Eurozona: è in atto la fuga di capitali più consistente dalla nascita dell’euro

Nicola D’Antuono

30 Ottobre 2014 - 08:06

La politica monetaria ultra-espansiva della BCE sta facendo svalutare l’euro, ma allo stesso tempo sta provocando un forte deflusso di capitali

Eurozona: è in atto la fuga di capitali più consistente dalla nascita dell’euro

La politica monetaria ultra-espansiva inaugurata lo scorso maggio dalla BCE ha provocato un forte deprezzamento dell’euro sui mercati internazionali. Mario Draghi ha via via portato i tassi di interesse fino allo 0,05% e il tasso sui depositi overnight a -0,2%. Inoltre ha lanciato un vasto programma di credit easing con aste T-Ltro, acquisti di Abs e covered bond.

Questa serie di misure monetarie ha favorito il crollo della moneta unica, che dai top di area 1,40 toccati a inizio maggio scorso è arrivata a perdere fino al 12% del proprio valore nei confronti del dollaro americano. La discesa del cambio dell’euro ha però messo a nudo alcuni pericolosi effetti collaterali, come ad esempio la fuga di capitali dall’eurozona più consistente dal 1999, ovvero da quando è nata la moneta unica.

Infatti nei sei mesi che vanno da marzo ad agosto è stato registrato un deflusso di capitali dall’area euro pari a 187,7 miliardi. Questo denaro è stato spostato da titoli di stato e altri strumenti del reddito fisso verso asset più remunerativi al di fuori dell’unione monetaria. Inoltre buona parte del denaro in precedenza investito in bond di alcuni paesi del Sud Europa (Italia su tutti) è stato trasferito nei più sicuri titoli di stato tedeschi.

La prova arriva da alcuni dati piuttosto eloquenti. Solo nei mesi di agosto e settembre è stata registrata una fuga di capitali dall’Italia superiore a 67 miliardi di euro. I tassi sui titoli di stato italiani, sia a breve che a medio-lungo termine, sono in salita in quanto ormai poco attraenti sotto il profilo del rapporto rischio/rendimento.

I tassi decennali sui bond pubblici di Berlino, invece, sono calati fino al minimo storico dello 0,715%. Gli investitori internazionali stanno quindi vendendo bond privati e pubblici dell’eurozona ma non tutti, come accaduto già durante il periodo più nero della crisi dell’euro quando gli spread sovrani si impennarono su livelli fino ad allora impensabili.

Il rischio di ricaduta per alcuni paesi dell’area euro - come Italia, Grecia, Portogallo e la stessa Spagna (che pure sta evidenziando miglioramenti importanti) – è tornato ad essere concreto, anche perché le economie di questi Stati continuano ad essere molto fragili. Con l’inflazione nell’eurozona allo 0,3% a settembre, la BCE sarà costretta a portare avanti questa politica monetaria ultra-accomodante per molto tempo ancora e chissà che non dovrà anche ricorrere a un piano di quantitative easing.

L’euro dovrebbe continuare a perdere valore, favorendo nuovi significativi deflussi monetari dall’unione e la frammentazione dei mercati finanziari all’interno dell’Uem. Secondo la media degli specialisti forex intervistati da Bloomberg, il cambio euro/dollaro sarà a 1,20 entro fine anno prossimo. Per gli analisti di Société Générale il cambio scenderà a 1,18, per Morgan Stanley a 1,12. Goldman Sachs, invece, ha pronosticato l’approdo sulla parità entro il 2017.