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di Fiorella Elisa Georgel

Il diritto di scappare, il dovere di non crederci

Il diritto di scappare, il dovere di non crederci

Il Novecento, tra i tanti epiteti che si è guadagnato, ha anche quello di «secolo dei rifugiati», e il primo quarto del Ventunesimo non sembra meno interessato dalle migrazioni forzate.

«Francese di dove?»
«Bordeaux», rispondevo da ragazza, per schivare la smorfia di biasimo che avrebbe suscitato la vera risposta riguardo le origini di mio padre.
«Souk-Ahras, in Algeria», ho re-imparato a dire, come facevo da bambina.
I sensati fanno «Ah», e cambiano argomento. Gli ingenui obiettano «Strano, non hai colori proprio algerini». I preparati esclamano «Ma allora è un pied-noir!», e parte una tirata in cui ti dicono, senza averlo detto, che sei figlia di un uomo che è nato dalla parte sbagliata della storia.

Quella delle migrazioni forzate è una faccenda che mi pungola la schiena da quando sono nata; anzi, prima e più della mia, ha sferzato la spina dorsale di mio padre, che in qualità di maschio primogenito fu investito del compito di trasportare tutto il trasportabile, ma nel ’62 era un quattordicenne gracilino, si rovinò le lombari in via definitiva.

Non sapevo nulla di Algeria, da bambina. Di colonialismo, di decolonizzazione, di dominio e sottomissione, di miserie scambiate con miserie altrui e più lontane. Non ne sapevo niente: ho amato la dolorante schiena di mio padre attraverso il primo e più viscerale canale di apprendimento, l’empatia.

Non la peggiore delle migrazioni forzate, posso soppesare oggi. Colpevole di terza generazione di colonialismo, la Francia l’ha accolto con sorprendente sdegno, rimbalzandolo di città in città per molti anni, ma dopotutto ha curato le polmoniti e gli esaurimenti nervosi della sua famiglia, e ha laureato tutti e tre i fratelli.

Ma da quel momento, ovunque io la incontri, la storia di una migrazione forzata mi pungola sempre nello stesso punto, ma non nello stesso modo. La differenza non sta nel motivo della fuga, perché non ce n’è uno che sia insufficiente a determinare la necessità della fuga stessa: i tentativi di istituire gerarchie di ammissibilità e fattispecie che distinguano tra la fuga dalla miseria, dalla guerra o dalla persecuzione sono una squallida foglia di fico che si prende molto sul serio, che sceglie termini dapprima generici (rifugiato, profugo, asilante, fuggitivo) per concetti precisi (persecuzione, guerra, miseria, cataclismi) e vive di tickbox ed elenchi puntati - tanto che la Treccani stessa fatica a stare al passo (confonde profughi e rifugiati, ignorandone la definizione secondo il diritto internazionale).

Non fatemi più ingenua di quanto io non sia: il mio non è un volemosebene, un accogliamotutti e nemmeno un disconoscere la necessità di dare un ordine agli elementi costitutivi di un problema per facilitarne la risoluzione. Ma siamo tanto, tanto lontani dalla soluzione.

Oggi non ne prendiamo più di otto, si decide dall’alto in Commissione rifugiati, mentre una derelitta ferma in coda cerca di imparare a memoria l’Ave Maria, perché ha subito due mesi di abusi nelle carceri libiche, da cui peraltro le è nata una figlia, ma le hanno detto che se si finge perseguitata per motivi religiosi (cristiana, magari) ha più possibilità di vedersi attribuire lo status.

Sì, si potrebbe fare più e meglio di così per gli asilanti, è il segreto di Pulcinella, e nella maggior parte dei casi non è un vero problema di costi, anche quando viene spacciato per tale. È certamente un problema organizzativo, ma nulla che una buona dose di studio, di logica e di pragmatismo non possa risolvere.

Nel lungo termine, però, il quadro cambia. Ecco perché accogliere i milioni di profughi ucraini è oggi, per gli Stati occidentali, un’operazione più semplice: perché nasce (e non si finge) come temporanea, perché l’Ucraina non è un paese sottosviluppato, perché manca, in quei milioni di profughi, il desiderio di fuggire per sempre dalla loro patria. Era questo il requisito non-scritto che stava nella direttiva 2001/55/CE, e che dopo vent’anni, soddisfatto, ha permesso di attivarla.

Il fattore temporale è tra quelli che tormentano, nella prospettiva di garantire l’asilo, quello Stato incapace di rinunciare al narcisismo autocentrico dello sguardo nazionale, come lo chiamava Ulrich Beck. Ma stiamo davvero cercando una sintesi di quella drastica contrapposizione tra amor di patria e amore dell’umanità?
Il dibattito sul cosmopolitismo (tutt’altro che figlio dell’età moderna) non ha ancora portato frutti che non siano amaramente paradossali, se proiettati su scala mondiale. Quanto alla globalizzazione, che si pensava potesse facilitarne la conquista, sta dimostrando di essere un fenomeno tutt’altro che lineare ed univoco.

Ma la posta in gioco è ben più elevata del solo fattore-tempo. Ciò che la foglia di fico nasconde, ancora una volta, è quel problematico rapporto tra l’uomo e lo spazio: un elemento fondativo, nel bene e nel male, della civiltà occidentale. Istituire un vero diritto di asilo - e quindi un vero dovere di riconoscerlo, emulo dell’obbligo di matrice religiosa che vigeva in alcune civiltà del passato - proietterebbe il faro sull’evidente necessità di demolire uno dei principali dispositivi su cui si fonda lo Stato moderno: la differenza. Dentro-fuori, cittadino-straniero, avente diritto-non avente diritto, idoneo-non idoneo. Sbarazzarsi del concetto di limite, di confine, rifondare quello di identità su parametri diversi. Sbarazzarsi della possibilità di contare il numero dei titolari di diritti e doveri secondo un certo, un particolare, ordinamento.

Il problema non è che la regolamentazione internazionale non sia riuscita a fissare i principi generali dell’asilo: la storia dell’asilo è antica come il mondo. Anzi, in antichità era ben più vivo e concreto di quanto non lo sia oggi. Il problema è che gli Stati, che sono chiamati a dar vita a quel mito, non possono fingersi immuni dalla necessità di subordinare le loro scelte ad una valutazione contingente (basata su numeri, bisogni e risorse disponibili), ma soprattutto non sono immuni dal timore di veder tremare le proprie fondamenta.

Everyone has the right to seek and enjoy in other countries asylum from persecution, recita l’articolo 14 della DUDU, 1948. Hai il diritto di cercare e di godere dell’asilo. Vuol dire forse che ti è garantito? Naturalmente no, e sappiamo come funziona il gioco: un diritto, se privo di un corrispettivo dovere e di un tribunale cui appellarsi in caso di violazione, è soltanto una brutta promessa su carta pergamena.

Ricordiamoci che anche la Convenzione di Ginevra sullo Status di Rifugiato del 1951, nonostante vi abbiano aderito quasi tutti gli Stati moderni, è orfana di una Corte. Ricordiamoci che i soggetti tradizionali del diritto internazionale sono gli Stati e gli insorti, mentre la strada per la tutela degli individui, ovunque essi si trovino, è ancora lunga e malagevole.

Sappiamo che il Novecento, tra i tanti epiteti che si è guadagnato, ha anche quello di «secolo dei rifugiati», e il primo quarto del Ventunesimo non sembra meno interessato dalle migrazioni forzate. Ma ancora una volta gli Stati prendono tempo, l’Occidente fornisce perlopiù rispostine miopi, pleonastiche, verniciate di sussiego, nel timore di stabilire una linea di indirizzo che possa dirsi valida per più di una sola circostanza.

Sempre più cosmopolita negli occhi, sì. Di certo non nelle mani.

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