“Exit Strategy” di Walter Siti: è davvero possibile uscire dalla crisi?

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Un uomo sul viale del tramonto alle prese con un’ossessione erotica. Un Paese narcotizzato e assuefatto che in realtà non ha la forza di cambiare.

La domanda che si pongono tutti, uomini della strada e addetti ai lavori, gente comune e specialisti, è, sovente, la stessa in questo momento storico: come si esce dalla crisi? Una crisi che è innanzi tutto economica ma anche sociale, politica, esistenziale perché riguarda, non solo i numeri magici dell’economia, quelli relativi allo spread o al rapporto tra debito e PIL, ma anche, o forse soprattutto, ciò che avviene nelle coscienze e nella mente di tutti gli italiani.

Walter Siti nel suo Exit Strategy ci racconta una crisi doppia: quella di un suo alter ego, protagonista di molti dei suoi libri, e quella del nostro Paese. Due crisi parallele e, allo stesso tempo complementari, perché l’una è metafora dell’altra e l’una descrive a livello individuale quel che, nell’altra, accade in più ampia scala.

Da un lato un uomo sul viale del tramonto, un anziano omosessuale che tenta di liberarsi di un’ossessione erotica che gli ha fatto desiderare per tutta la vita dei corpi perfetti, i corpi dopati dei culturisti che hanno saputo solo illuderlo e depredarlo del suo denaro, quei corpi che il protagonista, dopo aver idolatrato in Scuola di Nudo, Troppi Paradisi e Il Contagio, continua a desiderare anche quando incontra l’amore di un uomo che lo desidera per quello che è.

Dall’altro un Paese che sembra immerso in un fallimentare reality show, a proposito del quale il protagonista, si chiede: “come si esce da un reality che ha commesso l’errore di voler modificare la realtà?”. Si tratta di un paese che non ha, in realtà, alcuna volontà di uscire dal berlusconismo, definito come l’epoca del desiderio, un’epoca in cui mentre i governanti si affidano alla speranza di cambiare, “i governati desiderano mutare solo a parole perché la mutazione decisiva li ha già azzannati da tempo e non intendono liberarsene”.

È la mutazione di un Paese che ha continuato per anni a sperare per abitudine mentre si lasciava corrompere per senso del dovere, un paese narcotizzato nei SUV e nelle Mercedes, nella cocaina e nelle marchette, dove le città sono popolate da sale giochi con annessi compro-oro, perché l’illusione possa continuare anche in tempo di crisi.

In Exit Strategy serpeggia anche la storia politica più recente. Berlusconi come l’unico politico dal carisma magico, favoloso, in grado di ammaliare i suoi spettatori con la maschera del grande statista che copriva “le sue personalità di trickster gioioso e di patriarca incline alla corruzione”, con il potere di ringiovanire mentre gli altri invecchiavano e di trasformare sé stesso in un capro espiatorio e ogni suo processo in una festa.

E poi lo spread che schizza ai massimi, il governo Monti e la depressione, come contraltare dell’irrealtà:

“gli imprenditori non possono più librarsi all’altezza dell’immagine che avevano proiettato di sé (…) dopo il brillìo, rimane il vuoto”.

E ancora, lo scandalo di Belsito, tesoriere della Lega che cercava la sua personale exit strategy con un posto in RAI, Bersani che accusa Grillo di fascismo e Grillo che gli risponde dandogli del fallito.

In questo affresco del grottesco, un ruolo particolare è riservato alla città in cui il protagonista si trasferisce nel romanzo: Milano, “tutta un progetto, un’impresa umana, troppo umana”, dove l’unico Expo credibile è quello di un’economia finita in un casinò globale, con dei fondi d’investimento che si chiamano “ANIMA”, le guglie della Unicredit e i gioielli di famiglia – Alitalia, Telecom, Gucci, Loro Piana, le squadre di calcio, le isolette del Tirreno e la pasticceria Cova – in mano ai capitali stranieri.

Quello che rimane è un Paese che non ha più la sfacciataggine di sperperare, che, come il protagonista, non ha più un infinito con il quale masturbarsi, un Paese, insomma, dove l’unica cosa che il Potere può chiedere ai giovani è di sputtanare l’infinito negli acquisti, perché anche il nuovo che avanza, come Renzi, interpretato come il metadone contro la droga che l’ha preceduto, è solo un venditore a domicilio di sogni, che mantiene l’Italia in uno stato di irrazionalità.

E l’exit strategy di cui parla il titolo? Probabilmente se ne intravede una, ma solo in una dimensione individuale, solo per il protagonista che inizia a disintossicarsi dalla sua ossessione quando si trova di fronte alla paura di perdere chi ha vicino.