La ricerca del maggiore rendimento sul reddito fisso oggi passa per l’assunzione di un rischio più elevato rispetto a ieri. Tradotto vuol dire affidarsi a emittenti meno solidi e/o durate più lunghe e/o prodotti in valute estere. A quest’ultimo riguardo, per esempio, scade tra appena 3,4 anni questo titolo di Stato con interessi 5,25% e rating doppia A.
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Il calo del costo del denaro unito alla contrazione dello spread sui bond nazionali sta influenzando sulle decisioni di investimento del piccolo risparmiatore. Fino a una manciata di mesi fa era sufficiente sottoscrivere un bond di media durata per spuntare buoni rendimenti a rischi contenuti.
Facciamo un paio di esempi concreti per rendere meglio l’idea.
A ottobre 2023 il Tesoro emetteva il BTP Valore 2028, 5 anni di investimento per un ritorno lordo complessivo del 21,8%, premio fedeltà finale incluso. Una settimana fa, la 9°/10° tranche del BTP Tf 2,95%, matricola IT0005637399 emesso a marzo e in scadenza l’1/07/’30, ha esitato il 2,68%. In pratica il 13,4% di rendimento totale sempre per lo stesso emittente e un timeframe quinquennale.
Ancora, oggi per spuntare un 21-22% di guadagno lordo complessivo bisogna allungare la duration di qualche anno. Ad esempio il BTP Tf 0,95% con ISIN IT0005466013 in scadenza il 1° giugno 2032 rende effettivo a scadenza il 3,02% (dati: Borsa Italiana). Il titolo prezza sugli 87,4 e ha una vita residua di 6,91 anni, per cui da qui al termine produrrebbe un ritorno lordo totale 21% scarso. Insomma, 2 anni in più rispetto a ottobre ‘23 per lo stesso prodotto ed emittente, che peraltro all’epoca aveva qualche miliardo di € di debito pubblico in meno.
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I titoli di Stato in valuta estera
Un’alternativa alla scelta di attendere di più sui titoli del Tesoro potrebbe essere quella di puntare un’obbligazione sovrana estera. Qui non mancano bond dalle cedole roboanti, ma hanno tutti almeno uno dei due difetti:
- il rating emittente è ad alto rischio o, nel peggiore dei casi, è proprio non investment grade;
- espongono l’investitore in euro al rischio di cambio.
In quest’ultimo caso un possibile “compromesso” lo offrirebbero i Gilt inglesi e i T-bond USA. È vero che essi espongono al rischio valutario, ma dalla loro vantano robusti rating emittente. Ad esempio quello degli Stati Uniti d’America è AA+ per S&Poor’s, Aa1 per Moody’s e tripla A per DBRS.
In tema di investimenti sovrani, il T-bond USA 5,25% con matricola US912810FF04 è una ‘vecchia’ obbligazione emessa il 15/11/1998. È un trentennale del secolo scorso ma dalla vita residua decisamente contenuta. La scadenza è fissata al 15/11/’28, tra 3 anni e 145 giorni, per cui tecnicamente è un investimento di breve-medio termine. La cedola è staccata ogni 6 mesi, a metà novembre e a metà maggio, e l’aliquota sugli interessi è al 12,50%.
Al momento il prezzo di riferimento è a 104,74 $ USA, per cui il rendimento effettivo a scadenza è del 3,76% lordo (dati: Borsa Italiana). Infine il prezzo minimo e massimo dell’anno del T-bond sono stati, rispettivamente, a 101,84 e a 106,88 $.
Scade tra appena 3,4 anni questo titolo di Stato con interessi 5,25% e rating doppia A
Dunque, il bond vanta dalla sua la durata relativamente contenuta, un buon rating emittente e un discreto rendimento effettivo a scadenza. Per avere un ordine di raffronti riprendiamo il Valore ’28 di cui sopra, che tuttavia scade a ottobre e non novembre ’28, un mese prima. Bene, al prezzo attuale di mercato a 105,6 c’è che l’effettivo a scadenza è del 2,57%.
Dunque, il vero cruccio del titolo sta tutto nel rischio di cambio a cui si espone l’investitore nazionale, e non si tratta di un rischio di poco conto, anzi. Anche in questo caso vediamolo attraverso i numeri.
A inizio anno il rapporto €/$ era a 1,03 circa, poi da marzo ha preso a correre nel senso che l’euro si è rafforzato e il dollaro americano svalutato. A inizio primavera il cross era già a 1,08-1,09, a ridosso di Pasqua a 1,15 mentre stamane è a 1,18. In pratica chi ha investito 1.000 € in $ USA a inizio anno e oggi volesse disinvestire contabilizzerebbe una perdita valutaria.
Nel caso del bond, il rateo di periodo servirebbe solo ad attutire la perdita e niente più. Certo, nulla vieta che a scadenza il cross ritorni a 1,03 come pure possa spingersi fino a 1,33, per esempio. Nel primo caso c’è che al flusso cedolare si sommerebbe il gain da cambio, rendendo l’investimento ultra profittevole. Nel secondo, gli incassi da un fronte servirebbero a coprire le perdite dall’altro.