Avvocato statunitense specializzato in blockchain spiega il perché il divieto cinese alle ICO non è per niente ciò che sembra.
La banca centrale della Cina ha recentemente annunciato la sua decisione di introdurre un divieto integrale alle ICO, una mossa inaspettata che ha causato delle onde d’urto in tutto il mercato delle criptovalute.
La comunità legata alla blockchain è andata nel panico analizzando la decisione e le sue potenziali conseguenze. Molti credono che impedirà l’innovazione, rendendo più difficile l’accesso ai fondi per lanciare nuove idee sul mercato. Altri prevedono che società cinesi si trasferiranno in altri mercati. Ma tutti sono d’accordo su una cosa: le implicazioni saranno enormi. Ma le cose stanno davvero così?
Token=azioni?
«La Cina è appena entrata nell’elenco dei Paesi che hanno fatto delle dichiarazioni ufficiali sulle ICO, ricordando a tutti che i token possono essere considerati dei titoli e, in quanto tali, la loro vendita tramite una ICO è illegale se non segue la legge del Paese»,
afferma Katrina Arden, avvocato che ha già seguito numerose ICO statunitensi, attualmente legale presso ICOBox - premiato fornitore di soluzioni SaaS ICO.
Katrina spiega:
"Sfortunatamente, di recente sono state molte le ICO condotte in violazione della legge sui titoli di molti Paesi. E’ uno sviluppo molto importante e positivo che i governi di Paesi come Stati Uniti, Singapore e Cina facciano sapere ai player del mercato delle ICO le regole del gioco e quali regolamenti devono seguire, ma non tutte le ICO sono illegali.
I token possono comunque essere venduti al pubblico, purché la loro vendita sia conforme alle leggi vigenti".
L’approccio delle autorità a livello mondiale
Il divieto cinese alle ICO è in netto contrasto con l’approccio di Paesi come la Svizzera e Singapore, che hanno creato ambienti favorevoli per nuove tecnologie finanziarie e per le criptovalute. La Russia sta attualmente valutando la possibilità di permettere lo scambio di valute digitali all’interno del mercato di Mosca.
Gli Stati Uniti e il Regno Unito stanno seguendo un approccio «più attento e prudente», intervenendo per proteggere gli investitori da una parte, ma permettendo alle startup di operare e testare nuovi strumenti finanziari dall’altra.
Ogni mercato ha le proprie priorità e i propri quadri giuridici che determinano il relativo approccio alla normativa legale del settore. Ma tutti hanno una cosa comune: in diverse misure, lo scopo primario è quello di proteggere gli investitori dall’essere sfruttati.
La soluzione di Hong Kong
L’autorità di regolamentazione di Hong Kong ha avvertito che «laddove i token digitali coinvolti in una ICO rientrino nella definizione di»titoli«, avere a che fare o offrire consulenza su token digitali, e gestire o pubblicizzare un fondo che investe in tali token digitali costituisce un’attività regolamentata».
Le parti che operano in un’attività «regolamentata devono vedersi concedere una licenza presso la SFC, indipendentemente dal fatto che le parti interessate siano ubicate a Hong Kong, a condizione che tali attività siano destinate al pubblico di Hong Kong».
L’approccio degli Stati Uniti
A sua volta la SEC, l’autorità degli Stati Uniti, tiene anch’essa sotto la lente il mercato delle ICO. Fino a poco tempo fa si era astenuta dall’intervenire. Tuttavia, alcuni mesi fa ha concluso delle indagini sull’organizzazione denominata DAO che, dopo aver raccolto circa 150 milioni di dollari in Ethereum, è stata vittima di un attacco hacker e ha perso circa 60 milioni di dollari. Molte persone sono rimaste senza nulla, costringendo la SEC ad intervenire e a rilasciare un verdetto. La SEC ha stabilito che «tutte le offerte e le vendite di asset digitali da parte delle organizzazioni “virtuali” sono soggette ai requisiti delle leggi federali sui titoli azionari».
La logica della regolamentazione in questo caso è abbastanza chiara: se una ICO è condotta allo scopo esclusivo di raccogliere fondi per sottoscrivere determinate attività, è un’offerta di investimento e come tale deve seguire rigorosamente la procedura stabilita. Per determinare se un token particolare può essere definito “titolo”, l’agenzia applica cosiddetto test Howey (e molti altri): se il token offerto in vendita non è un titolo celato ma è un prodotto o un servizio valido e subito disponibile all’uso, tale token può essere venduto al pubblico come qualsiasi altro prodotto o servizio.
La Cina non ucciderà le criptovalute
"Personalmente non credo che il recente divieto significhi la morte del mercato delle ICO, i regolatori hanno chiarito le proprie preferenze, e la chiarezza è sempre meglio della confusione: il mercato delle ICO ha avuto la sua parte di debolezza e la cautela fa parte del gioco, capisco la motivazione della Banca Popolare Cinese, ma penso che riformerà il mercato e che non lo ucciderà.
Dove le startup in lingua cinese erano solite i servizi delle agenzie cinesi, ora si sposteranno in altre giurisdizioni cercando sostegno nel condurre le loro vendite altrove",
ha dichiarato Mike Raytsin, CEO di ICOBox. E conclude:
“La preoccupazione è reale e giustificata, ma vedremo in che punto si romperà il biscotto".
E’ possibile leggere la versione in inglese del comunicato della Banca centrale cinese a questo link: https://www.coindesk.com/chinas-ico-ban-a-full-translation-of-regulator-remarks/
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