Svalutazione e inflazione sono collegate?

Secondo opinioni molto comuni svalutazione e inflazione sono intimamente legate. Una svalutazione della nuova «Lira» rispetto all’Euro da parte dell’Italia avrebbe l’effetto di far aumentare i prezzi nella stessa proporzione. Ma è effettivamente così? In economia i teoremi non esistono, e allora vi è la possibilità (non la certezza) che una svalutazione possa tradursi in un aumento dei prezzi: tutto dipende dallo stadio raggiunto dai rapporti di forza tra le classi.

Che legame c’è tra svalutazione e inflazione? I due fenomeni sono collegati? Queste domande vengono poste oggi in relazione all’eventuale uscita dall’euro di alcuni paesi, come ad esempio l’Italia.

E’ nostra opinione che una diretta e stretta corrispondenza tesa ad eguagliare le due categorie non possa essere stabilita una volta per tutte; piuttosto, andrebbe effettuato un riscontro pratico paese per paese. La teoria, infatti, può arrivare solo fino ad un certo punto, arrivando a raggiungere un limitato grado di generalizzazione.

Quali posizioni al riguardo?

Alcune posizioni, commentando il caso italiano, hanno sottolineato che un ritorno alla moneta nazionale, e quindi una svalutazione dell’ipotetica nuova «Lira» rispetto all’Euro, comporterebbe un aumento dei prezzi esattamente proporzionale. L’idea di fondo, non errata nelle proposizioni di base, è che la svalutazione, causando un aumento del valore dei beni importati genererebbe un aumento del prezzo dei beni prodotti in Italia; il valore dei beni importati, infatti, rappresenta un costo di produzione per le imprese le quali, al fine di non scalfire i margini di profitto, trasferirebbero interamente sui prezzi finali l’aumento dei costi.

Vi sono altri commentatori la cui posizione è, se vogliamo, più originale. Costoro sostengono che, se non migliora la domanda interna, l’azienda trasformatrice che utilizza come input produttivo il bene importato aumentato di valore non è in grado di aumentare i suoi prezzi. L’effetto sarebbe allora quello di ridurre i margini dell’importatore, non di aumentare i prezzi a valle.

Attenti a generalizzare!!

L’idea è interessante, se non fosse per il presupposto «teorico» alla base di tali affermazioni, ossia che i prezzi aumentano solo se la domanda totale sale fino al punto da riassorbire la differenza tra domanda e capacità produttiva del sistema economico. Il ritorno dell’Italia alla sovranità monetaria creerebbe le condizioni per mettere in atto politiche di sostegno della domanda che riassorbono questa differenza. Se si eccede, a quel punto c’è un problema di inflazione. Ma solo a quel punto.

Il vizio di fondo di questo ragionamento è che i prezzi non aumentano solo quando vi è un livello di domanda che eccede la capacità produttiva del sistema in condizioni di piena occupazione (perchè questa è l’idea di fondo alla base di simili affermazioni); sappiamo infatti che i prezzi aumentano ( l’Italia è stato un caso esemplare) anche quando la capacità produttiva non è pienamente utilizzata (si pensi agli aumenti inflazionistici degli anni ’70). Al riguardo, non avrebbe nemmeno senso considerare la capacità produttiva come data e indipendente dal comportamento della domanda.

Un economista italiano molto popolare da un po’ di tempo a questa parte, Alberto Bagnai, ha sottolineato come in Italia, tra il ’92 e il ’95, la Lira si svalutò del 50%, mentre il tasso di inflazione scese dal 5% al 4%. Stesso discorso, ma con risultati statistici completamente diversi, può essere fatto per le economie emergenti che effettuarono massicce svalutazioni in seguito alle crisi valutarie degli anni’70.
Ecco quindi che, secondo Bagnai, il collegamento tra svalutazione e inflazione non sussiste.
C’è da dire, però, che se un fenomeno non si è verificato nel passato non è per questo esentato dal manifestarsi nel futuro.

In che termini ragionare?

Secondo i dati Ice 2011 l’Italia, nello specifico, ha importato materie prime per un valore di 168,8 miliardi di euro (dato in crescita rispetto agli anni passati), a fronte di importazioni complessive di merci pari a 400 miliari di euro circa; in termini percentuali circa il 42,1%. Una quota consistente di importazioni, dunque, è rappresentata da input che entrano nel processo produttivo e che quindi rappresentano un costo di produzione.

In maniera molto grezza potremmo allora dire che se in seguito ad una svalutazione aumentano i prezzi dei beni importati, circa la metà di questo aumento è un costo effettivo per le imprese. Ma questo è solo il primo stadio. La domanda cruciale è: le imprese trasferiranno sui prezzi finali tale aumento dei costi?

La risposta è da ricercare nella direzione intrapresa dai rapporti di forza tra lavoratori e imprese. Se le associazioni imprenditoriali, nella fase storica specifica, sono forti di un maggiore potere contrattuale rispetto ai sindacati, vi saranno maggiori probabilità che esse riusciranno a trasferire sui prezzi l’aumento dei costi, lasciando immutati i margini di profitto. Viceversa nel caso opposto. E’ d’altra parte doveroso sottolineare che questo non è un teorema, bensì una possibilità che l’analisi intravede.

Nella situazione storica attuale, allora, con la classe politica odierna e con una situazione distributiva decisamente a favore delle associazioni imprenditoriali, con i salari reali in netta diminuzione (come evidenziato dal grafico qui sotto) vi sono maggiori probabilità che un aumento dei costi produzione causato dall’aumento del valore dei beni importati possa tradursi in un aumento dei prezzi, con ciò spingendo addirittura verso l’alto i margini di profitto e esercitando una pressione al ribasso sui salari.

Come ha sottolineato molto bene Emiliano Brancaccio

L’uscita dall’euro potrebbe comportare una caduta della quota salari e dello stesso potere d’acquisto dei salari anche in presenza di un’inflazione moderata. Se la dinamica dei rapporti di forza tra le classi sociali genera salari nominali stagnanti o addirittura declinanti, gli effetti di un’uscita dall’euro sui prezzi e sulla distribuzione potrebbero risultare tutt’altro che trascurabili.

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