Elezioni USA 2012: cosa c’è dietro l’affare Bain Capital che Obama sta usando contro Romney?

Daniele Sforza

18/07/2012

Elezioni USA 2012: cosa c’è dietro l’affare Bain Capital che Obama sta usando contro Romney?

Bain Capital: memorizzate questo nome, perché sara con ogni probabilità uno dei principali punti chiave sui quali si baserà la campagna elettorale USA 2012. I quotidiani fanno partire inchieste per saperne di più, Obama la usa contro Romney, soprattutto negli swing States, gli Stati incerti, dove la strategia sta avendo un buon successo.

Il destino delle elezioni USA 2012 in una sola domanda

Signor Romney, lei lasciò la Bain Capital nel 1999 o nel 2002? Dietro questa domanda, che potrebbe risultare straordinariamente banale, ci potrebbe essere l’arma definitiva che spazzerebbe via in un solo colpo lo sfidante di Obama alla corsa alla Casa Bianca.
Tutto è cominciato con un’inchiesta del Boston Globe che, utilizzando come fonti alcuni documenti della Commissione Titoli e Scambi conservati dalla società e un Financial Disclosure Statement, ovvero una dichiarazione dei redditi obbligatoria per chi ricopre incarichi pubblici, ha rivelato che Mitt Romney sarebbe stato «azionista unico, presidente e CEO della Bain Capital», non fino al 1999, come Romney ha dichiarato, bensì fino al 2002.
Un problema non da poco per l’entourage del repubblicano, il quale però non ha mancato di fornire sempre la stessa risposta alla domanda sopraccitata: 1999. Senza sé e senza ma. «Se» e «ma» che sono stati tuttavia utilizzati dallo staff di Obama, il quale sta usando questa controversia a suo favore, riscuotendo peraltro un ottimo successo negli swing States. Inoltre c’è anche da valutare che perfino durante le primarie presidenziali repubblicane, lo sfidante di Romney, Newt Gingrich mise in dubbio la sua moralità di CEO durante gli anni alla Bain Capital.

L’affaire Bain Capital

Cos’è che si nasconde dietro la Bain Capital? Perché si registrano tali timori attorno alla società privata gestita da Romney? E perché è così importante la data in cui Romney lasciò la società? La questione è molto semplice, oltre che assolutamente vitale per decidere da che parte andrà la bilancia dell’elettorato statunitense. I punti da affrontare sono sostanzialmente due:

- Dal 1999 al 2002, la Bain Capital si macchiò di devastanti manovre contro l’occupazione statunitense, acquistando aziende, smembrandole e ricostruendole, causando di conseguenza ingenti perdite di posti di lavoro. Questo è uno dei punti fondamentali su cui Obama sta basando la propria campagna elettorale, fondata principalmente sugli spot anti-Romney (75 milioni su 100 sono stati investiti in propaganda audiovisiva), una strategia adottata da Jim Messina, il «first man» della campagna elettorale democratica, e che sta dando i suoi frutti negli Stati incerti.

La menzogna, uno dei principali fattori che gli americani non perdonano facilmente. Se Romney insiste di aver lasciato la Bain Capital nel 1999, e le inchieste dei media porteranno alla luce dati più eclatanti e prove inconfutabili dell’inattendibilità delle sue dichiarazioni, Romney sarebbe sin da subito fuori corsa. Questo è anche un altro motivo per cui l’entourage di Obama sta puntando decisamente forte su questo aspetto. Gli americani perdonano difficilmente le menzogne, dando molto, moltissimo peso alle parole degli uomini politici e alle svelate contraddizioni in termini.

I capitali all’estero

Anche il New York Times ha dato molto peso alla vicenda, rivelando importanti informazioni anche riguardo alla «buonuscita» di Romney dalla società. Dopo aver spiegato che Romney sarebbe stato solamente un proprietario passivo della società dal 1999 al 2002 (esente dal ruolo decisionale), l’abbandono definitivo nel 2002, sarebbe stato «ripagato» con una specie di dividendo annuale per i successivi 10 anni, ovvero fino al 2012. Un altro punto su cui i democratici stanno indagando a fondo poiché genererebbe ulteriori polemiche e punterebbe ancora una volta il dito contro il «Romney, paladino dei ricchi e nemico della classe media».
Perfino «Vanity Fair» ha fornito rivelazioni scottanti sul repubblicano: qualora dovesse vincere, infatti, Romney sarebbe «il primo presidente degli Stati Uniti ad avere un conto in Svizzera» e uno alle Bermuda, rivelazioni sulle quali aveva puntato a suo tempo anche Gingrich, attraverso un documentario anti-Romney, senza considerare i fondi depositati in quel paradiso fiscale denominato Cayman Islands, dove tra l’altro la Bain Capital controlla circa 140 fondi, in una dozzina dei quali Romney riceverebbe ancora degli interessi.
E se a tutto ciò si aggiunge che il candidato repubblicano sta facendo pressione per non cedere alla pubblicazione della sua dichiarazione dei redditi (già pubblicata con fatica nel 2010, mentre nel 2011 si accontentò di darne solo una stima), sembra chiaro quanto nello staff elettorale repubblicano abbiano paura che la ricchezza di Romney si trasformi in un violento e definitivo boomerang e faccia terminare 3 mesi prima la corsa alla Casa Bianca.

Tuttavia è anche ovvio che l’attenzione puntata contro i soldi e gli affari di Romney rappresentino un perfetto metodo per sviare i cittadini dai problemi reali degli Stati Uniti, in primis lo stato dell’economia. E da qui a novembre, sembra davvero inverosimile che si parli solo di Bain Capital e di fondi all’estero: c’è un Paese da far crescere, e tale aspetto non potrà restare nascosto per molto tempo. La strada verso novembre è ancora lunga e affatto priva di curve.