Roma, un mostro chiamato Atac. Ecco perché un decreto non basta a salvare la Capitale

icon calendar icon person

Le casse di Roma sono vuote. L’Atac ha 1,6 miliardi di debiti e le altre società non stanno messe meglio. Il Salva Roma non è sufficiente per salvare la città

Attraverso il decreto Salva Roma 3, il Governo ha stanziato 500 milioni per salvare i conti della Capitale.

Il bilancio della città è in rosso, un profondo e forse insanabile rosso, che rischia di mandare in default la più grande metropoli d’Italia.

I debiti che il Comune ha accumulato negli anni sono tanti e Ignazio Marino dovrà ricorrere a tutte le risorse a sua disposizione per risanare le casse vuote di Roma. I soldi che l’Esecutivo ha destinato a questo scopo non bastano a coprire neanche la metà del dissesto creato dalle varie aziende pubbliche capitoline.

Per questo motivo il Governo ha creato un “piano di rientro” che prevede criteri molto severi: Roma dovrà attuare una spending review basata sui modelli Cottarelli e Consip, dovrà gestire in maniera diversa i servizi, passare al vaglio il fabbisogno delle società partecipate e dismettere quelle minori. Insomma, è necessario un totale restyling dei metodi di gestione della città. Pena, il baratro.

Comprendere i motivi per i quali la Capitale si trova in una situazione del genere, non è poi così difficile. Basta guardare i conti delle tre maggiori aziende pubbliche comunali: Acea, Atac e Ama. Tra le tre, l’unica in salute risulta la prima che, con un fatturato di 3,62 miliardi e una struttura impiantata su 7.257 dipendenti, lo scorso Natale ha potuto staccare un dividendo anticipato da 27 milioni che ha letteralmente salvato il bilancio romano dalla bancarotta.

Ma, come abbiamo già detto, se una va bene, le altre due sono un vero e proprio sfacelo.

Un mostro chiamato Atac
Non c’è ancora un bilancio definitivo, ma secondo le stime l’Atac nel 2013 perderà 150 milioni. L’Azienda del Trasporto Autoferroviario del Comune di Roma è diventata il simbolo degli sprechi e della cattiva gestione delle risorse pubbliche della Capitale con 1,6 miliardi di perdite cumulate nel corso dell’ultimo decennio. Una cifra abnorme che ha contribuito a creare la voragine nel bilancio cittadino.

Come sottolineava ieri Il Sole 24 Ore:

Altri tre anni di perdite dell’Atac di quest’entità e i soldi erogati due giorni fa andranno tutti in fumo.

Non sarà facile per il Campidoglio risolvere il “nodo Atac”: un mostro da 12mila dipendenti, 500 milioni di stipendi l’anno che da soli superano di gran lunga le entrate derivanti dalla vendita dei biglietti (1,50 euro cada uno dal 2012).

Se numeri del genere non sono sufficienti, evidenziamo inoltre che annualmente il Comune spende 700 milioni per l’intero Servizio dei trasporti. Di questi, 500 vengono destinati alla sola Atac.

Le altre aziende in perdita
Ma incolpare solo l’Atac per la situazione in cui si trova adesso Roma sarebbe ingiusto. Il secondo emblema dell’inefficienza capitolina è senza dubbio l’Ama, l’azienda che si occupa della gestione dei rifiuti. Nonostante nel corso degli ultimi anni la società sia riuscita a chiudere i bilanci in pari, l’Ama vanta un debito con le banche di 677 milioni di euro e in passato ha già subito un ricapitalizzazione che, sommata a quella dell’Atac, è costata al Comune 1,4 miliardi di euro.

Altra realtà in dissesto è la Farmap, società romana che include le varie farmacie comunali. Rispetto alle altre due, è molto più piccola (362 dipendenti), ma non per questo è esente da debiti: 35 milioni in totale.

Insomma a Ignazio Marino non basterà un decreto d’urgenza per salvare Roma. Finché le risorse della città verranno gestite in questo modo, le speranze di sopravvivenza rimarranno praticamente nulle.