.
A muovere questa domanda sono due motori della crescita ben identificati che si rafforzano a vicenda. Il primo è l’espansione della rete elettrica nazionale cinese, con investimenti cresciuti del 37% nel primo trimestre rispetto all’anno precedente. Ogni chilometro di linea ad alta tensione, ogni stazione di trasformazione, ogni collegamento tra fonti rinnovabili e centri di consumo richiede quantità rilevanti di rame, e con un programma di investimenti di questa portata l’effetto sulla domanda del metallo è diretto e misurabile.
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Il secondo motore è la corsa ai veicoli elettrici, alimentata anche dall’impennata del prezzo del petrolio legata alla guerra in Iran, che sta spingendo consumatori cinesi e regionali verso l’elettrico con una rapidità imprevista. Ogni auto elettrica incorpora una quantità di rame tre o quattro volte superiore a quella di un veicolo tradizionale, e con le vendite di EV in costante accelerazione l’impatto cumulativo sulla domanda del metallo rosso è destinato a crescere trimestre dopo trimestre.
Sullo sfondo, i fondamentali finanziari e geopolitici continuano a sostenere un mercato che è più sensibile al futuro che al presente. I flussi speculativi di fondi macro e strategie sistematiche restano abbondanti, la narrativa sull’elettrificazione globale e sulle infrastrutture per l’intelligenza artificiale tiene i prezzi elevati anche in un contesto di surplus tecnico a livello mondiale, e la guerra in Iran aggiunge una componente di premio di rischio che gli operatori faticano a ignorare.
In un tale contesto, ogni dato che confermi la solidità della domanda cinese nel secondo trimestre non farà che rafforzare la convinzione di chi scommette su un ritorno verso i massimi storici di gennaio. «Long copper» sembra essere oggi una buona strategia.