Italia: il difficile rapporto con Bruxelles e la moneta unica

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L’Italia dall’ingresso nell’euro ha perso molta competitività, perché non può più far leva sulle svalutazioni. Ora ha bisogno di riforme e del sostegno dell’Europa.

Recentemente gli incontri tra Renzi, Junker e la Merkel si sono intensificati su vari temi, i migranti, il debito, le banche, e spesso si sono alzati i toni. L’Italia spinge per una maggiore flessibilità, anche per favorire la ripresa, mentre l’Europa frena e insiste sull’austerità. Qual’è la situazione economica dell’Italia?

Tra tutti i paesi del sud dell’Europa, Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, solamente i primi due non hanno mostrato segnali di forte crescita nel 2015. La Spagna, in particolare, dà forti segnali di ripresa, anche nel contesto attuale di dubbi sulla crescita globale e tensioni sui mercati finanziari. Dati preliminari indicano che nel 2015 il PIL sia cresciuto di ben il 3,2%, il dato migliore dal 2007. Deludenti invece la Grecia, che sta ancora elaborando la spaventosa crisi in cui è precipitata dal 2009, e l’Italia, che dà solamente deboli segnali di ripresa.

Nel mese di dicembre Confindustria ha declassato la sua stima di crescita nel 2015 allo 0,8%. E per il 2016, nessuno si aspetta un grande aumento. L’UE aveva previsto una crescita del PIL italiano al 1,5%, ma i dati della crescita trimestrali dello scorso anno hanno suggerito che in realtà il paese stava rallentando (dal 0,3% nei primi due trimestri allo 0,2% nel terzo). Per il FMI, le stime di crescita per l’Italia sono tra le poche che non hanno subito un taglio al ribasso in conseguenza della congiuntura dell’economia mondiale, con il graduale rallentamento della Cina, i bassi prezzi bassi delle materie prime e la progressiva stretta monetaria della Fed. Restano però al +1,3% nel 2016 e al +1,2% nel 2017.

In particolare, secondo l’Economist, l’esperienza nell’euro è stata per l’Italia piuttosto infelice. Il paese è stato in recessione per cinque degli ultimi otto anni. Il PIL pro capite reale, al netto dell’inflazione, è inferiore a quello del 1999 e il debito pubblico ha superato il 130% del PIL. Peggio ancora, la competitività del paese è diminuita inesorabilmente dal 1998, contemporaneamente all’introduzione dell’euro, mentre non è accaduto lo stesso al costo del lavoro. A causa anche di tasse e lungaggini burocratiche, l’Italia è uno dei paesi più costosi tra quelli sviluppati per avviare una nuova attività, favorendo la dimensione medio-piccola delle imprese. Quasi il 70% dei lavoratori italiani è occupato in imprese con meno di 50 dipendenti e la quota di giovani italiani impiegati con un titolo universitario è tra i più bassi dei paesi sviluppati. Il problema chiave è che, dal momento che l’Italia ha aderito al progetto della moneta unica, le esportazioni hanno cessato di essere un motore per la crescita, che non poteva più essere incentivata dalle svalutazioni competitive. Non si è investito sulla competitività delle imprese, né sulle riforme strutturali necessarie e le piccole e medie imprese italiane mal si sono adattate alle richieste di una domanda più globalizzata. Contemporaneamente, nonostante un euro più debole, le esportazioni non sono cresciute anche per un rallentamento nei mercati emergenti e per le prestazioni mediocri dell’industria tedesca, che assorbe più di un sesto delle esportazioni italiane.

Il governo Renzi ha cominciato ad introdurre qualche riforma, come il Job Acts, vista da molti analisti positivamente perché introduce maggiore flessibilità in un mercato del lavoro come quello italiano, molto rigido e con costi molto elevati. Ma i risultati sono ancora scarsi. E’ fondamentale allora una maggiore disponibilità dell’Europa a derogare alle regole di bilancio e a rinunciare almeno parzialmente all’austerità. L’UE non può permettersi di perdere l’Italia; sarebbe davvero difficile immaginare la moneta unica senza il bel paese, la terza più grande economia dell’area euro e ottava nel mondo. E per questo Renzi si sta facendo sentire.