Anatomia del rigore: “La trappola dell’austerity” di Federico Rampini

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In un agile volume, Federico Rampini individua le cause della perdurante crisi europea in dogmi economici del tutto confutati dalla ripresa americana

La trappola dell’austerity si apre con un’immagine calda e solare, quella dell’euforia che sembra aver pervaso, già dagli ultimi mesi dello scorso anno, non solo la borsa americana, ma anche molte altre piazze finanziarie, soprattutto, asiatiche. Unica esclusa da questo scenario raggiante è l’Eurozona, area in cui la crisi può dirsi tutt’altro che conclusa perché l’ideologia del rigore e dell’austerity è in ottimo stato. Da un lato c’è la storia di un new deal, dall’altro l’ennesima incarnazione del luteranesimo e dell’etica protestante che già Max Weber, quasi un secolo fa, aveva magistralmente tratteggiato.

Perché l’ideologia del rigore blocca la ripresa? Perché continua a credere in dei dogmi economici che alla luce della ripresa americana, si sono è rivelati perdenti. In barba alla destra repubblicana, e al credo neoliberista che, attraverso la deregulation dei mercati, aveva condotto alla crisi finanziaria del 2008, gli Stati Uniti di Obama sono usciti dalla crisi da un lato con delle nazionalizzazioni a breve periodo, che consentirono di salvare i gruppi bancari maggiori come Citigroup e Bank of America, per poi restituirli agli amministratori privati ma, soprattutto, con altre due misure fondamentali. Da un lato Obama avviò una serie massiccia di investimenti pubblici antirecessione, lasciando che il rapporto deficit/PIL salisse anche fino al 12%, molto oltre i limiti massimi consentiti nell’area Euro. Su un altro versante intervenne la Fed con la politica di quantitative easing, messa in atto da Ben Bernanke, presidente in carica fino allo scorso Gennaio. La banca centrale americana stampò moneta a ritmi serrati (85 miliardi al mese) per rifinanziare le banche - non, però, con prestiti agevolati, come fa la BCE - con l’acquisto di titoli sul mercato, un’operazione che permise, meglio di quanto avviene in Europa, di far arrivare denaro a famiglie e imprese e, permettere così di far ripartire il mercato immobiliare e gli investimenti produttivi.
Accanto a ciò, la svalutazione del dollaro (determinata dalla stampa di nuova moneta) ha reso i prodotti americani competitivi su scala internazionale, e nel giro di 3 anni, la ripresa si è affermata vigorosamente, con profitti delle imprese private che costituiscono l’11% del PIL americano.

La lotta tra repubblicani e democratici sul piano delle politiche economiche e dell’economia reale ha un corrispettivo in sede teorica. Nelle università americane infatti, oltre ai teorici del liberalismo, convinti della necessità di ridurre la spesa pubblica al minimo per risanare il debito pubblico e puntare al pareggio di bilancio, troviamo altre due posizioni. Da un lato i keynesiani di sinistra, come i premi nobel Stiglitz e Krugman che contestano l’austerity affermando che i tagli alla spesa pubblica provocano un impoverimento diffuso e, quindi, generano recessione, una situazione che conduce al peggioramento del debito pubblico, pur ritenendo (come i liberisti) che il debito pubblico vada ridotto il prima possibile perché, soprattutto se finanziato con la stampa di nuovo denaro, genera, nel lungo periodo, inflazione.

Dall’altro lato troviamo la MMT (Modern Monetary Theory) una dottrina ancor più radicale, che ha ispirato le stesse politiche di Obama, secondo la quale: “non ci sono tetti razionali al deficit e al debito sostenibile da parte di uno Stato, perché le banche centrali hanno un potere illimitato di finanziare questi disavanzi stampando moneta. E non solo questo è possibile, ma soprattutto è necessario. La via della crescita passa attraverso un rilancio di spese pubbliche in deficit, da finanziare usando la liquidità della Banca centrale. Non certo alzando le tasse: non ora”.

Erroneo, nell’ideologia dell’austerity, è assimilare lo Stato a una famiglia, perché lo stato, o meglio, le banche centrali, hanno il potere di stampare moneta e l’erario può riscuotere imposte. Ed è proprio l’acquisto di titoli di stato del rispettivo governo da parte di una banca centrale ad aver permesso all’economia statunitense di finanziare quella spesa pubblica indispensabile quando la domanda privata è carente, come in qualsiasi periodo di depressione.

Alla vicenda americana, possono essere assimilati anche altri casi vincenti della storia economica recente come la Japanomics di Shinzo Abe che ha risollevato il Giappone da una recessione ventennale ma l’analisi di Rampini non si ferma qui, c’è, infatti uno sguardo a più ampio raggio, sia geografico che temporale. A un’Europa che regredisce non fanno da contraltare solo gli USA, la cui crescita è ancora modesta ma, soprattutto paesi come Cina, India, Brasile, Messico e Indonesia il cui potere d’acquisto è destinato a crescere nei prossimi anni e il cui PIL, almeno nel caso della Cina, è destinato a superare anche quello americano.

Cosa c’è nell’immediato futuro? Sul piano geopolitico si annunciano delle relazioni inedite, non solo per gli accordi economici che avviano le liberalizzazioni tra USA e UE ma, soprattutto, per il recente avvicinamento tra Russia e Cina nel settore chiave dell’energia. Sul piano economico gli USA sembrano aver allontanato la possibilità di nuove crisi finanziarie non solo dal punto di vista legislativo ma anche grazie alle scelte di grandi operatori privati, come BlackRock, sempre meno interessati a speculazioni rischiose. Rimane l’incognita dell’Europa e della sua uscita dall’austerity: a tal proposito Rampini segnala non solo la grande importanza del ruolo che sono chiamate a svolgere le banche centrali, soprattutto laddove il potere politico non è in grado di arrivare, ma un primo, importante, passo indietro dell’FMI, resosi conto di aver sottostimato la pesantezza della recessione e gli effetti del rigore sulla (mancata) crescita.

1 commento

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Anonimo • Maggio 2014

Salve, L’ITALIA RIPARTE FACENDO
“La RIVOLUZIONE FISCALE senza LACRIME e SANGUE ” per le PERSONE FISICHE.
- Diminuiamo le TASSE colpendo l’evasione con il CONTRASTO D’ INTERESSI TRA CONTRIBUENTI.
- ELIMINIAMO la GIUNGLA delle DETRAZIONI con la norma:
“TUTTI i contribuenti italiani potranno DEDURRE da TUTTI i loro redditi UNIFICATI la percentuale (IVA esclusa) delle spese sostenute nel corso dell’anno fiscale”.
Riduciamo le tasse a TUTTI col CONTO CORRENTE ERARIALE abbinato al Codice Fiscale che come per i cellulari registra, chi paga(=chiamante)-l’importo(=tempo chiamata)-chi incassa (=ricevente).
Questo è semplice e non crea burocrazia.
Spostiamo le tasse dai REDDITI AI CONSUMI, che saranno stimolati dalle DEDUZIONI.
Questo rafforzerà il Bilancio dello Stato perchè:
- il 95% tolto dagli €10.000 dal 23% passa al 27%;
- il 60% tolto dagli €15.000 dal 23% passa al 27%;
- il 50% tolto dagli €28.000 dal 27% passa al 38%;
- il 40% tolto dagli €55.000 dal 38% passa al 41%;
- il 30% tolto dagli €75.000 dal 41% passa al 43%;
- il 25% tolto da chi ha oltre €75.000 % fino a €500.000 resta al 43% ma i consumi vanno a chi supera i 500.000€ , tassati al 43%, che dedurranno il 20% delle spese.

dalle ATTUALI ALIQUOTE mediate
1)chi ha €15.000=23,00%;
2)chi ha €28.000=24,86%;
3)chi ha €55.000 =31,31%;
4)chi ha €75.000=33.89%;
5)chi ha € 300.000=40,72%;
6)chi ha € 500.000=41,63%

alle ALIQUOTE del NUOVO SISTEMA

1)chi ha €10.000 NUOVA 1,15%;
2)chi ha €15.000 NUOVA 9,20%;
3)chi ha €28.000 NUOVA 11,88%;
4)chi ha €55.000 NUOVA 17,80%;
5)chi ha €75.000 NUOVA 23,23%;
6)chi ha oltre €75.000 NUOVA 30,17%;
7)chi ha oltre €500.000 NUOVA 33,24%
Così la temuta diminuzione di Entrate non AVVERRÀ e l’ERARIO potrà inseguire le GRANDI EVASIONI.