Ogni volta che Elon Musk lancia una nuova iniziativa fuori dal perimetro automobilistico, il mondo finanziario trattiene il fiato. L’annuncio recente di voler fondare un terzo partito politico americano ha fatto perdere il 7% al titolo Tesla in un solo giorno. Nulla di nuovo per un’azienda che da anni vive sospesa tra la genialità e l’imprevedibilità del suo amministratore delegato.
La reazione del mercato è stata istantanea. Nonostante gli appelli degli azionisti affinché Musk dedichi almeno 40 ore settimanali a Tesla, il CEO ha liquidato l’idea con un commento sprezzante rivolto a un analista: “Shut up”. E mentre le vendite rallentano e la concorrenza aumenta, la gestione del tempo e delle priorità da parte del leader visionario torna al centro del dibattito.
L’azienda ha ridotto drasticamente i suoi investimenti nel trimestre, eppure il flusso di cassa libero è rimasto la metà della media degli ultimi tre anni. Nonostante ciò, il titolo ha guadagnato il 15% dalla rielezione di Trump, e la capitalizzazione di Tesla resta ampiamente superiore a quella dei concorrenti, pur rappresentando appena il 2% del mercato auto globale.
Ma è proprio qui che entra in gioco la “Musk effect”. Gli investitori non comprano solo auto elettriche: acquistano una visione, una promessa di futuro. Secondo Morgan Stanley, il business automobilistico vale meno di un quinto del potenziale della società. Il resto è scommessa pura: autonomia completa, robotaxi, servizi basati sull’intelligenza artificiale come Grok, il modello linguistico di xAI che presto verrà integrato nei veicoli Tesla.
Il problema? Queste promesse esistono da anni. Il piano dei robotaxi risale al 2016. Eppure Musk continua a incantare i mercati come un illusionista, alimentando la convinzione che solo lui possa portare a termine la missione.
Una convinzione che si scontra sempre più spesso con la realtà: governance opaca, come il mancato rispetto della scadenza legale per l’assemblea annuale (ora fissata a novembre), continue uscite dei top manager, e il nodo ancora irrisolto del compenso da 56 miliardi di dollari bocciato dalla corte del Delaware.
Gli azionisti attivisti chiedono più controllo, più trasparenza e un piano di successione. Ma il consiglio di amministrazione sembra restio a mettere argini a un uomo che ha costruito l’identità stessa del marchio. Il paradosso è evidente: Tesla prospera grazie a Musk, ma è anche prigioniera del suo ego e delle sue distrazioni.
E così, mentre il CEO si prepara forse a riscrivere la politica americana, resta un’unica certezza: la prossima svolta fuori copione non è una questione di “se”, ma di “quando”.