Brent a 100 o 120 dollari? Le previsioni che spaccano le banche d’affari

Redazione Money Premium

09/03/2026

Il mercato sottovaluta il rischio? Perché il greggio potrebbe esplodere con la guerra tra Iran e USA.

Brent a 100 o 120 dollari? Le previsioni che spaccano le banche d’affari

Nel pieno di una nuova escalation in Medio Oriente, gli analisti finanziari di Wall Street cercano di valutare le conseguenze economiche e finanziarie di un conflitto che rischia di avere effetti sistemici. Il primo e più immediato impatto riguarda le prezzi dell’energia, con ripercussioni che si propagano a cascata su inflazione, crescita e stabilità dei mercati. L’impressione generale è che molti operatori siano stati colti di sorpresa dagli sviluppi recenti, costretti ora a rivedere scenari che fino a poche settimane fa davano per improbabili interruzioni significative dell’offerta.

Emblematico è il caso di JPMorgan, i cui analisti petroliferi hanno ammesso apertamente di aver sottovalutato il rischio di una disruption senza precedenti. Nel frattempo il prezzo del Brent è balzato dell’8 per cento fino a 78,50 dollari al barile, mentre strumenti finanziari legati al greggio, come l’ETC quotato a Londra WisdomTree Brent Crude Oil, hanno registrato rialzi significativi. La domanda che domina i mercati è quanto ancora possano salire le quotazioni se la situazione non dovesse normalizzarsi rapidamente.

Il nodo cruciale è lo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita circa un quinto dell’intera offerta mondiale di petrolio. Si tratta di un chokepoint strategico: ogni giorno vi passano in media circa 20 milioni di barili. Secondo la International Energy Agency, soltanto 4,2 milioni di barili possono essere reindirizzati verso oleodotti e porti alternativi. Questo significa che una parte consistente dell’offerta globale rischia di restare bloccata. Inoltre, una quota rilevante della capacità produttiva inutilizzata dell’OPEC si trova proprio all’interno del Golfo, quindi sul lato “sbagliato” di un’eventuale chiusura prolungata dello stretto.

Le riserve di stoccaggio onshore nei Paesi del Golfo e in Iran ammontano a circa 343 milioni di barili, a cui si aggiungono decine di petroliere disponibili a fungere da depositi galleggianti. Tuttavia, anche considerando queste scorte, un blocco prolungato costringerebbe i produttori del Golfo a interrompere la produzione nel giro di poche settimane. In uno scenario di conflitto non risolto rapidamente, secondo JPMorgan il Brent potrebbe spingersi fino a 120 dollari al barile.

Una valutazione analoga arriva da Barclays, che stima possibili prezzi intorno ai 100 dollari al barile. L’analista Amarpreet Singh sottolinea come le scorte sopra terra, misurate in giorni di domanda, siano oggi più ridotte rispetto al periodo precedente l’invasione russa dell’Ucraina. Anche la capacità inutilizzata dell’OPEC+ è più limitata. Le esportazioni marittime di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq – i Paesi che detengono quasi tutta la capacità di riserva – si attestano su livelli elevati, mentre la crescita dell’offerta non-OPEC+ sta rallentando sensibilmente. Negli Stati Uniti, ad esempio, la produzione onshore del Lower 48 è cresciuta solo marginalmente nell’ultimo anno, a fronte di una domanda ancora robusta.

Il rischio sistemico è accentuato dal fatto che un terzo delle esportazioni mondiali di greggio via mare e un quarto di quelle complessive, includendo i prodotti raffinati, transitano per lo Stretto di Hormuz. L’Arabia Saudita potrebbe deviare parte dei flussi attraverso l’oleodotto East-West, ma anche la rotta del Mar Rosso non appare del tutto immune da tensioni regionali. In questo contesto, eventuali annunci di aumento dell’offerta da parte dell’OPEC+ potrebbero rivelarsi insufficienti nel breve termine, se il rischio percepito sulle forniture restasse elevato.

Diversa è la posizione di Goldman Sachs, che ha deciso di mantenere invariato lo scenario base, assumendo che non vi saranno interruzioni prolungate. La banca riconosce l’esistenza di un premio al rischio stimato intorno a 18 dollari al barile, coerente con l’ipotesi di uno stop totale dei flussi attraverso lo stretto per sei settimane, ma ritiene che il mercato stia prezzando un evento temporaneo. La curva dei futures sul petrolio sembra confermare questa lettura: i contratti a breve termine sono saliti con decisione, mentre quelli a più lunga scadenza restano relativamente stabili.

Sul fronte macroeconomico, le implicazioni dipendono dalla durata e dall’intensità dello shock. Secondo alcune stime, ogni aumento sostenuto di 10 dollari al barile sottrae tra 10 e 20 punti base alla crescita globale nell’arco di un anno. Un prezzo stabile a 120 dollari rappresenterebbe un duro colpo per l’economia statunitense e per quella mondiale, alimentando inflazione e comprimendo i consumi. Gli shock sui carburanti hanno storicamente inciso anche sul consenso politico, un fattore che non può essere ignorato dalle leadership occidentali.

Le conseguenze sarebbero ancora più rilevanti per la Cina, che importa oltre 11 milioni di barili al giorno, quasi il doppio degli Stati Uniti. Secondo il Center on Global Energy Policy della Columbia University, Pechino avrebbe accumulato riserve onshore per circa 1,21 miliardi di barili, sufficienti a coprire oltre cento giorni di importazioni nette ai livelli previsti per il 2025. Tuttavia, una parte significativa delle forniture cinesi proverrebbe indirettamente dall’Iran, spesso attraverso triangolazioni commerciali che coinvolgono la Malesia e trasferimenti nave-a-nave difficili da tracciare ufficialmente. In un mercato globale altamente fungibile, la scomparsa di greggio iraniano si tradurrebbe comunque in maggiore competizione per le altre fonti disponibili.

Il problema non è solo la quantità di petrolio esistente, ma la sua collocazione. Un barile bloccato nel posto sbagliato, in assenza di coperture assicurative e con rotte marittime compromesse, diventa nel breve periodo inutilizzabile. In un contesto di offerta rigidamente vincolata, il prezzo tende a salire fino al punto in cui la domanda marginale viene espulsa dal mercato. Stabilire quale sarà l’acquirente marginale costretto a rinunciare – e a quale livello di prezzo ciò accadrà – è un esercizio estremamente complesso. Ed è proprio questa incertezza a rendere la fase attuale una delle più delicate per l’equilibrio energetico e finanziario globale.